Sogni, paure e realtà: cosa ci spinge a lasciare il nostro Paese?
Le cause dell'emigrazione, un fenomeno umano senza tempo.
Perché lasciamo la nostra terra?
L’emigrazione - dal latino tardo “emigratiōne” - indica lo spostamento di un individuo, di un gruppo o di un popolo dal proprio Paese d’origine per i motivi più svariati. Fenomeno presente fin dall'alba dei tempi. Durante il Paleolitico, periodo di glaciazioni, l’Homo Sapiens si spostò centinaia di volte verso il sud del continente europeo in cerca di un clima migliore.
Quelle che abbiamo chiamato per decenni “invasioni barbariche” in un’ottica romano-centrica, non furono altro che lo spostamento di popoli che toccarono le frontiere settentrionali dell'impero romano e che, inevitabilmente, si scontrarono con quest'ultimo.
E ancora, pensiamo al popolo italiano. Dall’Unità d’Italia agli anni ‘20 del ‘900, prima dell’instaurazione del fascismo, si ebbe quella conosciuta comunemente come “grande migrazione". Circa 14 milioni di persone partirono in particolar modo verso gli Stati Uniti, a causa della povertà e in cerca di un lavoro.
Negli ultimi decenni la migrazione ha cambiato volto. Una delle principali rotte migratorie del nostro tempo vede da una parte l’Africa e dall’altra l’Europa. In Italia solo nel 2023 - secondo i dati del Ministero dell'Interno - sono sbarcate 158 mila persone. Il 50% in più rispetto al 2022 e il 130% in più rispetto al 2021.
Ma, ad oggi, perché una persona se ne va dal continente africano?
Secondo il Parlamento Europeo, tre sono i macro motivi: fattori sociopolitici (persecuzioni etniche, religiose, guerra); demografici ed economici (picco demografico, alti tassi di disoccupazione, inumane condizioni di lavoro) e fattori ambientali (eventi climatici estremi). In moltissimi casi, queste tre motivazioni coesistono nella storia di una persona.
Crediamo però che un fenomeno così complesso non possa essere indagato solo attraverso statistiche e numeri; vi è la necessità di ascoltare chi quella emigrazione l'ha vissuta sulla propria pelle.
Per tale motivo abbiamo parlato con Mercy, seduti a un tavolo della comunità nella quale svolge servizio civile. Mercy è una ragazza nigeriana di 23 anni - in Italia da quando ne aveva 15 - che da quattro anni lavora presso l’associazione Penelope, Coordinamento solidarietà sociale Onlus. Realtà che si occupa, tra le altre cose, di prevenzione, protezione e inclusione a favore di immigrati vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e/o lavorativo.
«Lavorare qui mi dà la possibilità di aiutare. Quando avevo bisogno di essere salvata non ho trovato nessuno, per questo ad oggi ho la necessità di dare una mano. So come ci si sente per questo non posso restare indifferente».
L’emigrazione: tra speranza e scontro con la realtà

«La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla parola “emigrazione” è una persona che lascia il proprio Paese d’origine nella speranza di una vita migliore, alla ricerca di opportunità. Per me l’Italia era la terra promessa. Quel Paese in cui trovi frutta e verdura ovunque. Quel Paese in cui non puoi avere fame, mai».
Ma in Italia ci si scontra con la realtà. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole, ma sappiamo cos’è la “realtà” in questo caso?
Quando una persona extracomunitaria arriva in Italia, nella maggior parte dei casi ciò avviene irregolarmente.
L’irregolarità spesso per queste persone non è una scelta, ma l’unica alternativa che si riesce a contemplare. Entrare in Europa regolarmente, infatti, è difficile.
Per farsi un'idea è sufficiente guardare i numeri: nel 2010 in Italia sono stati rilasciati circa 600mila permessi di soggiorno a cittadini non comunitari, nel 2021 241.595. Nel 2022, invece, 449.118. Sul quest'ultimo numero ha influito significativamente la crisi in Ucraina.
In ogni caso, ciò che deve vivere un cittadino non appartenente all’Unione europea è un iter lunghissimo ed emotivamente estenuante. L’ordinamento italiano prevede che gli immigrati siano ospitati prima di tutto in centri di primo soccorso. Il Centro di primo soccorso significa attesa.
