Paura del palcoscenico: tra teatro e social

Hai mai avuto ansia di pubblicare un post? Potresti avere la paura del palcoscenico (Sì, come quello di Sanremo)

Le paure fanno parte di noi. Come il dolore, ci ricordano che siamo vivi e abbiamo innumerevoli motivi per vivere. Se non ne avessimo, non temeremmo di perderli.

Una questione di prospettiva, no? 

E allora, si può trasformare la paura del palcoscenico in energia da canalizzare?

 

Paura del palcoscenico

 

Alla maggior parte di noi può essere capitato di salire su un palco prima di un’esibizione. Che fosse per uno spettacolo teatrale o un saggio di danza, il chiacchiericcio del pubblico, il tessuto pesante del sipario, il dietro le quinte, le prove, sono tutti elementi che contribuiscono a plasmare l’esperienza in un teatro.

La paura del palcoscenico consiste nel timore che, durante la performance, possano verificarsi delle difficoltà che la rovinino, a discapito del pubblico o dell’attore. È un fenomeno in cui si gioca il desiderio di mettersi in gioco, di mostrare al pubblico il proprio impegno, e la paura di fallire

Questo tipo di paura, però, fa parte di una più ampia categoria di disturbi che affligge molte persone.

 

L’ansia da prestazione

 

Più in generale, l’ansia da prestazione è un forte timore di non riuscire a realizzare ciò per cui ci si sta impegnando. È una condizione che può colpire vari aspetti della vita delle persone: dal lavoro, alla scuola, alle esibizioni, fino ad arrivare al sesso. Anche dedicarsi a un progetto di lavoro che poi deve essere visionato da chi di competenza può far nascere, nel dipendente, l’ansia che qualcosa vada storto, sia sbagliato.

È utile distinguere le due parole: con ansia si intende qualcosa di più duraturo, una condizione di disagio che persiste nel tempo, mentre la paura è più breve, si manifesta nei minuti od ore antecedenti alla performance.

 

Paura del rifiuto

 

A rendere forte l’ansia da prestazione c’è la paura del rifiuto. Il timore di essere giudicati negativamente da chi abbiamo davanti può portare l’individuo a doversi interfacciare con le proprie debolezze, con i difetti che, dopo il rifiuto, sentirà espandersi a macchia d’olio.

Ma perché teniamo così tanto al giudizio altrui? 

In quanto società formata da persone, per natura intrinseca ci ritroviamo ad essere degli animali sociali. Se viene espresso un giudizio negativo su di noi, ciò potrebbe essere interpretato come un’interruzione della rete di conoscenze, interrompendo quindi la connessione sociale a cui ci sottoponiamo quotidianamente.

I social sono un esempio perfetto di questo caso: è ormai abitudine mostrarsi solo perfetti, con una bella vita, tanti amici e una buona estetica. Questo per “assicurarsi” un buon giudizio da parte degli altri.

La pressione sociale che si avverte rende difficile superare la paura del rifiuto, poiché gli standard vengono alzati sempre di più e le persone fanno di tutto per restare al passo, dimenticando nuovamente che la perfezione non esiste e che, da una parte o dall’altra, il giudizio arriva sempre. 

 

Il pubblico: un nemico di molti

 

Salire su un palco davanti a centinaia di persone non è un’esperienza che tutti possono compiere ad occhi chiusi. 

Quando il sipario sale, non c’è più nulla che divide il performer dal pubblico: sono l’uno di fronte all’altro, con la differenza che l’uditorio resta parzialmente nascosto all’ombra delle luci, mentre chi si esibisce deve mostrarsi senza filtri. La psicologa Erika D’Incau interviene per spiegare, dal punto di vista psicologico, cosa significhi sentirsi sottoposti al giudizio di un uditorio: «L’elemento dirimente è la presenza del pubblico; l’ansia di parlare in pubblico – o di esibirsi su un palcoscenico – può manifestarsi a prescindere dal numero di persone che assistono all’evento. […] è un altro l’elemento centrale, ovvero lo sguardo dell’altro su di sé, e più precisamente, il suo giudizio. Ecco perché può essere difficile superare questa paura: è necessario, infatti, indagare a fondo quali siano i rapporti della persona con l’altro, le fantasie che emergono rispetto alla relazione con un altro sconosciuto e generalizzato che osserva la prestazione, in quale posizione si trovi l’altro, dal punto di vista di chi si esibisce, rispetto alle sue prestazioni e scelte».

L’ansia da prestazione e la paura del rifiuto da parte del pubblico possono compromettere la performance di chi si esibisce. Infatti, la paura del palcoscenico può far provare all’individuo innumerevoli sensazioni, dalla nausea, all’apprensione, passando per una sudorazione eccessiva, o, addirittura, la sensazione di perdita del controllo. Qualora il performer non riuscisse a tenere le redini del proprio disagio, lo spettacolo potrebbe addirittura essere compromesso: si stima che dal 50% al 70% dei musicisti ha messo in atto prestazioni compromesse dalla paura del palcoscenico.

