Il DDL Caccia è davvero un disastro per l'ambiente?
Il testo propone la caccia come strumento per gestire la fauna selvatica, elimina alcuni limiti temporali e territoriali e modifica il ruolo di ISPRA.
Il Senato ha approvato il nuovo ddl sulla caccia con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti. Tale disegno di legge modifica la legge 157 del 1992 per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.
Abbiamo chiesto al Presidente Presidente di Lipu-BirdLife Italia, Alessandro Polinori, quale conseguenza abbia questo progetto di legge sull'ambiente. Lo abbiamo fatto attraverso 5 domande che racchiudono i punti salienti di questo ddl.
Il DDL ridefinisce la caccia come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell'ecosistema. Perché questa modifica è antiscientifica? In che modo il DDL ha, in realtà, un effetto totalmente contrario a questo obiettivo che si premette?
Sostenere che l’atto di abbattere la fauna selvatica rappresenti uno strumento per conservare la biodiversità è una palese distorsione concettuale, priva di qualsivoglia fondamento biologico. La moderna scienza ecologica insegna che la tutela dei sistemi naturali si realizza unicamente salvaguardando gli habitat e contenendo la pressione antropica, non certo espandendo l'attività venatoria.
Questo approccio normativo si pone in aperto contrasto con l'Articolo 9 della nostra Costituzione, il quale affida alla Repubblica la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, specificamente nell'interesse delle future generazioni. Ricordiamo che la fauna selvatica costituisce un patrimonio indisponibile dello Stato, ossia un bene collettivo appartenente a tutti i cittadini. Con questa riforma, invece, si assiste a un drastico arretramento rispetto dei livelli minimi di salvaguardia faticosamente sanciti oltre trent'anni fa dalla Legge 157/92, declassando il patrimonio naturale a oggetto di concessione politica verso le rappresentanze venatorie.
L’esito reale del provvedimento sarà diametralmente opposto a quello sbandierato.
È impossibile parlare di conservazione quando, per esempio, il testo punta a deregolamentare ulteriormente pratiche anacronistiche come l'uso dei richiami vivi, scardinando i già fragili sistemi di controllo. Ci troviamo di fronte alla normalizzazione di una sofferenza ingiustificata: piccoli uccelli migratori allevati al solo scopo di essere reclusi a vita in gabbie minuscole. Questi animali vengono sottoposti alla pratica del 'fotoperiodo' - l'alterazione artificiale delle ore di luce e ombra durante l'estate - per destabilizzare il loro ciclo biologico, costringendoli a cantare in autunno per indurre i propri simili a portarsi a tiro dei cacciatori. Diminuire le tutele giuridiche e istituzionalizzare tali metodologie non significa proteggere gli ecosistemi, ma privatizzare una risorsa pubblica a esclusivo vantaggio di una minoranza.
Il DDL rende solo consultivo il parere Ispra nella definizione delle specie cacciabili e dei periodi di caccia. Cos'è Ispra e perché questa modifica è un problema?
L'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) rappresenta l'ente pubblico di ricerca scientifica che opera come massima autorità tecnica dello Stato in materia di biologia della fauna selvatica. Il rigore delle sue valutazioni è ampiamente riconosciuto e stimato anche a livello europeo.
Oggi la legge prevede che le Regioni debbano obbligatoriamente richiedere il parere di ISPRA per l'approvazione dei calendari venatori. Sebbene nella stagione ordinaria (dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio) questo parere abbia natura consultiva, le Regioni hanno l'obbligo giuridico di motivare approfonditamente, e con dati scientifici di pari livello, ogni eventuale scostamento dalle indicazioni dell'Istituto. In assenza di una motivazione straordinaria e rigorosa, i tribunali amministrativi (TAR) censurano regolarmente i calendari per eccesso di potere e difetto di istruttoria su ricorso delle associazioni. Inoltre, per i prolungamenti della caccia nella finestra fino al 10 febbraio, la legge subordina la decisione delle Regioni al preventivo parere favorevole dell'ISPRA; una condizione di validità tassativa che, di fatto, impedisce qualsiasi arbitrio locale.
