Ci basta “dimenticare” le altre lingue per imparare la nostra?

Un viaggio nel linguaggio e una domanda:«come impariamo la nostra lingua madre?»


Come impariamo la nostra lingua madre? È sufficiente “dimenticare” le altre come ci suggerisce la teoria dell'«apprendimento per dimenticanza»? Andiamo a scoprirlo! 

Ma ancor prima di calarci nel vivo della questione, mi sembra giusto narrare brevemente la sua genesi.

È marzo 2024, seguo la mia prima lezione di Linguistica generale in Università, apro per la prima volta il manuale, inizio a sfogliarlo e mi fermo lì, al capitolo dedicato all’acquisizione e all’apprendimento del linguaggio.

Mi colpisce, come molti, un paragrafo. Ricordo anche una chiacchierata con una collega che iniziava con: «Ma l'hai letto? Che fig*ta!»

Lo riporto qui: «Dal momento in cui un neonato deve essere in grado di imparare qualunque lingua del mondo (naturalmente non ereditiamo la lingua dai nostri genitori biologici: impariamo quella cui siamo esposti), egli deve essere quindi in grado di percepire tutte le differenze tra i suoni che svolgono un ruolo in ognuno di esse. Solo in un secondo momento potrà concentrarsi sui suoni significativi della lingua cui è esposto. [...]Descritto con una formula felice «un apprendimento per dimenticanza». [Mehler e Dopoux 1990] (Graffi, Scalise 2013).

Sono queste poche frasi a far nascere in me una curiosità sconfinata. Quello che scopriremo insieme, infatti, non è altro che il frutto di quel sentimento improvviso che sentii mesi fa.


Impariamo la nostra lingua madre dimenticando?

Sulle tappe anagrafiche “fisiologiche” dello sviluppo del linguaggio gli studiosi sono abbastanza concordi, ma la questione rimane aperta sul come esso avviene.

«L'apprendimento per dimenticanza» è parte di una precisa posizione teorica in ambito linguistico ossia il generativismo, che vede il suo iniziatore nello studioso Noam Chomsky. Teoria nata negli anni ‘50 del secolo scorso, ha il proprio focus sull’aspetto cognitivo del linguaggio e sulle dinamiche che lo regolano. In tal senso, infatti, sottolinea maggiormente gli aspetti comuni dei sistemi linguistici piuttosto che le differenze.

Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Eleonora Marocchini, psicolinguista e scienziata cognitiva:

«Questa teoria prevede che ogni bambino abbia in potenza nel suo cervello tutte le lingue del mondo o quantomeno sia predisposto all'acquisizione di qualsiasi lingua. È il motivo per cui le tappe dello sviluppo linguistico appaiono molto simili in tutto il mondo a prescindere dalla lingua a cui si è esposti. Per alcune di queste teorie, quindi, la lingua madre deve essere solamente riattivata attraverso l’input linguistico che, nei primi anni di vita, è rappresentato quasi esclusivamente dall’ascolto dei genitori e dalla famiglia in senso ampio».

L'input quindi nella tesi generativista ha il ruolo di guidarci lungo un processo di selezione di ciò che ci è utile per la lingua(e) che andiamo ad acquisire, tutto il resto viene dimenticato, cioè escluso.

In un'intervista rilasciata alla rivista scientifica “Ticino Scienza”, Andrea Moro, professore di Linguistica Generale, vicino al generativismo, sottolinea:

«[...] Esiste un’architettura neurocerebrale, cioè una rete di circuiti che condizionano il codice del linguaggio. Ne segue che tutti partiamo con le stesse istruzioni adatte a tutte le lingue, ma quelle che non utilizziamo, entro più o meno i cinque-sei anni di età, decadono. Le dimentichiamo. Ciò che sopravvive diventa la grammatica della “mia” lingua».


La sovrageneralizzazione: un processo erroneo fisiologico 

Alcuni processi peculiari dello sviluppo linguistico d'altronde sembrano dar ragione a questa teoria come, ad esempio, la sovrageneralizzazione delle regole grammaticali. Si verifica quando, ad esempio, il bambino applica ai verbi irregolari le stesse regole di formazione di quelli regolari, un processo che potremmo definire per analogia.

«I bambini» afferma Marocchini «ti dicono per esempio: “ho piangiuto” prima di capire che si dice “ho pianto” perché hanno effettivamente una competenza. Come fanno ad averla? Secondo i generativisti, la hanno in maniera innata e solo successivamente la confermano o la escludono».


