Cosa c’entra l’ambiente con il femminismo?

Non esiste un solo movimento femminista, ne troviamo diverse ramificazioni, tra le quali troviamo l’ecofemminismo. Si tratta di un movimento che analizza le connessioni tra l’ambiente e il destino delle donne.

Uomo/donna, cultura/ambiente, ragione/sentimento, noi/loro. La nostra società è intrisa di dualismi, i quali descrivono il mondo come diviso in poli opposti. Ma non si limitano a questo: nella visione dualista il primo termine è associato alla superiorità, mentre il secondo all’inferiorità. Un modo di ragionare – spiega l’attivista ecofemminista Marti Kheel – che ci arriva dalla filosofia greca antica e della religione ebraico-cristiana, nonché rafforzata nel ‘600 con l’emergere della visione del mondo scientifica e meccanicistica sfociata nello sfruttamento di donne, animali e natura

Le gerarchie sono state sostenute e giustificate dicendo che ci aiutano a compiere scelte morali, fissando il valore delle componenti della natura attraverso alcuni criteri razionali. Ma la razionalità, secondo Kheel, sarebbe fallace nel tentativo di creare regole, perchè che non tiene conto dei continui cambiamenti della componente istintiva, emotiva e spontanea delle situazioni in natura. 

Ecofemminismo: cos’è e perché nasce 

Nato tra gli anni ’60 e ’70, l’ecofemminismo è movimento e una corrente di pensiero che ha lo scopo di individuare le connessioni presenti tra l’ambientalismo, il femminismo, il razzismo e l’antispecismo. Ma cosa c’entrano queste quattro cose l’una con l’altra? Qual è il minimo comun denominatore? La risposta è la seguente: la logica di oppressione e di dominio che si trova alla base di queste – e tutte le altre –discriminazioni

Il pensiero ecofemminista analizza proprio tale connessione tra questi elementi con lo scopo di elaborare una morale che punta ad annullare ogni forma di oppressione. Allo stesso tempo, sottolinea che in un mondo caratterizzato dalla supremazia maschile, donne, ambiente, animali non-umani e persone non bianche appartengono a categorie affini, in quanto sono state considerate per secoli come proprietà e/o beni

Il degrado e lo sfruttamento ambientale, quindi, si fanno temi femministi perché sono legati all’oppressione delle donne. In che modo? Ce lo racconta Vandana Shiva, scienziata e attivista indiana. 

Il caso dell’olio di senape in India 

Ci troviamo alla fine degli anni ’90 quando – secondo il racconto di Shiva – l'autonomia alimentare delle donne, in India, fu messa a dura prova dall’industria, la quale fece proprio il mercato dell’olio di senape. Questo è un alimento di base nel Paese e i produttori locali lo vendevano spremendolo direttamente davanti ai clienti, i quali potevano così garantirsi la salubrità del prodotto

Nel 1998 – continua a raccontare Shiva nel suo testo “La terra ha i suoi diritti. La mia lotta di donna per un mondo più giusto” – l’olio di senape fu contaminato con semi di papavero e oli industriali, provocando un’intossicazione alimentare che portò a vietare la produzione locale

Quello venduto dall’industria era però troppo caro e le donne non ne ebbero più accesso, così risposero con la resistenza, annunciando la nascita di un movimento di disobbedienza al divieto dell'olio di senape, continuando ad auto-produrlo e sostenendo i produttori locali, riuscendo a reintrodurlo nella loro dieta. 

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L’ecofemminismo ci ricorda che siamo legati all’ambiente in modo profondo 

L’ecofemminismo ci ricorda anche che abbiamo delle responsabilità nei confronti degli altri organismi – siano questi viventi o non viventi – e porta con sé una profonda consapevolezza dell’interdipendenza tra le diverse forme di vita. Un punto di vista che contrasta fortemente con la visione antropocentrica, la quale si fonda sull’attribuzione di un mero valore strumentale alla natura e alle altre entità che ne fanno parte, escludendo la possibilità di tutela indipendente dall’uso umano: l’ambiente sarebbe – in questo modo – un’estensione di cui noi umani possiamo usufruire a piacimento. 

Ma se vogliamo assicurare alle generazioni future un mondo vivibile è auspicabile allargare la sfera etico-morale anche alle entità non umane. Il conservazionismo dovrebbe mutare e adottando una visione che non punta solamente a preservare le risorse naturali per l’umanità, altrimenti rischiamo di cadere in un loop infinito di sfruttamento e di recupero del salvabile. Noi umani, quindi, dobbiamo ritrovare un senso di appartenenza alla Terra e recuperare la relazione con le altre specie. 

Ma quello descritto finora non era già parte dell’ambientalismo? A che serviva creare l’ecofemminismo? 

Il movimento femminista secondo Marti Kheel – attivista ecofemminista vegan – introduce nell’etica ambientale è il riconoscimento che ci sta a cuore qualcosa. Che vuole dire? Non significa mettere da parte la ragione, il razionale, ma affiancargli anche la sfera emotiva in modo che si integrino e si alimentino a vicenda. 

Il problema, infatti, secondo Kheel, è che separandoci dalla natura anche le emozioni ci hanno seguito, per cui un modo per far tornare insieme sfera emotiva e razionale è quello di sperimentare direttamente l’impatto delle nostre decisioni morali. Su questa linea, porta come esempio proprio il nutrirsi di animali non umani, affermando che se siamo convinti che mangiare carne sia giusto, allora non avremmo problemi a visitare i mattatoi, quando invece questi sono posizionati ben lontani dai nostri occhi e dalle nostre orecchie. Quando siamo fisicamente rimossi dall’impatto diretto delle nostre decisioni morali – continua – veniamo privati di importanti stimoli sensoriali che potrebbero influenzare le nostre scelte morali. 

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Abbracciamo l’intersezionalità 

L’ecofemminismo dà vita alla pratica dell’intersezionalità, una tendenza che ultimamente si fa sempre più forte. Questo perché iniziamo a riconoscere che – spesso e volentieri – le battaglie coincidono, hanno qualcosa in comune: di solito, l’oppressione. E che senso ha manifestare contro di essa quando siamo noi stessi, poi, a praticarla verso altri – che si parli di umani o meno? 

L’approccio intersezionale è necessario per costruire una società unita, che sia realmente sostenibile, rispettosa dell’ambiente, degli animali e delle persone stesse. L’intersezionalità serve perché sono in primis questi tre elementi ad essere collegati fra di loro e lasciarne indietro uno potrebbe rallentare i progressi anche riguardo agli altri. Per questo motivo dobbiamo riconoscere i punti in comune tra i diversi movimenti, lavorare su di essi e ritrovare un senso di cura verso tutte le altre entità con cui condividiamo il Pianeta.


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