Attesa per controlli medici e di accertamento di requisiti. Requisiti che rappresentano la speranza di restare. Se tali requisiti non sussistono si viene trattenuti e poi espulsi.
Conclusi i primi controlli - se superati - coloro che dichiarano la volontà di richiedere asilo e quindi protezione internazionale vengono trasferiti in centri di accoglienza, nei quali permangono fino alla formalizzazione della richiesta. Realtà che spesso di accogliente, però, non hanno proprio nulla.
Amnesty International ha recentemente denunciato le condizioni: «In Italia i migranti e i richiedenti asilo vengono illegalmente privati della libertà in centri di detenzione che non rispettano gli standard internazionali». E non solo:
«C’è il rischio, però, che non venga accettata o rinnovata - ci spiega Mercy - e stai male perché pensi: questa non è l’Italia che ho sognato. Dove sono finita? Immagina che tutto questo lo vivi a 20 anni. E poi, con molta probabilità, vieni pure sfruttato lavorativamente. Non vieni trattato bene. E questa spesso l’immigrazione».
Ma ancor prima di toccare il suolo europeo, c’è il viaggio. Lasciare la propria terra, attraversare il mare. Spesso senza avere contezza dei rischi o forse avendone così tanta e decidere in ogni caso di partire perché la speranza di vivere è più forte. Dal 1° Gennaio al 30 Giugno 2024, secondo Openpolis, ad attraversare le acque del Mediterraneo sono state 25.676 persone, spesso avvolte nel silenzio.
«E poi, con molta probabilità, rischi di essere lasciato in mare dal Governo. Questa non è bellezza, è cattiveria. Non è un comportamento da esseri umani. Molte volte non si sa nemmeno di dover attraversare il mare. Il gommone non è nulla, se affonda non puoi fare nulla. Puoi soltanto pregare di arrivare viva».
«Tutti noi siamo esseri umani, sogniamo, mangiamo, viviamo, beviamo senza sapere cosa accadrà fra un secondo. Potrebbe succedere anche qui, un tempo anche gli italiani presero le valigie e scapparono. Nessuno può saperlo, non potevamo saperlo noi africani, gli ucraini, i palestinesi».
Il diritto all’accoglienza
Quando si tocca il fenomeno emigrazione, non si può non parlare di “accoglienza”. “Accogliere” dal latino *accollĭgĕre, composto di ad- e collĭgĕre. Letteralmente cogliere, raccogliere. Per estensione semantica potremmo vedere l'accoglienza come “il prendersi cura”.
A tutelare il diritto all’accoglienza, a livello internazionale, è la Convenzione di Ginevra adottata ufficialmente a partire dal 12 agosto 1994.
Ma cosa è nello specifico? Una serie di trattati che tutelano i diritti delle vittime di guerra e sono parte integrante del diritto internazionale umanitario. Con quest'ultima espressione ci si riferisce a una serie di norme volte a contrastare gli effetti dei conflitti armati sulle persone come civili, feriti, malati, prigionieri di guerra, internati e naufraghi.
Altro cardine in materia emigrazione è la Convenzione di Dublino (15 Giugno 1990) ossia la Convenzione sulla determinazione dello stato competente per l'esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli stati membri delle Comunità Europee (oggi Unione Europea).
Il testo definisce la richiesta d’asilo come una «domanda con cui uno straniero chiede ad uno Stato membro la protezione della convenzione di Ginevra invocando la qualità di rifugiato ai sensi dell'articolo 1 della summenzionata convenzione, modificata dal protocollo di New York».
Lo status di rifugiato è riconosciuto a un cittadino straniero che per ragioni fondate teme di essere perseguitato per motivi di etnia, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica e si trova fuori dal territorio del Paese di origine.
In Italia si hanno una serie di leggi e decreti legislativi tra cui il numero 142 del 18 agosto 2015 che disciplina l’accoglienza di cittadini di Paesi non UE e degli apolidi sul territorio nazionale.
Di accoglienza abbiamo parlato anche con Mercy:
«Perché non accogliamo le persone che hanno bisogno? Perché non ce ne occupiamo?