 

Il contatto diretto tra performer e pubblico

 

«La totale assenza di una barriera tra palco e pubblico intensifica la relazione tra performer e

spettatore, trasformando la performance in un’interazione sociale diretta e immediata. Da un punto di vista sociologico, ciò richiama il concetto di “presentazione del self” elaborato dal sociologo Goffman, secondo cui ogni interazione è una rappresentazione in cui gli individui cercano di controllare l’immagine che proiettano agli altri. […] Da un lato, rende la performance più autentica e immersiva. Dall’altro, lo espone a un controllo sociale più serrato, aumentando l’ansia performativa e la necessità di negoziare continuamente la propria immagine con il pubblico. Ciò si amplifica soprattutto quando il performer si trova a dover interpretare ruoli che potrebbero richiamare stereotipi presenti tra gli spettatori», spiega il sociologo e ricercatore in Sociologia dell’ambiente e del territorio Antonio Sibilia.

Prendendo in esempio questo caso, la paura del giudizio del pubblico potrebbe manifestarsi anche qualora l’attore si trovasse ad interpretare uno stereotipo presente nel pubblico. A quel punto, gli occhi puntati addosso diventano doppi: quelli dell’uditorio e quelli di chi è lo stereotipo.

 

La paura del palcoscenico: come la vivono gli attori?

 

Per avvicinarci maggiormente alle sensazioni che provano gli attori negli attimi prima di salire su un palco e di esibirsi davanti al pubblico, abbiamo intervistato direttamente chi, in questo mondo, ci vive. 

Attore cinematografico e teatrale e cofondatore della compagnia Hospites Teatro di Bologna, Leonardo Balestra ha provato a descrivere come la paura del palcoscenico viene vissuta e può, in qualche modo, essere usata in maniera positiva.

«L’attimo prima di entrare in scena è una zona di transizione: può esserci tensione, concentrazione, una strana calma o un misto di tutte queste sensazioni. Alcuni attori cercano un punto di ancoraggio per gestire l’emozione, mentre altri preferiscono lasciarsi attraversare dall'agitazione senza tentare di controllarla troppo. La paura del palcoscenico non è qualcosa che necessariamente scompare con l’esperienza, piuttosto si trasforma. Diventa energia utilizzabile, un segnale che si è vivi nel momento presente».

Capire perché nasca questo tipo di paura potrebbe essere il primo passo per stravolgere la propria prospettiva in merito. Ma è un percorso lungo e sul quale non si può certo lavorare dall’oggi al domani, ma come in ogni cosa, ci sono due facce della stessa medaglia.

Anche se l’uditorio resta nell’ombra, l’attore sa che c’è e che un errore verrebbe subito notato. È da qui che parte la forte paura di chi si esibisce.

«Quando qualcosa sfugge al previsto – una battuta dimenticata, un gesto involontario, una reazione inattesa del pubblico – si apre un’opportunità per l’attore di essere ancora più presente, di reinventare il momento senza tradire il senso dello spettacolo. Alcuni degli istanti più vivi in scena nascono proprio da queste crepe, in cui la precisione e l’adattamento si incontrano per dar vita a qualcosa di irripetibile», conclude Balestra. Ecco che qualcosa di negativo può avere anche un aspetto positivo: forse con lo sbaglio non è tutto perduto e il pubblico potrebbe apprezzare maggiormente l’attore che improvvisa.

 

 

 

 

 

La psicologia ci valida questo meccanismo: «Oltre al timore del giudizio dell’altro, un altro aspetto inibitorio, e dunque angosciante, può essere un ideale dell’io rigido, poco elastico e irraggiungibile. 

Il perfezionismo limita la libertà di movimento, la creatività, la possibilità di lasciarsi andare e di accettare eventuali sbavature, inciampi o anche errori; l’angoscia allora può derivare dall’idea di dover corrispondere perfettamente ad un’immagine precisa, al dover produrre una prestazione ideale e quindi dal controllo. Ma voler controllare un’esibizione, di qualsiasi tipo sia, senza lasciar fluire liberamente l’atto non può che generare un’angoscia che talvolta può risultare invalidante […] Quindi, paradossalmente, i propri obbiettivi possono essere raggiunti nel momento in cui si accetta che effettivamente possano non esserlo», come confermato poco sopra, lo spazio lasciato all’errore spesso produce una performance più veritiera e perché no, a volte migliore.

«Quando il sipario si alza l’angoscia emerge perché, da quel momento in poi, la persona sa che non tutto sarà sotto il suo controllo: la scelta che può fare è tra il tentare di mantenerlo a tutti i costi, o accettare che le cose vadano da sé, cercando di fidarsi», conclude D’Incau.

 

Può essere superata?

 

Per la sua natura fortemente intricata, la paura del palcoscenico risulta essere ostica da superare, soprattutto perché insieme alle emozioni negative, regala anche forti sensazioni, come la voglia di rivincita, l’eccitazione e la gioia.