Ridurre il ruolo dell'ISPRA a una pura formalità consultiva ed eliminare questi vincoli significa estromettere definitivamente i dati della scienza dalla gestione del territorio. La salvaguardia della biodiversità viene sottratta agli organismi scientifici e consegnata alla totale discrezionalità politica delle amministrazioni regionali, storicamente esposte alle pressioni elettorali del mondo venatorio.
L'irresponsabilità scientifica di questo impianto emerge con forza in un altro paradosso intollerabile: mentre il disegno di legge spinge per aumentare l'elenco delle specie cacciabili, aprendo alla possibilità di inserire nuovi target per le doppiette tra le specie finora protette, non prevede alcun provvedimento di maggior tutela nei confronti di quelle specie cacciabili che versano invece in un fortissimo e drammatico calo demografico. Si sceglie di ignorare i trend scientifici negativi e lo stato di sofferenza di molta dell'avifauna pur di accontentare le richieste venatorie.
Tutto questo si compie equiparando il ruolo scientifico dell'ISPRA a quello del CTFVN (Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale). Quest'ultimo non è un organo di ricerca, bensì un consesso politico e associativo all'interno del quale siedono i delegati delle Regioni e delle stesse sigle venatorie. Sotto il profilo logico e giuridico siamo davanti a un cortocircuito: le Regioni e i cacciatori finirebbero per esprimere valutazioni tecniche su se stessi, azzerando il principio di precauzione e trasformando la gestione della fauna in una mera trattativa politica.
Il DDL estende i limiti temporali (parlo in particolare di quello del 10 febbraio) della caccia. Quali sono questi nuovi limiti e in che modo colpiscono gli animali?
Questo rappresenta uno degli elementi più distruttivi dell’intera riforma. Consentire lo smantellamento del limite cardine del 10 febbraio e privare l'ordinamento del parere vincolante di ISPRA significa esporre l'avifauna a un impatto biologico devastante. Come Lipu BirdLife Italia ribadiamo da anni che la fine dell'inverno e l'inizio della primavera sono le fasi più delicate in assoluto per gli uccelli migratori: parliamo della migrazione prenuziale - il viaggio di ritorno verso i quartieri di nidificazione - e delle prime fasi riproduttive.
L’attuale impianto della Legge 157/92 fissa l’apertura ordinaria alla terza domenica di settembre e la chiusura generale al 31 gennaio, proprio per recepire il principio cardine della Direttiva Uccelli: vietare i prelievi quando gli animali si preparano a riprodursi. Purtroppo, già oggi assistiamo a sistematiche forzature da parte dei calendari regionali per specie in forte declino o vulnerabili come la beccaccia, i turdidi (tordo bottaccio, tordo sassello, cesena) e gli anatidi. I dati scientifici ufficiali dell’Unione Europea (i Key Concepts) indicano chiaramente che per queste specie la migrazione inizia molto prima di quanto si pensi: già a fine dicembre per la beccaccia, e nella prima decade di gennaio per i tordi. Le Regioni sfruttano la natura consultiva del parere ISPRA in questa finestra per tenere aperta la caccia fino al 31 gennaio, sparando su animali che hanno già iniziato la fase prenuziale.
Finora, l'unico vero baluardo contro il caos temporale è stato il confine invalicabile del 10 febbraio, gestito dal controllo preventivo e vincolante dell'ISPRA. Eliminando questa barriera, il DDL disinnesca l'ultimo argine normativo.
Dal punto di vista ecologico, gli effetti biologici evidenziati dalle ricerche di BirdLife sono drammatici e si articolano su tre livelli:
- Il prelievo dei riproduttori: Sparare a febbraio significa abbattere gli individui più forti, i 'superstiti' che hanno superato l'inverno e le fatiche della rotta migratoria autunnale. Eliminare questi esemplari significa decimare il potenziale riproduttivo della specie, impedendo la nascita delle nuove generazioni.
