Dall’Ariston a Palazzo Chigi: ma come si è passati da caso televisivo a caso politico?

Il comico Andrea Pucci rinuncia a Sanremo dopo lo scoppio delle critiche a seguito della sua nomina ufficiale. Il caso ben presto ha assunto una natura politica. Ma cos’è successo?

Manca poco più di una settimana al via della 76esima edizione del Festival di Sanremo, ma già fa parlare di sé. Stavolta - però - non c’entra la musica: a scatenare i social è stata la designazione alla co-conduzione di Andrea Pucci, comico milanese finito ora al centro di un caos politico. Ma cos’è successo nello specifico?

Il caso Pucci: da Sanremo a Roma

Tutto parte il 6 febbraio quando - sui propri canali social - Carlo Conti annuncia la presenza di Lillo e Andrea Pucci come co-conduttori del Festival, concedendo loro una serata a testa. Dopo poco tempo, i social si sono riempiti di indignazione, insulti e - sembrerebbe - minacce indirizzate direttamente al comico.

Perché questa risposta?

La reazione feroce dell’opinione pubblica arriva - in realtà - dopo anni di contestazioni più moderate che accusavano Pucci di sessismo e omofobia, a causa della presenza, nei suoi spettacoli, di battute controverse indirizzate a donne e omosessuali. D’altronde, lo stesso Pucci tempo fa si è autoproclamato come “unico comico di destra” e fortemente contrario al “politically correct”. Insomma, la ricetta perfetta per la solita retorica del “non si può più dire niente” che già da tempo ha mostrato la propria fallacia logica, al netto naturalmente degli estremismi culturali dal senso opposto che non hanno fatto altro che alimentarla.

La rinuncia di Pucci

A distanza di 48 ore, il comico ha prontamente deciso di abbandonare l’incarico, attraverso un post social (ora scomparso), in cui riteneva inaccettabili epiteti come “fascista” e “omofobo”, difendendo la propria comicità come libera da ogni forma d’odio. Andrea Pucci, infatti, riteneva il “patto con il pubblico” ormai compromesso, reputando la rinuncia alla co-conduzione come la scelta migliore. 

Cosa c’entra la politica?

Da anni, il tema del politically correct è al centro della propaganda populista promossa da una buona parte di politica che, se da un lato lo utilizza come specchio per le allodole per smuovere le masse verso l’individuazione di nemici imminenti della libertà democratica (un vero e proprio caso di lotta ai mulini a vento), dall’altro si arrampica ad un tema così inflazionato con tempi e modalità errate, non riuscendo a restituire una visione analitica, complessa e complessiva del fenomeno - in tutti i suoi chiari, grigi e scuri - ma costituendosi soltanto come un mero Bastian contrario, del tutto in linea con il "gioco dell'opposizione". 

Come è possibile dedurre, il caso Pucci era di per sé un’occasione troppo ghiotta per rinunciare al salotto politico fatto di urla e prevaricazioni verbali reciproche. Unito alla mediaticità del contesto in cui è avvenuto, il gioco è fatto: ben 48 minuti dopo l’annuncio (curiosa la celerità, considerando che, come dichiarato al CdS, sapesse a stento chi fosse Pucci), la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha espresso solidarietà per Pucci, allertando l’Italia di una “deriva illiberale” - definita “spaventosa” - perpetrata dalla sinistra. Tajani, La Russa e Salvini hanno espresso un pensiero analogo. PD, M5S e Italia Viva hanno invece rilevato l’assurdità della scelta della maggioranza di dare una tale risonanza politica alla questione rispetto a temi più “concreti” e ad “emergenze sociali”. Nel complesso, si riconferma quanto detto in precedenza: la propaganda galoppa e le "opposizioni" non hanno capacità, coscienza e conoscenza adatte per contrastarla.

La contro-risposta social

La propaganda chiama, una parte dell’opinione pubblica risponde. Ad oggi la figura di Pucci ne esce, almeno per una fazione, come un martire e un paladino della libertà di parola. Non mancano, infatti, i commenti di solidarietà espressi sotto ai suoi post da parte di fan (e non) che lo ringraziano dell’impegno contro “zecche” e “comunisti” non meglio definiti e identificati (ma che da decenni continuano a terrorizzare buona parte dell’elettorato, ne sarebbe felice McCarthy).

Da Carlo Conti arriva invece una risposta equilibrata: sorpresa per la risonanza del caso ma con l’intenzione di voltare pagina. Nel frattempo, il conduttore toscano - al suo quinto Sanremo quest'anno - tiene a specificare la sua assoluta libertà sulle scelte artistiche del Festival, con buona pace per la politica tutta.

Siamo solo all’inizio?

Il Festival arriva in mesi di fermento politico, dove non sono mancati forti scontri ideologici (e non) riguardo una molteplicità di tematiche interne ed estere. Il caso Pucci resterà forse isolato, ma non è da escludersi la presenza di altre forme di dibattiti più o meno politici sul palco dell’Ariston.

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