Bias dello Status Quo: perché resistere al cambiamento ci penalizza
Scopri cos'è il bias dello status quo, come influenza le nostre decisioni quotidiane e cos'è la nostra innata avversione al rischio.
Cos'è il Bias dello Status Quo?
C'è un motivo per cui resti aggrappato al vecchio piano telefonico, al lavoro che non ti stimola, al solito brand di cereali. Si chiama bias dello status quo e ti sabota ogni volta che ti affidi al "meglio restare come si sta". Questo bias si riferisce alla tendenza a preferire lo stato attuale delle cose e a resistere al cambiamento. Il bias dello status quo è una scorciatoia cognitiva che ci sabota dall’interno, anche quando esistono alternative migliori. Non a caso questa tendenza è alimentata dalla familiarità e dall'avversione al rischio, facendoci percepire il cambiamento come una minaccia piuttosto che un'opportunità.
Ma perché lo facciamo? E soprattutto: che cosa rischiamo di perdere?
Origini del concetto
"Status quo" è una locuzione latina che significa "lo stato attuale delle cose”. Il termine "bias dello status quo" è stato introdotto nel 1988 dagli economisti William Samuelson e Richard Zeckhauser. Nei loro studi, hanno dimostrato che gli individui tendono a mantenere decisioni o comportamenti preesistenti per evitare i rischi associati al cambiamento. E questo ha portato a grandi risvolti nella comunità scientifica.
L’esperimento: il portafoglio d’investimento
I ricercatori hanno presentato a un gruppo di partecipanti scenari ipotetici con più opzioni di scelta, una delle quali era la condizione attuale (lo status quo), mentre le altre rappresentavano possibili alternative.
Immagina di aver appena ereditato un portafoglio di investimenti. Puoi:
- Tenerlo com’è (azionario 50%, obbligazionario 50%)
- Ribilanciarlo in modo più profittevole (es. 80% azioni, 20% obbligazioni)
- O renderlo più prudente (es. 20% azioni, 80% obbligazioni)
La maggior parte sceglieva lo status quo (la situazione attuale), anche quando le alternative erano chiaramente più vantaggiose. Per la stessa ragione continui ad avere la stessa banca e potrebbe essereperché dai poche chance a un nuovo brand in generale, anche quando nuove offerte sono più vantaggiose. Samuelson e Zeckhauser conclusero che l'inerzia cognitiva e la paura di cambiare bloccano l'azione. E questo accade anche se il cambiamento sarebbe razionale. Non lasci anche tu forse le stesse impostazioni di default quando scarichi un'app?
Leggi anche: Il paradosso della scelta: decidere in un mare di opzioni
Meccanismi psicologici alla base del Bias dello status quo
Lo stesso Daniel Kahneman, autore di ‘Pensieri lenti e veloci’, ha collegato il bias alla loss aversion, ovvero il concetto secondo cui le persone odiano perdere più di quanto amino guadagnare. In poche parole: il cambiamento implica sempre un rischio, e il nostro cervello preferisce evitarlo, anche quando potrebbe potenzialmente portare grandi benefici.
Kahneman e il suo collega, Amos Tversky, hanno spiegato, sempre nel ‘88, come il bias dello status quo sia influenzato da due fattori principali: l'avversione alle perdite e l'effetto dotazione. L'avversione alle perdite si spiega con il fatto che a livello emotivo e psicologico ci impattano molto più le perdite che i guadagni – come abbiamo già visto qui. Mentre l'effetto dotazione ci porta a sovrastimare il valore di un bene che si possiede rispetto a quanto si sarebbe disposti a pagare per ottenerlo.
La Svezia anti ‘Status Quo’: da paese conservatore a icona di modernità
Hans Rosling, autore del libro ‘Factfulness” ha spiegato il bias dello status quo associandolo all’istinto del destino. Con una discreta semplicità egli ci fornisce diversi esempi, tra cui troviamo il progresso economico/sociale della Svezia, suo Paese natale. La Svezia che oggi è considerata avanzata era il tuo stereotipo di paese sottosviluppato appena 100 anni fa. Ecco alcuni esempi:
- Istruzione: nel 1940, in media, gli svedesi frequentavano la scuola solo 4 anni. Oggi, oltre l'80% accede all'università.
- Mortalità infantile: nel 1920 morivano 1 bambino su 10. Nel 2024 se ne contano meno di 2 ogni 1.000.
- Diritti delle donne: il suffragio femminile è arrivato 'solo' nel 1921. Oggi, il 46% del parlamento è composto da donne.
- Tecnologia: nel 1956 solo il 20% delle famiglie aveva una TV. Ora la Svezia è hub europeo per le startup tech.
La Svezia è avanzata oggi, perché è cambiata già ‘ieri’, non perché è rimasta fedele alle sue tradizioni. In pratica, esattamente l'opposto di quello che è il del bias dello status quo.

Bias Status Quo: e se il vero rischio fosse restare fermi?
Quando innovare significa rompere con la comodità
Come dimostrato dall’articolo pubblicato su MIT Technology Review, molte delle innovazioni più radicali – dal cloud computing ai vaccini mRNA – non hanno trionfato perché erano migliori, ma perché qualcuno ha detto no allo status quo. Le tecnologie emergenti non si affermano da sole: devono prima vincere la resistenza emotiva e cognitiva del pubblico, degli investitori, e persino degli stessi sviluppatori.
Il bias dello status quo più che un un limite, è una barriera al progresso collettivo. Le imprese innovative che vogliono cambiare il mondo devono, prima di tutto, cambiare la mente delle persone. E per farlo, devono ristrutturare la narrazione del rischio. Non è forse più pericoloso “restare fermi” piuttosto che “cambiare”? Serve il coraggio di dire no alla normalità, anche quando è comoda, e delle volte anche quando è redditizia.
Conclusione
Il bias dello status quo è il vero motivo per cui rimandiamo una scelta, restiamo in relazioni logore, accettiamo offerte mediocri, resistiamo al nuovo anche quando la realtà bussa (oggi con i dati alla mano). Delle volte accettare il cambiamento è un dovere verso noi stessi, anche se “si è sempre fatto così”. Perché, in fin dei conti, ogni progresso – personale o collettivo, silenzioso o chiassoso – nasce da una frattura. E il cambiamento non bussa alla porta, il cambiamento irrompe, e il mondo è costretto a mutare, in continuazione (bias compresi).
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