Noi e le famiglie disfunzionali: dal cambio di ruoli alle Daddy Issue

Le famiglie disfunzionali hanno assunto un nuovo aspetto: con la Gen Z cambia la consapevolezza e il rapporto genitore-figlio

È diventato sempre più comune individuare il problema, ma non lo è altrettanto viverlo e affrontarlo. La terapia psicologica diffusa e l’informazione a portata di tutti hanno aiutato molte persone a riconoscere di vivere in una famiglia disfunzionale

 

Cos’è una famiglia disfunzionale?

 

Un sistema in cui comportamenti sbagliati, abusi o conflitti accadono quotidianamente e minano il benessere di uno dei suoi componenti, è chiamato famiglia disfunzionale. Il continuo conflitto altera l’equilibrio del nucleo, quindi devia da ciò che dovrebbe essere la normalità. 

«A rendere disfunzionale una famiglia [...] è anche un passaggio temporaneo, con un inizio ed una fine, che si sviluppa in seguito a dei cambiamenti, come la morte di un caro, un trauma, un passaggio evolutivo faticoso, una malattia, un licenziamento... potremmo andare avanti a oltranza. Ed ecco che nel ritrovare un nuovo ritmo, uno nuovo equilibrio o la serenità persa la famiglia può incorrere in disfunzionalità, in blocchi, in danni, in manchevoli strumenti che si passano di mano in mano», ci sottolinea la psicologa e psicoterapeuta Giulia Amandolesi

Esistono svariati tipi di famiglie disfunzionali: una famiglia iperprotettiva, ad esempio, può causare una bassa autostima e difficoltà a cavarsela da soli, rendendo l’individuo poco indipendente e pronto ad affrontare le difficoltà della vita. Nonostante all’apparenza ciò possa non apparire come un comportamento negativo (dei genitori che si prendono “troppa cura” del figlio?), è sicuramente molto distante dall’idea di normalità, di un individuo capace di assumersi le proprie responsabilità man mano che cresce. O ancora, i nuclei familiari in cui manca la comunicazione possono indurre l’individuo a reprimere i propri sentimenti, portando problemi relazionali in futuro.

Il figlio cresce sì in una famiglia, ma non bisogna dimenticarsi che ben presto, quando sarà capace di intendere e di volere, presenzierà nella società come essere umano e dovrà sapere come rapportarsi con gli altri.

 

Perché è importante parlare di famiglia?

 

Ad oggi esistono molte categorie del macrogruppo “famiglia”, ma ognuna di esse è importante per definire il contesto in cui un individuo cresce e perché è il nucleo di partenza della nostra società.

Seguendo il pensiero sociale di Émile Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia moderna, la famiglia può essere considerata come organismo etico, derivante dalla teoria organicistica che prevede che gli individui non possano essere soli. Apprendono i comportamenti morali, per la prima volta, proprio all’interno del nucleo familiare.

In definitiva, la famiglia, plasma la prima personalità dell’individuo, il “come lui vivrà” all’interno della società. È proprio all’interno di questo sistema che avviene la trasmissione della cultura. Passano da una generazione all’altra gli usi, i costumi, ma anche la morale, l’etica e tutti i comportamenti prettamente appartenenti ad ogni nucleo familiare.

Risulta evidente che visto l’enorme peso che la famiglia, per ragioni puramente sociali, si sobbarca, merita una forte cura e attenzione.

È interessante capire come il concetto di famiglia si sia evoluto nel corso del tempo: che si tratti di famiglia monogenitoriale, composita (due persone separate si uniscono con i rispettivi figli), senza figli etc., è comunque il bozzolo in cui si formano le personalità dei figli. 

 

Le famiglie ieri

 

Cinquant’anni fa veniva visto come anormale avere un solo genitore, ancora di più avere i genitori separati: ricordiamo che la legge che introduceva il divorzio veniva emanata in Italia nel 1970. Prima di allora, non era possibile sciogliere il matrimonio; tuttavia, si poteva ricorrere alla separazione legale.

Il concetto di famiglia, fino all’incirca agli anni ’80, era piuttosto diverso da quello conosciuto ora: non esistevano tutte le sottocategorie sopraccitate, ci si atteneva alla “famiglia del Mulino Bianco”, dove tutto, almeno all’apparenza, doveva essere perfetto. Non esistevano problemi.

L’istruzione non era accessibile ai più, quindi era difficile individuare un malessere, qualora ci fosse, o persino dargli un nome. Parole come “abuso”, “manipolazione” o “dipendenza emotiva”, non appartengono al vocabolario dei nostri genitori, e ancor meno dei nostri nonni. Il ruolo genitore-figlio aveva confini ben delimitati, si richiedeva al figlio il massimo rispetto sia della persona adulta, indipendentemente dalla situazione. C’era maggiore distanza tra i famigliari e questo richiedeva una sottomissione diversa della prole. La divisione in ruoli era ben definita: la donna principalmente si occupava dei figli, mentre il padre lavorava. 