Ci basta “dimenticare” le altre lingue per imparare la nostra?

Teoria affascinante e d’impatto, la teoria dell’apprendimento per dimenticanza è stata in parte superata o perlomeno si è detto: «Aspettate, è vero, sì che concorrono nello sviluppo del linguaggio fattori biologici, ma non solo». Si è arrivati quindi a delle posizioni più moderate, stemperate dal funzionalismo nel quale l'aspetto essenziale del linguaggio risiede nel ruolo che svolge nella comunicazione. 

«In questo senso, un problema ulteriore lo pone la pragmatica: a cosa ci serve il linguaggio? A comunicare e il bambino sembra farlo inizialmente come può: lallazione, parole o frasi sconnesse».

Nelle tesi funzionaliste, il focus rimane comunque sui fattori ambientali e quindi sugli input linguistici.

«Ad oggi» - afferma la Dott.ssa - «nessuno degli studiosi è così rigido. I generativisti riconoscono l'importanza dell'input nella selezione, nella “dimenticanza” appunto, e i funzionalisti sanno benissimo che il linguaggio è una facoltà che ha una base se non biologica, perlomeno cognitiva. Tanto è vero che, ad esempio, ricevere stimoli linguistici può non portare a una produzione verbale tipica alcune persone non verbali».


Il bambino selvaggio e il linguaggio: uno scossone al generativismo

Era il 1978 quando nei boschi del distretto di Aveyron, in Francia, fu trovato un bambino di 13 anni. Víctor non parlava, emetteva al massimo dei suoni. Il suo comportamento era inoltre parecchio aggressivo. Jean Itard - medico e pedagogista- dopo aver dimostrato che non avesse disabilità intellettive e che non fosse sordo, decise di educarlo, ma l’operazione più complessa fu insegnargli a parlare. Infatti, nonostante ci provó, il ragazzino non riuscí mai ad avere una padronanza adeguata della lingua: parole o al massimo brevi frasi.

«Questo caso» sostiene la studiosa «rappresenterebbe un problema per una posizione generativista rigida e assoluta, perché evidenzia chiaramente come in assenza di input linguistico il linguaggio non si sviluppi».


Leggi anche: Il bambino selvaggio: cosa succede a non crescere in una società?


La nostra lingua madre deve essere sperimentata

Ma perché il «bambino selvaggio» non riuscirà mai ad avere una - anche minima - padronanza della lingua?

Victor superò il periodo critico del linguaggio prima di imparare a parlare. Ma cosa si intende con questa espressione? È una finestra temporale durante la quale la capacità di percepire ed elaborare informazioni provenienti dal mondo esterno - ma non solo - può essere facilmente modellata e alterata dall'esperienza. La mancanza di essa in questo determinato periodo non può essere in alcun modo contrastata. E ne consegue che il risultato - come nel caso dei bambini selvaggi - sia sostanzialmente irreversibile.

Eric Lenneberg, linguista, psicologo e teorico del periodo critico nel linguaggio sostenne, infatti, che esso si chiuderebbe entro - e non oltre - l’adolescenza. Ma la fase decisiva rimane indubbiamente quella che intercorre tra il primo anno di vita e i tre, appunto deputata agli input quasi esclusivamente sonori.

«A tal proposito» - precisa l'esperta - «è essenziale parlare con i bambini. E anche con le persone non verbali poiché produzione linguistica e comprensione non sono la stessa cosa, un bambino che non riesce a rispondere - o non può - non è detto che non capisca. È essenziale, inoltre, una buona qualità dello stimolo, non semplifichiamo sempre e troppo quando parliamo con i bambini e di fronte a loro, anche se il cosiddetto “baby talk” ha la sua funzione nelle prime fasi di vita, perché la loro acquisizione si basa proprio sul nostro stimolo».


A facoltà complesse, risposte complesse…

Il linguaggio è una facoltà complessa e richiede per tale motivo risposte e riflessioni complesse: fattori ambientali, biologici e cognitivi, lo rendono ciò che è.

Arroccarsi quindi in una posizione, senza considerare l'apporto essenziale delle altre teorie, è controproducente e scientificamente banalizzante.

E, forse, comprenderne la sua complessità ci guida nel suo utilizzo consapevole.

Un intellettuale poliedrico come Italo Calvino in “Lezioni Americane” aveva proprio colto il peso sue parole e la relazione con il mondo, quando scrisse: 

«Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze».


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