Il punto non è essere un immigrato, ma è essere umano.
Il nostro colore della pelle non può essere il motivo per cui dobbiamo vederci negati alcuni diritti come un lavoro per noi stessi e le nostre famiglie».
Il lavoro, infatti, spesso, se non sempre, è la chiave che permette di accedere a quel «per una vita migliore».
Nel 2023, secondo le stime del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) il 23,5% degli immigrati ha ottenuto un contratto regolare.
La restante percentuale vive nella precarietà e nello sfruttamento soprattutto in ambito agricolo (358 mila tra comunitari e non).
«Io lavoro perché sto aiutando mia mamma», ci confida Mercy, «Lei è il mio angelo. Non lo faccio solo per me stessa, il mio futuro e il mio benessere, ma anche per la mia famiglia, i miei fratelli, mio papà. Mio fratello va a scuola e gli servono i libri. Se non lavorassi non potrebbe studiare. Non te ne vai da casa tua perché non hai un tetto, ma perché non puoi mangiare».
“Essere straniero non è una maledizione”: una percezione che cambia

Consultiamo il dizionario De Mauro. Alla voce “straniero” leggiamo: «Di un’altra nazione, di un altro Paese rispetto al proprio».
La percezione dello straniero colui che, seguendo l'etimologia dall’antico francese, è “estraneo”, cambia, è relativa al paese che prendiamo in considerazione. Ed è cambiato nel corso del tempo. In passato, infatti, colui che arrivava da terre lontane era detto “hospes”, ospite. Considerato e favorito dagli dei. Ma non solo, la parola “ospite” ci rimanda a quel sentimento di cura che, precedentemente, abbiamo sottolineato.
«Essere straniero non è una maledizione. Se una persona dalla pelle bianca va in Nigeria, noi non le diciamo «sei straniera». Nel nostro dialetto nativo diciamo “Oyinbo” per indicare le persone bianche, ma non in maniera negativa. Lo diciamo sorridendo, in un modo molto bello».
«In alcune parti del mio Paese, ad esempio, se alcuni bambini vedono una persona dalla pelle bianca scappano, non perché pensano qualcosa di negativo su di lei, ma perché non hanno mai visto persone come lei. Ma se dici qualcosa che loro capiscono, allora ti considerano nigeriana».
Queste ultime parole sottolineano un fattore essenziale della lingua: “l’identità”. Forse più di altri elementi rappresenta ciò che caratterizza “un solo popolo”. Perché proprio attraverso questa, un popolo si comprende, comunica. Comunicare, infatti, deriva dal latino “communis” e significa propriamente ciò che è comune, un bene comune. Metaforicamente ciò che ci accomuna.
«Qui invece non è così. Anche se parlo italiano, io sento che non mi considereranno mai un’italiana. Per questo ho imparato delle cose da quando sono qui in Italia».
«La prima, quando salgo sull’autobus ho sempre il biglietto con me, faccio attenzione a non perderlo mai. Perché non voglio assolutamente che sia una scusa per gli altri per avere pensieri razzisti» e «quando mi chiamano “ne**a” non rispondo, sto zitta».
Comportamenti che sono, forse, in se stessi una attenta e consapevole rivoluzione. Piccola e silenziosa tra le strade delle nostre città. E con cui, spesso, si riconosce l'intersezionalità delle discriminazione ossia il sovrapporsi di discriminazioni di varia natura, «perché spesso non solo insultano perché si è neri, ma anche perché, magari, si è in sovrappeso. Più discriminazioni nei confronti di una sola persona».
«Non esisterebbe l'emigrazione se ci fosse la pace»
Alla fine del 2022, il rapporto annuale Global Trends in Forced Displacement 2022 dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha fatto emergere che il numero di persone che scappano da guerre, persecuzioni, violenza e violazioni dei diritti umani ha raggiunto i 108,4 milioni con un incremento di 19,1 persone rispetto al 2021:
«In questo mondo ci sono soldi per la guerra e non per la pace. Gli immigrati nascono perché non c'è pace. Pensiamo ai palestinesi, agli ucraini. Un giorno il Governo di un altro Paese mentre mangiava del latte caldo e andava in giro con la pancia piena ha deciso di distruggere le loro case. Casa loro».
