Emergenza sanità: ma chi cura i curatori?

Sono sempre di più le difficoltà legate al mondo sanitario. Tra carenze, turni estenuanti e violenze i medici e gli infermieri sono sempre più sottoposti a stress lavorativo. Chi cura i curatori?

Le notizie di aggressioni al personale sanitario negli ospedali sono sempre più frequenti, tanto da aver spinto le istituzioni ad attuare strategie volte al contenimento del fenomeno. La situazione risulta alquanto complessa, e solleva un grosso dubbio fino ad ora trascurato: chi cura i curatori?

Dalle difficoltà della pandemia alle carenze odierne

La pandemia ha acceso un grosso riflettore sulle numerose difficoltà che i professionisti sanitari hanno affrontato prima e dopo l’emergenza. Risultano innegabili i forti punti di debolezza di un sistema sanitario tanto fondamentale alla società quanto spesso lasciato indietro e non supportato come necessiterebbe. Come se non bastasse, dati recenti dimostrano una situazione emergenziale per gli stessi sanitari.

Il report dell’ONSEPS

Nel 2020 il governo ha promulgato una Legge - la n.113 8/2020 - che si esprime in tema di sicurezza del personale sanitario. In particolare, la norma ha istituito l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti, le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), il quale ha evidenziato che la forma di violenza più diffusa è quella verbale, rivolta principalmente alle infermiere. Inoltre, il 61,9% degli operatori sanitari ha subìto una forma di violenza - fisica o verbale - sul posto di lavoro nei precedenti 12 mesi. Come anticipato, i luoghi in cui avvengono maggiormente tali episodi risultano essere i reparti d’urgenza e quelli psichiatrici[1]. A confermare ciò è l’Associazione Medici Stranieri in Italia (AMSI), che nei primi tre mesi del 2025 ha registrato più di 2000 casi di violenza e quasi 6500 casi di aggressione sui professionisti della salute, un +37% rispetto al 2024[2].

Quali sono le cause della violenza?

Sono dati che portano ad un’ampia riflessione. Proprio durante la pandemia i sanitari erano definiti “angeli” e visti - com’è giusto che sia - come colonne della società. Come spesso accade però con i grandi eventi mondiali, a partire dalle guerre, l’opinione pubblica ha sviluppato ancora una volta una rapida indifferenza e insensibilità rispetto ai sacrifici dei professionisti sanitari. Ecco che - riporta sempre l’ONSEPS[1] - quelli che fino a pochi anni fa erano “angeli”, oggi vengono aggrediti per eccessivo tempo di attesa e scarsa conoscenza da parte del paziente del sistema sanitario, due delle cause più comuni alla base degli atti ostili.  

Non solo violenze

Come se non bastasse, il personale degli ospedali è costretto a fronteggiare una situazione sempre più critica. Come riportato dalla Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza, dal 2020 gli accessi annui agli ospedali sono aumentati del 29%, a fronte però di carenza del personale, accessi impropri e boarding - ovvero eccessiva permanenza dei pazienti in attesa - oltre che della suddetta violenza[3].

Photo by CDC

Prendersi cura di chi cura: la necessità di supporto psicologico

Vivere costantemente a tu per tu con le sofferenze e i dolori dei pazienti pone in partenza i professionisti sanitari in una posizione complicata. Saper gestire efficacemente le proprie emozioni - riuscendo così a stabilire anche un migliore rapporto con il paziente - risulta dunque un valore fondamentale per tutti coloro che pongono le proprie forze al servizio della cura degli altri. Curare chi cura non significa soltanto garantire il benessere del singolo professionista, ma - di riflesso - anche di tutti coloro che vengono assistiti.

Come affrontare l’emergenza?

Già nel 2020 il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma aveva istituito programmi di supporto psicologico per medici, infermieri e operatori sanitari. Ad oggi, le linee guida di intervento sono numerose. Per fare un esempio, l’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management - che collabora con le aziende ospedaliere della regione Lombardia - lavora parallelamente in direzione preventiva e in senso supportive, intervenendo dunque prima o dopo un evento segnante. Una strategia che potrebbe risultare agevolmente applicabile negli ospedali è quella del peer-to-peer support, secondo cui alcuni professionisti appartenenti all’azienda ospedaliera vengono formati al supporto dei propri colleghi, divulgando poi strategie efficaci per affrontare stress e traumi. Naturalmente ciò rappresenta uno step aggiuntivo ai già comuni e fondamentali spazi di supporto psicologico riservati ai professionisti e che sono operati da psicologi spesso membri dell’équipe ospedaliera, come nel caso del Policlinico Gemelli.

Non voltiamo lo sguardo

La sanità pubblica rappresenta un’enorme ricchezza per la società, e come tale va tutelata, supportata e protetta. Al di là delle comuni lamentele - in parte legittime e fondate - risulta importante oggi più che mai non abbassare lo sguardo dinanzi a fenomeni aberranti e controproducenti, certamente frutto di motivazioni sociologiche e psicologiche ben più ampie, ma ingiustificabili. In una società in cui sempre più medici sono portati alla fuga - e l’AMSI segnala la mancanza di sicurezza come principale motivo di dimissioni[2] - è fondamentale, innanzitutto per le istituzioni, creare un luogo di lavoro sicuro, soddisfacente e in grado di esprimere le potenzialità dei professionisti, senza lasciare nulla e nessuno indietro: prendersi cura di chi cura significa, in un certo senso, curare anche la collettività.

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