Tancredi, "Peggio di così": quando supplichi l'altro di restare

Dalla sua carriera al suo ultimo singolo: scopriamo insieme chi è Tancredi!

Nei scorsi abbiamo conosciuto e intervistato Tancredi, prodigio musicale milanese classe 2001 e già famoso per le sue partecipazioni ad Amici 20 - dov’è stato semifinalista - e a Sanremo Giovani 2023

Durante la lunga chiacchierata abbiamo parlato un po’ della sua vita e della sua musica, partendo dagli inizi e con qualche piccolo spoiler sui progetti futuri. 

E abbiamo riso un sacco!

Tancredi, 60 secondi per Nxwss

Un minuto per rispondere a più domande possibili, con tanti fail e altrettante risate. Insieme a Tancredi abbiamo pubblicato un reel per scoprire qualcosa in più su di lui e sulle sue preferenze: dall’oroscopo al feat dei suoi sogni, corri a vederlo su Instagram!

Parlaci un po’ di te: chi è Tancredi?

Nato a Milano, classe 2001, segno zodiacale dei Pesci: Tancredi vive di musica sin dall’adolescenza.

«Ho iniziato alle scuole medie suonando il piano; dovevo andare al conservatorio, ma non è andata bene perché preferivo giocare a calcio. A quell’età ascoltavo soprattutto rap, ed è stato proprio quel genere a farmi iniziare con le prime “strofone”: versi giganteschi, tantissimo testo e senza ritornello».

La musica - mai come questa volta il termine è azzeccato - cambia con l’arrivo delle prime lezioni di canto ai tempi delle superiori:

«Dopo aver iniziato a cantare ho scoperto quanto mi piacesse scrivere i ritornelli, e così ho iniziato a concentrarmi su di essi: devo dire che anche ultimamente mi divertono molto più delle strofe. Alla fine del liceo è iniziata davvero la mia carriera da cantante, con i primi due singoli rilasciati e un contratto filmato con la Warner. Poi c’è stato Amici e sono ancora qui, a sgomitare per far conoscere le mie canzoni».

Il tuo nome d’arte e quello reale coincidono: perché questa scelta?

«Beh, la prima motivazione è semplice: è un nome figo. Penso sia abbastanza raro, se non unico fra gli artisti: non me ne vengono in mente altri con lo stesso nome».

Gli abbiamo dunque domandato da quanto tempo lo ha scelto come nome d’arte e se la sua coincidenza con il nome anagrafico significhi qualcosa nel dualismo artista-vita privata:

«A dire la verità sì, mi sono sempre chiamato così, ma con una piccola differenza: verso i 15 anni ero Tankredi, con la k; quando mi sono accorto che fosse cringe ho deciso di cambiarlo, lasciando semplicemente Tancredi. Alla fine ho scelto il mio nome, e in effetti coincide con il mio punto di vista sulla figura del cantante e della sua vita personale; io non faccio alcuna distinzione, e anzi ti direi che le mie due “esistenze” combaciano. Questo si riflette sia nella musica, perché racconto sempre storie mie, personali, sia nel privato: sono così con te, sono così con mio padre e lo sono con chiunque altro».

Hai introdotto la tua famiglia: ti va di parlarci di come l’ambiente domestico abbia influenzato il tuo percorso?

«I miei genitori mi hanno influenzato, seppur inconsciamente. Il fatto che entrambi lavorino “creando cose dal nulla*” deve avermi spronato nel fare lo stesso in ambito musicale; questo però l’ho capito dopo, e non mi sono mai dato l’obbligo di fare qualcosa soltanto perché la stavano facendo loro. Mi piaceva e mi piace ascoltare musica in generale, dunque ho pensato: perché non farlo?».

Chiedendogli invece che rapporto abbiano i parenti con i suoi brani:

«A dir la verità i miei non ascoltano troppa musica, anzi, davvero poca; devo dire che si sono appassionati da quando ho iniziato a farla, e adesso sentono qualche pezzo in più. In ogni caso, però, mi sono sempre stati vicini, soprattutto mio padre: nonostante avessi detto di no al conservatorio, con l’obiettivo di ritagliarmi un piano b, lui ha insistito nel dirmi di seguire il “piano a”, e dunque la mia vera passione per la musica».

Parliamo invece di influenze esterne: hai iniziato col rap cambiando tanti generi, ma chi sono state le tue ispirazioni sin da piccolo?

«Anzitutto YouTube! Nel senso che curiosando in rete scoprivo come la gente facesse musica per poi iniziare anche io, diventando una sorta di musicista “self-made”. Per quanto riguarda quelli che possiamo definire “i miei idoli”, invece, direi tutti quelli della crew Machete: da Salmo con Midnight ed Hellvisback fino a Gemitaiz, MadMan e Dani Faiv, tanto che ascoltandoli pensavo di volerlo fare anch’io. Andando avanti con gli anni il percorso e i gusti sono cambiati, e ora di rap non ne ascolto così tanto».

Hai duettato con Donatella Rettore in un brano, "Faccio da me", dalle sonorità pop anni ‘80 e sei poi passato con Perle, presentato a Sanremo Giovani, a un tipo di scrittura più emozionale: ti va di descriverci le fasi della tua vita da artista?

