Schiavitù: perché esiste ancora? Le teorie sociologiche dietro al fenomeno

La schiavitù ha cambiato forma ma esiste ancora. Perché? Quali sono i meccanismi che rendono possibile la dipendenza tra schiavo e padrone? Ce lo spiega la sociologia.

La parola schiavitù rievoca in noi immagini antiche, di persone legate tra loro da catene e spedite in ogni parte del globo per servire chi più potente di loro.


Purtroppo però è un fenomeno ancora presente, e viene definito “schiavitù moderna”.

 

La schiavitù moderna

 

Oggi, la schiavitù per come ce la immaginiamo non viene più praticata. Ma il fenomeno è ancora fortemente presente sotto mentite spoglie, ed è necessario darne un’immagine accurata affinché si sia coscienti di ciò che ancora non è stato eliminato.

Le forme di schiavismo che vengono praticate riguardano i matrimoni combinati, lo sfruttamento dei bambini, il lavoro forzato e la tratta di esseri umani. In quest’ultimo caso rientrano anche lo sfruttamento sessuale, che coinvolge più che altro donne e bambini, e le donazioni di organi.

 

I numeri

 

Le 50 milioni di persone che vivono in situazioni di moderna schiavitù ci confermano che il fenomeno è ancora attivo, sebbene non al centro del dibattito globale.

I matrimoni forzati, ossia i casi in cui una delle due parti interessate è obbligata al legame, comprendono 22 milioni di persone al mondo, mentre 28 milioni sono costrette ai lavori forzati.

Il report Global estimates of modern slavery: Forced labour and forced marriage ci fa sapere che il 52% del lavoro forzato avviene in Paesi a reddito medio-alto o alto, così come un quarto dei matrimoni forzati. Il 65% di essi, si verifica in Asia e nel Pacifico.

 

·   Per approfondire i numeri dello schiavismo: La schiavitù esiste ancora: nel mondo 50 milioni di persone ne sono vittime

 

Lo schiavismo nei lavori forzati

 

In un saggio del docente Andrew Crane di Business Ethics nella Schulich School of Business all’Università di York, vengono evidenziati gli ambiti in cui la schiavitù moderna si è maggiormente sviluppata, in particolare nel contesto dei lavori forzati.

L’agricoltura è un settore spesso precario; ambiti come questo, in cui l’intensità del lavoro è alta e dispongono di una limitata manodopera, saranno terreno per tutti i lavoratori sfruttati, con paghe non proporzionate allo sforzo fisico e alle ore lavorate.

Anche il contesto geografico non è da escludere: le industrie agricole sono spesso lontane dai centri abitati, quindi la disponibilità dei lavoratori è limitata, portando allo sfruttamento dei pochi rimasti.

A volte anche un debito può costituire motivo di lavoro forzato: il datore di lavoro intrappolerà il lavoratore debitore gonfiando il denaro dovuto al punto che sarà impossibile da ripagare, se non continuando a lavorare.

Un ruolo chiave nei lavori forzati moderni è attribuito alla contabilità. L’opacità contabile consente ai datori di lavoro di rendere i registri contabili di difficile comprensione per le entità esterne così che sia molto difficile trovare il cavillo legale.

 

Lo schiavismo nella società

 

Da un punto di vista meramente tecnico, uno schiavo è colui che sta al volere di un’altra persona. “Essere schiavo di…” qualcuno che ha abbastanza potere da soggiogare un altro essere umano.

Questo potere può essere determinato dal denaro o da una posizione sociale più elevata rispetto allo schiavo.

Si potrebbe interpretare come un conflitto tra classi sociali o tra ceti.

Il primo ad elaborare una teoria che racchiudesse questa disparità fu il filosofo Karl Marx. Successivamente, le sue idee furono riprese dal sociologo Max Weber: secondo lui, la stratificazione sociale non avveniva solo dal punto di vista economico, come per il filosofo, ma anche sulla base culturale e politica. 

Le classi sociali si formano per interessi materiali comuni. I ceti, invece, sono spinti da interessi che sconfinano in altre sfere della vita, i quali accomunano le stesse persone, così come accade per i partiti politici.

