Fenomeno Lolita: daddy issues o cultura dello stupro?

Il fenomeno delle Lolita è stato associato per molto tempo a ragazze adolescenti precoci, in cerca dello sguardo di un maschile adulto. Ma questa versione – che ha conquistato la cultura di massa – è in realtà una distorsione di ciò che la Lolita di Nabokov voleva rappresentare.

Lolita. Un nome che risuona nella cultura letteraria, cinematografica, popolare e stilistica da decenni. Un nome che porta con sé un significato ben preciso: amore e lussuria preadolescenziale e adolescenziale. È diventato un vero e proprio fenomeno culturale che, però, non è – e non è stato – privo di rischi, primo fra tutti la sessualizzazione di bambine e ragazze minorenni, ma anche quello di attribuire a loro stesse la responsabilità, l’intenzione della seduzione. Ma se si decidesse di adottare questo punto di vista, non si farebbe altro che continuare a romanticizzare un abuso e alimentare la cultura dello stupro, con l’aggravante della pedofilia.

Chi è Lolita?

Fonte Immagine: IStock

Prima di tutto bisogna chiarire un fatto: chi è Lolita? Lo. Dolly. Dolores Haze. Nell’omonimo romanzo di Nabokov, pubblicato nel 1955, è l’oggetto del desiderio di un professore di letteratura quasi quarantenne. È la sua ossessione, tanto che sposerà la madre della dodicenne, diventandone il patrigno, solamente per poterle stare vicino e, di fatto, abusare di lei. Lolita è il soprannome che Humbert dà a Dolores nel privato. 

Nella cultura e nel linguaggio di massa, “Lolita” – complice anche il film di Kubrick – è diventato un termine per indicare una ragazza molto giovane – rigorosamente minorenne – che ha atteggiamenti sensuali e che, quindi, suscita desideri in uomini adulti. Una narrazione pericolosa, in completo contrasto con le intenzioni dell’autore: Nabokov, infatti, combatté questa interpretazione, specificando durante un’intervista che «Lolita non è una ragazzina perversa, è una povera bambina, che viene corrotta e i cui sensi non si risvegliano mai sotto le carezze del lurido signor Humbert».

Quindi no, Lolita non è una giovane ammaliatrice e seduttrice. È una vittima.

Lo scandalo Balenciaga

Ricordate? Era il 2022 quando influencers e content creator, sotto l’hashtag #balenciagacancelled, cominciano a pubblicare video in cui distruggono e gettano nella spazzatura accessori e capi di Balenciaga. Il motivo di questa rivolta? Una campagna pubblicitaria del brand che ha fatto molto discutere: Balenciaga Gift Shop.

A suscitare tanto scandalo sono stati gli scatti, i quali rappresentavano dei bambini insieme a borsette e accessori a forma di orsetti… ma con toni scuri e accessoriati con top a rete strappati e rifiniture di cuoio. Uno stile che a molte persone ha ricordato il bondage e il fetish e che, per questo, hanno fortemente criticato la scelta di abbinare tali oggetti a dei bambini

A seguito delle numerose polemiche, il brand ha ritirato la campagna e ha pubblicato un comunicato in cui porgeva le sue scuse e condannava ogni forma di abuso sui bambini.

Ma cosa c’entra questo con il Fenomeno Lolita? Ci interessa nella misura in cui dei minori vengono sessualizzati e/o accostati alla sfera erotica, normalizzando tali immagini. E questo non deve accadere.

Lolita: si rischia di normalizzare la pedofilia?

Ad analizzare il fenomeno mediatico e culturale troviamo Debra Merskin – professoressa in Media Studies all’Università dell’Oregon. Nel suo articolo, parla dell’erotizzazione nascosta delle bambine nella sfera quotidiana: immagini che definisce “eroticamente codificate” di giovani adolescenti pervadono la cultura popolare, complice anche il mondo pubblicitario e della moda.

A partire dagli anni ’80 e ’90 – spiega – le ragazze adolescenti vengono rappresentate – anzi, il termine che usa è «commercializzate» – come altamente sessualizzate e pronte per lo sguardo maschile: donne adulte vestite come giovani ragazze, infantilizzate con abiti da bambine che arrivano a malapena alla coscia e fiocchi tra i capelli; o al contrario, bambine vestite come adulte.