 

Le famiglie oggi

 

Questo schema, oggigiorno, non si ripete praticamente più: c’è maggiore parità tra i genitori, i figli sono più informati (basta infatti aprire un qualsiasi social per trovare video che trattano dei temi più disparati) e il rapporto tra di loro si è eguagliato. 

I comportamenti sbagliati, il conflitto e l’abuso vengono ora riconosciuti abbastanza presto. Non tutti, poi, decidono di risolverli tramite la terapia. Come si dice però? Riconoscere il problema è il primo passo per risolverlo. La consapevolezza può portare l’individuo a ribellarsi e reagire, interrompendo, almeno per una volta, uno schema di situazioni malsane.

Le generazioni dei nostri genitori e dei nostri nonni hanno molti tratti in comune, ma il Nuovo Millennio ha portato con sé talmente tanti cambiamenti da rendere socialmente distanti le generazioni successive: i conflitti in famiglia che alcuni si ritrovano a vivere ora, potrebbero essere strascichi di abitudini disfunzionali addirittura dei nostri nonni, tramandate ai nostri genitori, che a loro volta hanno riversato su di noi.

Inoltre, sembra banale ma potrebbe non esserlo, oggi sono i figli che spesso hanno qualcosa da insegnare ai nonni o ai genitori. Dal punto di vista meramente pratico, l’uso della tecnologia, indispensabile al giorno d’oggi, viene spiegato proprio dalla Gen Z, dai nipoti e figli. Questo sbilancerebbe completamente l’asse famigliare: in questo campo, non sarebbero quindi i genitori a trasmettere qualcosa, bensì i figli.


Le conseguenze dell’avere una famiglia disfunzionale: le parole della psicoterapeuta Amandolesi


«Sicuramente, un ambiente d’origine poco strutturato e solido può farci sentire senza radici, più soli e diffidenti verso il prossimo. Abitare, evolversi, conoscersi ed identificarsi all’interno di una famiglia disfunzionale vuol dire sperimentare e di conseguenza far propri, modelli relazionali, cognitivi ed emotivi patologici. È anche possibile, per fare un esempio, che si perda la capacità di comprendere, tollerare e comunicare le proprie emozioni, influenzando così a cascata tutte le nostre relazioni. Se ipotizziamo che molte famiglie funzionino effettivamente in questo modo, tenendosi ognuno per sé il proprio bagaglio, senza scambio e condivisione è facile immaginarsi come mai a livello sociale si riscontrino tante difficoltà emotive».

Oggi sono molto usati termini come “mommy issues” e “daddy issues”, che indicano una relazione disfunzionale con la madre o il padre nell’infanzia. Questi problemi possono, a loro volta, causare difficoltà nel fidarsi di altre persone e nell’individuare il giusto amore che spetta alla persona, poiché è stato riscontrato che tale disfunzionalità portino a questo tipo di problemi nella vita adulta.

 

Le famiglie disfunzionali sono una novità?

 

No, assolutamente. C’erano anche “una volta”, solo non facevano rumore. Ora c’è troppa consapevolezza perché questa problematica passi in sordina. 

«Certo, le famiglie sono sempre state disfunzionali [...]. Una volta, però, l’autorità genitoriale veniva messa meno di frequente in discussione, e i figli avevano il dovere culturalmente accettato di obbedire ai genitori, per questo motivo anche la violenza fisica come uno schiaffo “se fai i capricci” era spesso più tollerata. Adesso, le nuove generazioni, esposte a più possibilità, visioni e nuove forme di relazione, in cui ad esempio il mentore non è necessariamente l’allenatore della squadra a cui si appartiene ma un insegnante di yoga conosciuto tramite il profilo social, sono più inclini a mettere in discussione i genitori. Questo ha creato una crisi negli adulti che, talvolta, faticano a interpretare il loro ruolo, così come i figli hanno difficoltà a veder “crollare” le loro guide». Questo intervento della psicoterapeuta Amandolesi è importante per capire il nocciolo della questione: benché il nucleo familiare disfunzionale esista da sempre, è cambiata la cultura che ruota attorno a esso. Un mondo nuovo, cambiato, ha spostato il focus dell’autorità. Se prima era solo il genitore o un parente, ora la Gen Z tiene in considerazione anche persone esterne alla famiglia, entrando quindi in contatto con altre realtà, che si mischiano con quella della famiglia di appartenenza. E non sempre si amalgamano, portando a scontri tra il figlio e i genitori.

Lo stravolgimento della società e delle abitudini delle persone ha portato a un cambiamento radicale nel nucleo famigliare, che è fortemente rivoluzionato in confronto a un ideale rispettato per decine di anni. 


Per concludere, le abitudini disfunzionali non sono una novità, ma oggi vengono affrontate più frequentemente rispetto a quanto accadeva prima. Noi della Gen Z siamo una generazione più informata, che ha accesso a molti più contenuti e può ascoltare più voci. Questo comporta maggiore consapevolezza che alcuni trasformano in forza di volontà per interrompere il ciclo disfunzionale e mettergli la parola fine. 

La famiglia disfunzionale risulta sempre presente ma mutata nelle sue caratteristiche, ciò permette anche uno specchio della società attuale.


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