- L'effetto disturbo cronico (hunting disturbance): Anche per le specie non cacciabili a febbraio, la presenza di cacciatori sul territorio provoca un grave disturbo. Il rumore degli spari e la presenza antropica costringono gli uccelli a continui voli di fuga. Questo consumo forzato di energia brucia le riserve di grasso accumulate con fatica, debilitando gli animali proprio alla vigilia del lunghissimo viaggio migratorio verso il nord o portando al fallimento precoce delle nidificazioni.
- L'impatto sulle specie sovrapponibili: A febbraio la distinzione sul campo tra specie cacciabili e protette diventa difficilissima a causa delle condizioni di luce e del piumaggio. Il prolungamento della stagione venatoria finisce inevitabilmente per colpire, per errore o per bracconaggio, specie a rischio di estinzione.
Il DDL ignora deliberatamente che oltre il 30% delle specie di uccelli in Europa versa in uno stato di conservazione sfavorevole. Senza il filtro preventivo di ISPRA, la tutela della fauna graverà interamente sui ricorsi d'urgenza delle associazioni a caccia già aperta. Una scelta di pura irresponsabilità scientifica che non farà altro che accelerare il declino della biodiversità e condannare l'Italia a pesantissime sanzioni e procedure d'infrazione europee.
Il DDL espande anche i limiti territoriali in cui poter cacciare. Quali sono questi nuovi limiti e in che modo hanno effetti sugli animali?
Il disegno di legge intacca l'integrità territoriale dei sistemi di protezione, introducendo meccanismi volti a facilitare l’accesso venatorio all’interno di aree demaniali finora precluse, come determinati comparti forestali, e limitando l'efficacia d'azione degli enti parco nella gestione e nel controllo della fauna. La finalità politica appare evidente: estendere il potenziale esercizio venatorio alla massima superficie possibile, erodendo la certezza dei confini dei territori sottratti alle doppiette.
A questo si aggiunge un tassello privatistico inquietante: il DDL introduce una vera e propria deregulation per le Aziende Faunistico-Venatorie e Agri-Turistico-Venatorie. Sganciando queste concessioni private dai vincoli dei calendari venatori ordinari e regionali, si permetterà di sparare praticamente sempre e senza sosta all'interno dei loro confini. Parliamo della trasformazione di ampie porzioni di territorio in veri e propri 'paradisi del piombo' privati a gestione commerciale, dove il prelievo non risponde più a criteri biologici ma a logiche di profitto.
Per le popolazioni selvatiche le conseguenze saranno pesantissime. Gli animali perderanno le necessarie zone di rifugio e le oasi di protezione all’interno delle quali potevano alimentarsi, sostare e riprodursi in assenza di disturbo antropico. L’incremento della pressione venatoria e dell’inquinamento acustico su aree così vaste genererà uno stato di stress cronico nelle specie, alterando i flussi migratori e determinando il declino delle popolazioni su scala locale.
Sempre parlando dell'espansione dei territori disponibili per effettuare attività di caccia, in che modo ciò ha effetti sulle persone e sulla loro sicurezza
Questo provvedimento compromette direttamente i diritti e l'incolumità di oltre il 98% dei cittadini italiani che non praticano l’attività venatoria. Ampliare i confini della caccia e indebolire i vincoli di distanza o di esclusione territoriale significa consentire l'utilizzo di armi da fuoco a ridosso di spazi regolarmente frequentati da escursionisti, famiglie, operatori agricoli e turisti.
Le statistiche relative agli incidenti venatori - che registrano annualmente vittime e feriti anche tra i non cacciatori - delineano già un quadro preoccupante. Rimuovere i limiti territoriali attuali significa sacrificare la fruibilità dello spazio pubblico a beneficio di una ristrettissima minoranza armata, limitando la libertà delle persone di frequentare la natura in piena sicurezza. Si tratta di un compromesso inaccettabile che mette a rischio la serenità e la sicurezza della collettività.
Intervista a cura di Francesco Saggese
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