Le donne vittime di tratta e il lavoro di contrasto dell’Associazione Penelope
Secondo il rapporto dell’OIM (Organizzazione internazionale per le Migrazioni), nel 2016 11mila donne nigeriane sono sbarcate sulle coste italiane. Di queste, l’80% sono potenziali vittime di tratta.
Ma cosa si intende per tratta di esseri umani?
A darne una definizione chiara e approfondita è l'articolo 3 del protocollo addizionale sulla Tratta, facente parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale organizzato.
«La “tratta di persone” indica il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione [...] dando oppure ricevendo somme di denaro [...] al fine di ottenere il consenso di un soggetto che ha il controllo su un’altra persona, per fini di sfruttamento. Per sfruttamento si intende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione o altre forme di sfruttamento sessuale, lavoro o servizi forzati [...]».
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) stima che questo fenomeno, terza fonte di guadagno per le organizzazioni criminali in Italia, dopo il traffico di armi e droga, porti a un guadagno di 150 miliardi di dollari annui.
Tantissime organizzazioni sul territorio nazionale e europeo operano per contrastarlo, tra cui Penelope con sede in Sicilia, all’interno della quale lavora proprio Mercy.
«In alcuni Paesi dell'Africa esistono delle organizzazioni criminali che portano le ragazze dall’Africa fino all'Italia e all’Europa e poi le fanno prostituire. A volte sono anche bambine di 8, 10, 15 anni. Ma la cosa che spesso non sanno è che in Italia possono denunciare chi li ha vendute».
Il XIV rapporto (2024) di Save the Children “Piccoli schiavi invisibili” fa emergere che delle 50 milioni di persone vittime di assoggettamento e schiavitù a livello internazionale, più di 12 milioni sono minorenni.
Lo scopo del lavoro di Mercy è cercare «di aiutarle, di liberarle e di tutelarle».
«Immagina di essere a casa tua, un giorno arriva una bella signora, tutta sistemata, amica di famiglia e ti dice: io ti porto in Europa così studi e lavori. Tu ci credi, ti fidi. E sai perché? Perché speri di stare bene, meglio».
Ma in Italia poi succede tutt'altro, perché le donne e le bambine vengono costrette a prostituirsi e se non pagano il debito di viaggio, vengono minacciate, loro e le loro famiglie. Alla base di tutto vi è il cosiddetto “Juju”.
Nei propri Paesi di origine, in particolar modo in Nigeria, prima della partenza viene organizzato un sorta di rituale che ha lo scopo di piegarle mentalmente.
Vengono sottoposte, infatti, a un giuramento di obbedienza nei confronti di coloro che organizzano il viaggio verso l’Europa.
E spesso sono proprio le donne ad ingannare ad altre donne. E la motivazione alla base di questa dinamica ce l’ha spiegata Mercy.
«Le donne che fanno male ad altre donne. Io mi chiedo il perché. Ci ho pensato, ho questo pensiero in testa. La verità è che queste donne sono state vittime dello stesso abuso e ora vengono sfruttate per portarlo avanti».
L'emigrazione: un fenomeno umano
E qui la conversazione giunge al termine (è trascorsa un'ora, o quasi, da quando abbiamo iniziato a parlare, n.d.r.). E noi abbiamo cercato le parole giuste per chiudere questo articolo. Che comunicassero, ancora una volta, che la migrazione riguarda l’uomo. Che si chiami, giuridicamente, immigrato ci interessa poco adesso. Riguarda noi e la nostra naturale tensione alla vita.
Ma noi di quell’individuo che sbarca sulle nostre coste non sappiamo nulla, tranne una cosa: è un essere umano abitato da sentimenti che, in passato, hanno spinto altre persone e,non si sa, forse, un giorno anche noi.
E queste parole ce le ha date, inconsapevolmente, proprio Mercy.
«Perché non si può andare contro, non si può giudicare una persona solo perché ha un colore della pelle diverso dal tuo. E sapete perché? Non sappiamo cosa ha passato. Cosa scorre nel suo sangue»
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