Storytelling: perché cerchiamo storie esagerate?

Ci troviamo in un contesto storico-sociale in cui le narrazioni più estreme attirano l’attenzione, offuscando quelle che vengono ritenute “mediocri”. Ma cosa succede alle “storie semplici”? E perché ci attira lo straordinario?

Ci troviamo in un contesto storico-sociale in cui le narrazioni più estreme attirano l’attenzione, offuscando quelle che vengono ritenute “più mediocri”.


Perché ci attira lo straordinario? A volte, anche le cose semplici sono le più sorprendenti. 

 

Lo storytelling

 

La tecnica dello storytelling, o più semplicemente narrazione, è l’arte di raccontare storie. Si dice che l’essere umano sia stato creato per narrare spaccati di vita propria o racconti più o meno articolati.

In un elaborato di Skylar Bayer e Annaliese Hettinger, due dottorande rispettivamente dell’Università del Maine e della California, è stato indagato il potere, soprattutto emotivo, della narrazione.

Lo storytelling permette di creare connessioni gli uni con gli altri, poiché quando raccontiamo una storia, per l’interlocutore risulta quasi spontaneo collegare ciò che sente alla propria esperienza, posizionarsi sulla stessa onda dell’oratore.

Ebbene, il potere dello storytelling risiede proprio qui: coinvolgere la società attraverso delle storie. Banalmente, una narrazione è anche uno scambio di informazioni, che tornano sicuramente utili nel quotidiano. Quindi, la pratica dello storytelling è anche fondamentale per portare avanti le nostre vite.

 

La narrazione sui social

 

social sono l’ennesimo caso in cui lo storytelling acquisisce un posto da protagonista.

Il social è narrazione: basti pensare ai profili degli influencer, dove narrano la loro giornata, le loro passioni, il loro lavoro. Semplicemente anche le foto che postiamo noi raccontano qualcosa della nostra vita, suggerendo a chi ci segue aspetti più o meno nascosti. 

Come spiegato nell’articolo della ricercatrice dell’Università di Georgetown Anna De Fina, lo storytelling sui social appare in maniera differente, questo perché è stato adattato alle funzionalità e alla conformazione dei social.

I contenuti sono episodici, una condizione posta, per esempio, dalle storie di Instagram, che per loro natura sono spezzate le une dalle altre e, nel lasso di tempo in cui si guardano e si esauriscono, riescono a trasmettere al follower la stessa sensazione che si ha quando si guarda una serie tv a episodi. 

Il fatto che ognuno di noi possa postare qualcosa rende tutto il materiale presente sui social personalizzabile, ossia creato ad hoc sulla base della persona che lo pubblica. Le narrazioni saranno quindi differenti.

Tutto ciò rende le narrazioni ricondivisibili, soggette a reinterpretazioni, e permettono la continua collaborazione tra gli utenti che vi prendono parte.

Si tratta di uno storytelling da cui nasce altro storytelling, in una catena potenzialmente infinita di storie che prendono strade diverse, conducendo a loro volta ad altre interpretazioni.

 

·    Per approfondire la figura degli influencer, leggi qui: Dal 1944 ad oggi, dai leader d’opinione agli influencer

 

La manipolazione delle storie

 

La funzionalità principale dei social è la completa indipendenza dell’utente: egli può pubblicare, commentare e utilizzare tutto il materiale presente sul network.

Il rovescio della medaglia di tutto ciò sta proprio in questo. Ogni narrazione può essere presa e reinterpretata dagli utenti che la leggono, poiché il potere dello storytelling è proprio quello di stabilire una connessione con chi ascolta la storia. 

Il semiotico Charles Goodwin ha mostrato come le storie diventino tali solo quando vengono raccontate da qualcuno a qualcun altro; perciò, ciò che accade sui social è altrettanto vero: l’interazione tra utenti permette il continuo germogliare dello storytelling. Com’è accaduto a Lucio Corsi, cantante di Sanremo che voleva proporre un’immagine di una persona normale, senza fronzoli, e in poco tempo è stato trasformato in un fenomeno dei social, dove tutti cercano di replicarne la semplicità in maniera esasperata. O ancora, casi di TikToker virali come NewMartina o Donato di “Con mollica o senza?”, dimostrano come dalla semplicità di un lavoro nascano dei veri fenomeni dei social, fomentati da chi segue questi individui che vogliono scovare la specialità anche in loro.

La manipolazione, come abbiamo imparato a nostre spese, a volte può portare anche alla nascita delle fake news

La necessità di uno storytelling forte

 

Sono sempre le storie più eclatanti e straordinarie ad attirare l’attenzione, in particolare quella del web.

Lo scopo dello storytelling è sempre veicolare un messaggio; quindi, convincerci a fare ciò che ci sta comunicando. Le storie coinvolgono tutte le aree del nostro cervello e permettono di suscitare involontariamente delle emozioni. Potremmo ipotizzare che la necessità di sviluppare uno storytelling particolare nasca dalla paura di proporre narrazioni “banali”, già proposte e che quindi non scuotano il lettore o l’ascoltatore.

