Rizzo: fare musica con la forza di un ariete e la profondità della Gen Z

Intervista ad Alessandra, in arte Rizzo. La musica della Gen Z.

Come nasce una canzone?


Al di là dei tecnicismi e dei metodi di produzione, spesso per caso. Ma che un brano sia il frutto dell’ispirazione del momento, spesso fugace ed effimera, non è un male: tanti pezzi, anche dei più famosi e complessi, sono nati così.

E nemmeno è obbligatorio per un testo possedere articolate chiavi di lettura o di interpretazione. Insomma: ci sono volte in cui la musica nasce per essere musica, senza caricarsi il peso di importanti questioni etico-sociali ma solo per “esistere in quanto tale”. 

Ci sono altre volte, invece, in cui la musica nasce per farci piangere, e ancora quelle in cui prende vita per farci ballare. Di questo, però, abbiamo preferito parlarne con chi la musica la fa di lavoro, ma senza lasciarsi indietro l’entusiasmo dell’infanzia.


Chi è Rizzo?


Classe 2002, originaria di Campobasso ma presto trapiantata a Milano, Rizzo - nome d’arte di Alessandra - è fra le artiste Gen Z più promettenti della nuova scena italiana.

Formatasi in casa da autodidatta e poi grazie ai The Ceasars, a partire dal 2020 comincia a pubblicare i suoi singoli su YouTube e altre piattaforme di streaming con etichetta indipendente.

L’anno successivo verrà notata da Emis Killa e Zanna e con il primo collaborerà per i pezzi “Mai più” e “Viscerale”, quest’ultimo contenuto all’interno dello studio album “Effetto notte” prodotto da Sony e premiato con il disco di platino.


Rizzo, cosa ti ha fatto dire “voglio diventare una cantante”?


«Non c’è stato un momento specifico che mi facesse dire “ok, dopo questa voglio fare la cantante”, ma razionalmente e pian piano ho iniziato a vederla come l’unica cosa che volessi e potessi davvero fare. Mi è sempre piaciuto scrivere, l’ho fatto e lo faccio da sempre, e notare che molto spesso - anche per i fatti miei - cantassi è stato un segnale per unire le due passioni.


Ho iniziato a prendere lezioni di canto, e vedendo il crescente interesse del mio insegnante e di tante altre persone, gradino dopo gradino, ne ho fatto la mia vita.


Ricordo che avevo 15 o 16 anni quando ho scritto il mio primo vero pezzo. Era il 2018, si chiamava Nagano ed è ancora disponibile in rete.»


L’epidemia da Covid è esplosa agli albori della tua carriera musicale. Il lockdown ha influenzato in qualche modo i tuoi scritti e il tuo percorso?


«Solo a livello personale. Nel 2020 andavo ancora a scuola, dovevo diplomarmi e il canto non era un’occupazione a tempo pieno, nonostante avessi già pubblicato i miei primi pezzi; ho però dovuto aspettare che finisse il lockdown per avviare i primi contatti e, dunque, iniziare una vera e propria carriera professionale.


Certamente lo stare in casa ha influito su una cosa, ovvero il tempo da dedicare alla musica. Non potendo uscire o fare altro mi sono ritrovata spesso ad allenarmi nella scrittura o nel pianoforte.»


Com’è la musica vista dagli occhi di una “Gen Z”?


«Secondo me stiamo vivendo una fase in cui tutto scorre molto velocemente e in elevata quantità, e questo succede così di frequente che un ascoltatore spesso fatica ad affezionarsi agli artisti proprio a causa della vastissima disponibilità di scelta. La stessa cosa accade con i giornali: ci stiamo abituando a essere bombardati di notizie, una dopo l’altra, che influenzano i nostri pensieri e di conseguenza la nostra musica. E questo accade soprattutto alla nostra generazione.


Personalmente ho tentato di adeguare questa enorme varietà anche ai miei pezzi, realizzando un album (Mi hai visto piangere in un club) che andasse bene a qualsiasi tipo di ascoltatore, da chi ha solo voglia di ballare a chi invece vuole sfogarsi. È una sorta di manuale di istruzioni che ognuno può usare come crede leggendo le parentesi “balla” e “piangi” nei titoli.»