«Inizio col dirti che Perle è stata un’eccezione, non ho scritto tanti brani di quel genere ma penso che abbia funzionato davvero bene; ero in un periodo della mia vita in cui mi sentivo giù di morale, così mi è venuto spontaneo scriverlo con quelle sonorità. Adesso, invece, il mio mood si è spostato sull’elettronico, con produzioni realizzate da me e suoni tipo chitarre elettriche e batterie. L’obiettivo che mi pongo è di consolidare un mix di questo genere per poi rilasciare un progetto che li racchiuda».

Hai parlato di produzione, un mondo da sempre più in ombra rispetto alla visibilità del cantante tradizionale: ti va di dirci qualcosa in più?

«Io ho iniziato a registrare e registrarmi con Audacity, un programma secondo me tremendo e che tra l’altro sfruttavo pure male: per anni - ci dice ridendo - ho usato il microfono al contrario, e il risultato faceva pena. Sempre verso i 15 anni, poi, anche grazie ad un amico, ho scaricato FL Studio; lui voleva produrre e creare basi per le canzoni, quindi abbiamo iniziato a farlo insieme. Ci giravamo i link di YouTube con i vari type beat, arrangiamenti strumentali “già pronti” che poi rielaboravamo».

Ma tu hai sempre avuto una natura creativa

«Esatto, ed è per questo che pian piano mi sono spostato verso composizioni più stravaganti e più “mie”. Nello specifico mi sono chiesto: perché dover cercare qualcosa quando posso farla da solo?».

E così è iniziata la tua fase da cantante e produttore. Pensi che concentrare tutto il processo musicale nelle tue mani possa darti dei vantaggi?

«Non parlerei di vantaggi, ma così facendo posso passare più tempo alla ricerca di suoni e sperimentazioni che con un produttore mi richiederebbe una giornata intera se non oltre. Quello che ne risulta è senza dubbio un prodotto più intimo e personale, dove posso alternare senza rischi i 20 secondi di calma - si parla delle canzoni e delle basi - da quei 10 di “voglio il casino assoluto”».

Ci parli invece del processo creativo? Sei una persona che scrive d’impulso o che ragiona seguendo uno schema?

«In realtà non ho uno schema preciso, anzi; diciamo che sfrutto spesso i memo vocali dell’iPhone, ne ho oltre 4000 in cui davvero c’è dentro ogni cosa. Non le ascolto mai tutte, ma quando una nota mi convince particolarmente la salvo con nomi tipo “melodia bella”, “parole belle” così da potermela ricordare. All’inizio parto sempre con qualcosa che mi frulla nella testa, ad esempio una parola o una melodia; da lì inizio a trovare la progressione armonica che poi porterà alla creazione dell’intero brano».

Quanto ci metti di solito?

«Non ho mai un tempo preciso, alcune canzoni sono nate e finite in mezz’ora mentre per altre ci ho messo anche due settimane. Diciamo che tendenzialmente cerco di chiuderle in una giornata, perché così possono rappresentare al meglio l’istantanea di come mi sento in quel determinato attimo della mia esistenza».

Ti è mai capitato di dover scrivere “perché dovevi farlo”, quasi con la forza, a causa di una scadenza?

«No, del tutto mai. Magari ho qualche special da registrare per il quale mi viene detto “questo non funziona” o “devi cambiare questo pezzo”, e dovendolo consegnare presto mi muovo a cambiarlo. Ma anche questa è una cosa che capita di rado, tanto che spesso preferisco rifiutare dicendo “no, ormai è pronto così”».

Canzoni e tematiche

Vogliamo sapere di più sulle tematiche che tratti: le strofe che scrivi sono soprattutto introspettive o nascondono anche un messaggio sociale?

«Tutto quel che è uscito finora, lo ammetto, è principalmente introspettivo, e vorrei che i miei ascoltatori captassero questa cosa; a mio avviso in questo modo il prodotto finale risulta più vero, senza artifici forzati e con al suo interno solo quello che davvero voglio comunicare. Forse più avanti mi sposterò verso tematiche generali, ma credo che anche con le modalità attuali vi sia un fil rouge tra di noi: ciò che racconto nella mia musica, bene o male, lo vivono tutti, così come viviamo le stesse sensazioni».

L’ultimo singolo di Tancredi

E così torniamo ai giorni nostri: per chiudere, ci presenti il tuo ultimo singolo?

«Allora, l’idea iniziale è molto semplice: tutto è partito dal ritornello, quel “peggio di così, si muore pa-pa-pa” - ci dice ridendo. Con questa prima bozza sono andato dai ragazzi che mi seguono, Ruzzi e Castroni, e ho chiesto di inserirci una cassa dritta, bella strong. L’idea era di un qualcosa che iniziasse lenta, con un’andatura quasi malinconica, e che esplodesse con il ritornello, liberando tutta la sua energia».

Di cosa parla “Peggio Di Così” quindi?

«L’idea che ruota attorno al pezzo è una richiesta di aiuto, così come si può dedurre dal ritornello. Supplico l’altra persona di restare qui, con me, anche in un momento negativo, perché “peggio di così si muore”. Parlo di solitudine e di come la vicinanza di chi ci è caro possa cambiare tutto».

Per salutarci, ci spoileri qualcosa? Quanto manca al nuovo album?

«Posso dirvi che sono abbastanza avanti, e progetti come “peggio di così” o “Camilla” ne faranno sicuramente parte. Nell’ultimo periodo ho scritto una marea di brani e devo capire come metterli insieme, ma posso garantirvi una data: 2025!».

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