Insomma, nel grosso insieme qual è la nostra società, vi sono all’interno dei “sottogruppi”, i ceti, appunto, che inglobano al proprio interno persone con situazione economica e culturale simili.

 

Il prestigio

 

Weber concentra la sua analisi sul prestigio sociale, differenziandolo da una pura espressione economica: dal punto di vista della società, un docente universitario gode di un prestigio superiore rispetto a un gestore di un bar, ma ciò non comporta che il reddito del primo sia superiore a quello del secondo.

Non è, dunque, solo la sfera economica a rendere una persona superiore a un’altra.

 

Nella cultura

 

Nonostante la schiavitù sia una pratica illecita e vietata in buona parte del mondo, ci sono alcuni Paesi dove non vi è una vera e propria legislazione sul fenomeno.

Il docente Andrew Crane ci informa che talvolta è un fenomeno che risiede nella cultura propria dello Stato, come accade in Mauritania e in Niger, dove la schiavitù è vissuta come un “continuo delle tradizioni”, ovviamente in complete nuove vesti. Difficilmente, però, un fenomeno si riesce a sradicare da una cultura.

Anche le disuguaglianze sociali favoriscono il mantenimento dello schiavismo: il gruppo etnico dei rom in Albania o le tribù montane in Thailandia, vivono in contesti isolati e lontani dalle leggi, perciò è più facile che la privazione di diritti comporti forme di schiavitù radicate.

O ancora, in Thailandia le credenze religiose come il buddhismo, religione in cui vi è un forte sentimento per il concetto di karma e destino, molti credenti si convincono che la situazione spiacevole in cui nascono sia ciò che il fato ha in serbo per loro e non può essere cambiata.


Lo schiavismo e la stratificazione sociale

 

Per i teorici funzionalisti (coloro che vedono la società come un insieme di parti interconnesse tra loro), la stratificazione sembra essere inevitabile in una società. Questo perché ci sono alcune mansioni che, dato il loro contributo al mantenimento dell’equilibrio sociale, godono di più importanza rispetto ad altre.

Da un punto di vista pratico, tutte le mansioni sono importanti: senza i netturbini, le strade sarebbero sporche, così come senza un bancario non riusciremmo ad aprire un conto corrente. E via dicendo. 

Nella teoria però, questa stratificazione sociale resta ed è perpetua, questo perché è il prestigio sociale a restare forte.

Le motivazioni dietro il fenomeno dello schiavismo cambiano a seconda della prospettiva da cui lo si osserva. Chi ha più potere dal punto di vista economico, può decidere di assumere un lavoratore e destinarlo ai lavori forzati perché è lui che lo paga e gode di libero arbitrio. Un profeta potrebbe parlare ai credenti, come nel caso del buddhismo, e convincerli ad accettare il proprio destino. Tutto ciò accade perché in una società interconnessa, tutto è collegato.


Aristotele: la schiavitù naturale

 

Due docenti della Begum Rokeya University hanno analizzato la teoria sulla schiavitù realizzata da Aristotele. 

Premettendo che sono concetti totalmente lontani dalla società attuale, potrebbero offrire un diverso punto di vista del fenomeno.

Secondo il filosofo greco, esistono persone dotate di intelletto e altre di forza fisica. I secondi non sarebbero in grado di prendere decisioni, perché ignoranti; quindi, per loro natura sono destinati a dipendere dai primi. Coloro che sono nati con la saggezza sono rappresentati dell’anima, mentre chi possiede forza fisica si fa rappresentante del corpo. Il corpo è soggetto all’anima, quindi per un concetto filosofico sarebbe naturale l’esistenza di schiavi dipendenti da padroni.

 

Dal punto di vista sociologico quindi, si potrebbe ipotizzare che la schiavitù sia il risultato di una stratificazione sociale rigida, in cui chi si trova in fondo alla piramide non possa salire.

Nonostante la pratica sia ormai illegale in varie parti del mondo, essa persiste e la si ritrova nella cultura di alcuni Stati o tra le credenze religiose.

È un fenomeno in cui si riflette il fallimento umano, dove è necessario includere la violenza fisica o psicologica sul soggetto dipendente al fine di fargli svolgere dei compiti.

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