Il problema di fondo – secondo Merskin – è che tutto ciò contribuisce alla costruzione sociale della sessualità, definendo cosa è o non è appropriato desiderare attraverso la produzione di immagini. E la rappresentazione sessualizzata delle giovani ragazze, mostrate come disponibili, pronte per lo sguardo maschile, rischia di alimentare i desideri pedofili e di stabilire nuovi standard per ciò che è accettabile.

È possibile evitare tutto ciò attraverso l'alfabetizzazione mediatica

Naturalmente tutto ciò non è inevitabile e la stessa analisi della Merskin si basa sugli elementi di alfabetizzazione mediatica, tra cui troviamo: consapevolezza dell’impatto dei media, riconoscimento dei contenuti come risorsa culturale, comprensione del processo della comunicazione di massa, analisi e discussione dei messaggi dei media e, infine, aumento del gradimento dei contenuti dei media.

Al fine di smantellare tale (inappropriata) sessualizzazione, propone di fare affidamento sul Modello di Galician, il quale assume un’importanza particolare nella misura in cui punta a rielaborare l’immagine pubblicitaria attraverso sette fasi. Vediamo velocemente il processo.

Come prima cosa, bisogna individuare le pubblicità che sessualizzano ragazze che sono o sembrano minorenni, per poi passare alla descrizione di tali immagini. Nella terza e quarta fase viene innanzitutto riconosciuto che la sessualità è un aspetto importante nelle adolescenti – dal momento che imparano come attirare l’attenzione e in che misura – e si avvia una diagnosi su come le immagini di preadolescenti facilitino certe fantasie. A questo punto si passa alla vera e propria rielaborazione delle pubblicità: per esempio, accostando il costume da bagno al nuoto e non alla sensualità. Le ultime due fasi prevedono un debriefing, in cui si riconosce che ciò che realmente viene venduto è la sessualizzazione, e la diffusione attraverso proteste, attivismo e boicottaggio delle aziende (come è accaduto, ad esempio, per il caso Balenciaga).

Ma quindi il Fenomeno Lolita cosa ha a che fare con le daddy issues? 

Fonte immagine: Pexels

Molto probabilmente la risposta nulla, almeno se pensiamo alla Lolita originale. Ma vediamo più nel dettaglio il perché, partendo dal definire cosa sono i daddy issues e come si manifestano

Il complesso paterno si manifesta con un rapporto complesso e conflittuale con la figura paterna – il quale può manifestarsi attraverso abbandono, abuso, o forme di emotività disfunzionale – che potrebbe portare a vivere le relazioni sentimentali in maniera complicata. È noto anche come complesso di Elettra e va a costituire l’altra faccia della medaglia del complesso di Edipo (o mommy issues) che riguarda, invece, la controparte materna. 

Di solito si origina durante l’infanzia, tra i tre e cinque anni, ma i segnali dei daddy issues perdurano e si manifestano anche in età adulta sotto forma: di ricerca di relazioni con uomini più grandi, bisogno costante di rassicurazioni dall’esterno da sé, sentimenti di gelosia, incapacità di vivere la propria solitudine, passare da una relazione all’altra, paura dell’abbandono. 

Torniamo quindi alla nostra domanda: Lolita ha che fare con i daddy issues? Questo potrebbe essere vero solo per la narrazione mainstream, quella che ha fatto breccia nella comunicazione di massa, di una Lolita che vuole l’attenzione maschile. La Lolita di Nabokov, però, non rientra in questa descrizione. Lei non vuole le attenzioni sessuali di Humbert – come afferma lo stesso autore – ma è vittima della sua possessione e della sua coercizione, tanto che metterà in atto un piano per fuggire. E questo poco ha a che vedere con un rapporto basato su un complesso paterno.

Cambio di rotta: rielaborare la figura di Lolita nel contesto della cultura contemporanea

Alla luce delle considerazioni fatte finora, che ne dite se modificassimo ciò che Lolita rappresenta? Se cambiassimo la sua simbologia? Non adolescente sessualmente precoce, desiderosa di attenzioni da parte del maschile adulto, ma ragazza inconsapevole, vittima di una sessualizzazione portata al suo estremo, colpevolizzata dalla massa per attenzioni indesiderate. Una narrazione che conosciamo fin troppo bene. Lolita non è solo vittima di un pedofilo, lo è anche di una descrizione sbagliata, distorta, della colpevolizzazione della vittima.

Restituiamole, quindi, la sua vera identità: non Lolita ma Dolores. Non giovane ragazza promiscua, ma dodicenne abusata.


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