Come società, abbiamo questa tendenza ad ingigantire tutto: bello o brutto che sia, ciò che leggiamo o ascoltiamo tendiamo a portarlo allo stremo, all’esagerazione.

La sociologa e giornalista Eleonora de Nardis Giansante ci ha proposto una spiegazione a questa caratteristica sociale: «Questa tendenza, accentuata nell'ultimo quarto di secolo dall'avvento prepotente dei social, riflette il profondo effetto che il cambiamento economico sta avendo non solo sui nostri valori, ma anche sulle nostre personalità. Trent’anni di neoliberismo, forze di libero mercato e privatizzazione hanno lasciato il segno, mentre la spinta incessante al successo è diventata la norma. Se infatti pensiamo all' attuale afflato (impulso, ispirazione) meritocratico mondiale, vediamo bene come favorisca certe personalità e ne penalizzi altre. 

Quindi ingigantire le proprie capacità il più possibile, conoscere tantissima gente, avere molte esperienze alle spalle, coltivare grandi progetti, fare della fenomizzazione un vessillo».

Lo storytelling sui social

 

Se lo storytelling permette di unire le persone e suscitare le emozioni, permette anche di sentire sulla propria pelle il racconto. E chi vorrebbe immaginare la propria vita come qualcosa di banale?

Così come chi pratica lo storytelling non vuole proporre storie scontate, chi le legge o le ascolta non vuole sentirsi “normale”.

Ad oggi, la maggior parte della narrazione avviene attraverso e sui social, quindi i fenomeni del web vengono spesso fomentati dagli utenti, un po’ per il passaparola tipico dei social e un po’ perché la ricerca sfrenata dell’esagerazione si riflette anche lì, anche su noi stessi.

«La percezione dell'io attraverso lo sguardo dei social assomiglia al bisogno di gloria. Molte persone lo fanno in relazione a bisogni di sicurezza, a bisogni associativi, a bisogni di stima e a bisogni di autorealizzazione, il tutto incorniciato dalla forte volontà di lasciare una traccia di sé. Dal momento che manca la sicurezza di possedere un valore, un’autenticità per ciò che si è, anche grazie alle proprie imperfezioni, ci si affida alle pubblicazioni di contenuti social perché apparentemente in grado di assicurarci consenso e approvazione. Si fa di tutto per stare sempre sul palco, sulla scena, per essere e rimanere protagonisti a tutti i costi: maggiori sono le approvazioni, i like, i commenti che si riceve, tanto più ci si sentirà appagati», ci dice la sociologa de Nardis Giansante. Come noi vogliamo vedere noi stessi, così vediamo il mondo circostante.

«Questo fenomeno però, rende difficile la comprensione e l’identificazione della realtà dell’immagine emersa sui social; sempre più spesso accade che i profili che creiamo corrispondano gran poco alla nostra identità poiché tendiamo il più delle volte, a realizzare un alias diverso da quello che si è nella vita di tutti i giorni. Emergendo come o meglio di altri, forse ci sentiamo meno soli, o credendoci migliori ci illudiamo e ci costruiamo una maschera a cui finiamo per credere veramente. Così facendo però, solo per esaltare un’immagine di sé e accrescere il consenso mediatico, si rischia di perdere un valore prezioso: la propria personalità».

A furia di cercare il consenso negli altri, ci dimentichiamo che siamo umani e che la narrazione perfetta che tentiamo di veicolare sui nostri social altro non è che una replica di ciò che cercano tutti, e tutto ciò che di più distante c’è dalla realtà.

 

Lo storytelling esagerato

 

Abbiamo visto come la narrazione abbia la proprietà intrinseca di suscitare emozioni e permetta all’ascoltatore di rivivere ciò che sente. Essendo immersi in una società in cui il “di più” è all’ordine del giorno, sia in termini di prestazioni che di esperienze, ricerchiamo storie che sfamino il nostro bisogno di sentirci grandi e grossi, e a loro volta le narrazioni tentano di colpire il nostro punto più debole, la banalità.

Perché non sappiamo accettare la semplicità? Cosa ci spinge a ricercare l’unicità?

«La narrazione, essendo un racconto - qualcosa che non è per forza fittizio, ma che può includere finzione e aggiustamenti della realtà in base alle volontà del narratore - è di per sé lontana da noi. La narrazione è libera, e permette al narratore di allontanarsi da sé in base alle sue volontà e necessità. È normale essere attratti da ciò che è lontano da noi. In fondo, di vita banale (se può considerarsi banale una vita) abbiamo già la nostra. Perché ripetere la stessa cosa anche quando guardiamo un film, leggiamo un libro? Se fosse uguale a noi, non continueremmo a vederlo, non andremmo avanti a leggere: ciò che è come noi è ciò che già conosciamo. Quando ascoltiamo storie vogliamo altro», ci ha raccontato l’autore e storyteller Edoardo Conoscenti.

Ma quella semplicità fa parte di tutti noi, siamo solo troppo occupati a puntare alle stelle, invece di fissare la strada davanti a noi.

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