Nel “botta e risposta hai detto sì al connubio fra politica e musica. Anche nella tua?


«Al momento non credo che la mia musica possieda ancora connotazione politica o sociale, ma non escludo che queste siano tematiche da trattare in futuro.


Mi trovo in una fase in cui sento di voler raccontare il mio vissuto, quello che sono stata da ragazzina, e forse ancora non mi sento pronta o sufficientemente “grande” per trattare determinati argomenti. Vorrei però approfondire con i miei ascoltatori il tema della donna, e ho già scritto dei pezzi a riguardo.»


«Com’è stato il tuo ingresso nell’industria musicale? Ci troviamo in un mondo che tendenzialmente viene considerato “adulto”: è vero?»


«Io ho iniziato a lavorare con Sony dopo la firma, avvenuta nel 2021. Avevo appena compiuto 18 anni, e vi lascio immaginare quanta tensione ed emozioni potessi provare di fronte a un mondo così ampio e differente dalle mura di casa.


Ogni giorno vivo scoprendo qualcosa che non conoscevo, imparo tanto da chi incontro e ancora non sento di aver imparato tutto.»


Hai iniziato col botto, dai feat con Emis Killa a quello con Gianmaria e pure CanovA: perché chi non ti conosce dovrebbe ascoltare Rizzo?


«Il mio è un progetto fresco, adatto a qualsiasi tipo di ascoltatore e avvicinabile a ogni genere per via delle tantissime influenze che si possono trovare nei brani. Lo trovo perfetto per tutti sia a livello di mood che di gusti uditivi, perché riesce a spaziare dal pezzo triste a quello più movimentato, dalle sonorità dance a quelle un po’ più ricercate. Insomma: secondo me ne vale la pena!


Il mio consiglio per iniziare con l’ascolto del mio ultimo album? Senza dubbio “Scivolando”!»


Chiudiamo con una riflessione. Alessandra è il tuo nome reale, Rizzo è quello che usi sul palco: quanta “Alessandra” e quanta “Rizzo” metti in quello che fai?


«Per me Rizzo è una persona, Alessandra un’altra.

Rizzo è quella parte fragile e sensibile, che vive ogni emozione in maniera forte - bella o brutta che sia - e che quando deve ridere o piangere lo fa, spesso pure tantissimo.


Alessandra tenta invece di reprimere quell’emotività del suo alter-ego, ma lo fa sempre con allegria. Vive le cose in maniera più leggera, è sempre sul mood del “balla” - per citare l’ultimo album - e si tiene attiva sotto ogni punto di vista.


Ma ciascuna delle due serve a completare l’altra, e non esisterebbe senza la controparte. Sono sì due personalità, ma entrambe fanno parte di me stessa e non potrei rinunciarvi.

Allo stesso modo penso che questo sia un dualismo tipico di chi ha la nostra età: tutti dobbiamo esplorare ogni parte di noi e capire “che posto vogliamo avere nel mondo”. Penso sempre che la chiave sia trovare quello che muove la nostra vita e che ci sprona a dare e fare di più, e così mi sento di consigliare a chiunque mi legga».


Oggi Alessandra ci ha ricordato che la musica non dev’essere per forza carica di impegno per essere composta, ma rispondere al bisogno emotivo più “bambino” che aleggia dentro di noi.

Ci piace cantare per piangere e per ridere, e ci sfoghiamo ballando.

Siamo tante entità dentro un singolo corpo, e ogni giorno abbiamo bisogno di nuove sfide e nuovi stimoli. In questo, la musica è nostra alleata: possiamo fare zapping da una playlist all’altra lasciandoci cullare dalle sensazioni che un brano ci trasmette, siano le note in armonia con il nostro stato d’animo o - al contrario - volte a destarlo.


La dicotomia tra il “mondo dei grandi” e la nostra dimensione più piccola non sfumerà mai davvero, attenderà soltanto di ripresentarsi alla nostra porta senza essere messa in stand-by. Ma spesso, del nostro bambino interiore, ne abbiamo davvero bisogno.

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