«La persistenza della paura del palcoscenico e dell’ansia da prestazione, anche tra attori esperti, può essere efficacemente analizzata attraverso le categorie sociologiche elaborate dal sociologo Goffman, il quale evidenzia come ogni individuo, nell’interazione sociale, tenda a proiettare un’immagine di sé conforme alle aspettative del pubblico, al fine di garantirsi un trattamento coerente con il proprio ruolo. Questo processo implica la necessità di esercitare un costante controllo sulle impressioni suscitate negli altri, giacché ogni configurazione sociale si regge sull’assunto per cui un individuo dotato di specifici attributi socialmente riconosciuti ha diritto a essere trattato in maniera coerente con essi. Nel contesto teatrale, tale dinamica si traduce nella pressione a offrire una performance all’altezza delle aspettative, evitando elementi dissonanti che possano comprometterne la credibilità. […] La paura del palcoscenico persiste, perciò, in quanto radicata nelle dinamiche di interazione sociale e nella necessità di mantenere una coerenza espressiva agli occhi del pubblico», chiarisce Sibilia.

Ciò che l’attore fa è proiettare l’immagine più positiva di sé, che allo stesso tempo è ciò che si aspetta di vedere il pubblico. Se si assiste a una performance positiva, il giudizio sarà positivo.

 

Nascondersi dietro al ruolo

 

Potremmo pensare che l’attore possa facilmente trovare rifugio dietro al personaggio che si ritrova ad interpretare. Eppure, non è così facile come può sembrare. 

«L’interpretazione di un ruolo, in effetti, potrebbe sembrare rassicurante: in gioco ci sarebbe altro, qualcosa di diverso dal soggetto interpretante, ma è pur vero che è sempre lui che sta interpretando. Questo è il punto in cui può emergere l’angoscia: l’attore dovrebbe riuscire a mettere da parte il proprio Io per poter dare spazio a qualcos’altro; operazione molto complessa, che richiede un grande esercizio e una profonda conoscenza dei propri meccanismi interni. In psicoanalisi si ritiene l’io sia la sede dell’angoscia, dunque, se l’angoscia è presente, è perché c’è un io che non rinuncia alla padronanza su di sé, al controllo», ci spiega la psicologa D’Incau. 

Come anticipato sopra, tra i sintomi della paura del palcoscenico vi è proprio il timore di perdere il controllo, di non riuscire a restare sulla retta via per l’attore e per il pubblico.

 

I social come un teatro

 

Troppo spesso prima di caricare una storia o un post su Instagram li riguardiamo mille volte, cerchiamo la canzone perfetta, modifichiamo le luci, le ombre. Troppo spesso tentiamo di renderci perfetti in un mondo che non ne vuole sapere di offrirci altrettanta perfezione. Perché non esiste.

Il profilo Instagram o TikTok diventa la nostra vetrina, senza pecche e in ordine. Recitiamo quindi una parte, poiché di solito, la versione che propiniamo agli altri difficilmente si avvicina al nostro Io più vero.

E se pubblichiamo la foto sbagliata? E se il video di TikTok non va virale? Sono errori, falle nel sistema che vanno sistemate, poiché se altri sono andati virali o hanno ricevuto apprezzamenti, deve succedere per forza anche ora.

In questa accezione, i social potrebbero essere interpretati come un teatro, su cui non recitiamo tante parti, ma solo una: la nostra versione perfetta. Attenzione, non migliore, bensì perfetta. Perché i social, il like mancato, il follow non ricambiato, non perdonano. 

La sensazione di sentirsi inferiore, di essere inadeguato sono sensazioni che anche gli attori provano prima di uno show.

 

Il palcoscenico della Gen Z

 

«Oggi i social media creano un palcoscenico virtuale in cui la separazione è insita nel mezzo stesso della comunicazione: lo schermo. La distanza tra chi comunica e chi riceve il messaggio diventa strutturale, modificando il senso stesso della performance e della presenza.

Goffman ha descritto la vita quotidiana come una rappresentazione teatrale, in cui ciascuno recita un ruolo per mantenere una determinata immagine sociale (Goffman, 1969). Nei social network, questa dinamica si esaspera: ogni utente è contemporaneamente attore e pubblico, costruendo la propria identità digitale attraverso post, immagini e interazioni studiate. Tuttavia, mentre nel teatro tradizionale la performance è un evento dal vivo e collettivo, nei social network l’interazione diventa frammentata, asincrona e spesso manipolata», continua Sibilia.

«Se nel teatro tradizionale la presenza fisica dell’attore permette una relazione diretta con il pubblico, con emozioni e reazioni immediate, nei social media la presenza diventa ambigua e paradossale: siamo costantemente connessi, eppure distanti, esistiamo come immagini digitali più che come corpi reali […] Nei social network, la vita diventa un’eterna rappresentazione, in cui ognuno recita il proprio ruolo su un palcoscenico virtuale, con un pubblico potenzialmente infinito, ma privo di una presenza reale e tangibile».

La paura del palcoscenico della Gen Z si potrebbe tradurre nell’immagine virtuale che vuole dare sui propri social. Deve corrispondere a un’immagine perfetta e coerente, per evitare giudizi negativi e soprattutto per ricevere consensi alla foto o al video pubblicato. Inoltre, questo tipo di consensi aumenterebbe sia l’autostima, sia l’idea di immagine riflessa che pensa di dare.

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