Alle paralimpiadi si sventola la bandiera dell’inclusione, ma è davvero così?
Oggi, nella capitale francese, si concludono i giochi paralimpici. Gli atleti in gara cercano di superare lo stigma a partire dalla narrazione di sé. Da eroi a professionisti, a Parigi è in atto una rivoluzione del linguaggio.
A Parigi quest’anno ha regnato lo sport: la capitale europea ha ospitato dal 28 agosto ad oggi, 8 settembre, i giochi paralimpici. Gli atleti sono oltre 4000, da tutto il mondo, i quali si sono sfidati in 22 sport. Le gare hanno avuto luogo in 18 sedi diverse, davanti a quasi tre milioni di spettatori. Tenendo ben a bada la tensione, uomini e donne hanno cercato di ottenere al collo la propria medaglia, simbolo dei propri sforzi.
Tuttavia, la narrazione che ruota attorno a questo evento mette l’accento sulla condizione di questi atleti: la disabilità.
Ed è qui che il noto evento sportivo diventa la trasfigurazione di qualcos’altro, ossia un’arena di possibilità per coloro che nella vita incontrano quotidianamente difficoltà. Diversità, inclusione, opportunità: sono queste le parole chiave che riempiono i notiziari negli ultimi giorni. Ma è davvero necessario? Cosa ne pensano gli atleti?
Cosa dicono le Paralimpiadi della nostra società: empowerment e inclusione
Sebbene questo sia un tema divisivo, bisogna guardare ai dati di fatto. La lotta all’uguaglianza si porta avanti su un’arena che coinvolge tanto le persone quanto gli strumenti. L’importanza che si riversa su tale evento riguarda, anche, la carenza di infrastrutture accessibili. Fuori da ogni retorica, la quotidianità dei cittadini con disabilità è tanto più ostica quanto più è complicato l’accesso ai servizi.

Fonte: Comitato italiano Paralimpico via IG
L’uguaglianza non è “una vita normale”, ma una vita che possa essere alla misura e alla portata di tutti. Le Paralimpiadi, con tutte le criticità che ruotano attorno alla narrazione dell’evento, mettono in luce uno spaccato di società. Lo spettatore è travolto dalla compassione, ma anche da stupore, che diventa orgoglio alla vista del medagliere. È così che la competizione diventa qualcosa di più grande, che va oltre la gara in sé.
Gli atleti diventano modelli di resistenza, di coraggio. Modelli per se stessi, e per gli altri, tutti. Che questo sia sbagliato? Indubbiamente l’approccio ha delle criticità. Criticità e paradossi esposti prima di tutto dal Presidente dell’International Paralympic Committee, Andrew Parsons. Quest’ultimo, ha tenuto un discorso alla cerimonia d’apertura dei giochi:
«Gli atleti paralimpici sono qui per competere, vincere e battere i record del mondo, e anche per raggiungere qualcosa di molto più grande della gloria personale. Chiedono uguaglianza e inclusione, per se stessi e per gli 1,3 miliardi di persone con disabilità in tutto il mondo. Attraverso le loro performance, gli atleti paralimpici sfideranno lo stigma, cambieranno atteggiamenti e ridefiniranno i confini di ciò che pensi sia possibile».
Disabili, diversamente abili, persone con disabilità, portatori di handicap, svantaggiati. L’approccio - anche e soprattutto nel linguaggio - è discriminatorio e offensivo. Non esiste l’handicap o lo svantaggio. La disabilità è un deficit mentale, fisico o sensoriale. Il termine corretto per far loro riferimento è “persone con disabilità”.
Questa è ad oggi definita come «la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e i fattori personali e, i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive l'individuo».
L’ironia cambia il discorso sull’inclusione: cosa sta cambiando?
Persone speciali, eroi, idoli di resilienza e coraggio. L'immagine della disabilità affoga nella retorica, ma anche nel sensazionalismo e nel pietismo. Tuttavia, qualcosa sta cambiando.
Già dalle campagne promozionali e dai social, l’(auto)ironia permette agli atleti di scrollarsi di dosso l’aura di superumani. Questo approccio è particolarmente significativo perché supera la compassione interiorizzata e i falsi miti. Guardare all’atleta, non alla persona. E alla disabilità come porzione di realtà. Gli atleti sono professionisti, non “persone speciali”. È questo ciò che rivendicano con forza alcuni nomi noti, da Manuel Bortuzzo, a Carlotta Gilli, fino a Rosa Efomo De Marco.
In questo cambiamento i social hanno avuto un ruolo significativo. Sui profili TikTok delle Paralimpiadi stanno spopolando video ironici sugli atleti e le loro performance, un tentativo vincente per avvicinare il pubblico e normalizzare la discussione sul tema. Anche questo ha creato divisione, ma i diretti interessati - ossia gli alteti - hanno reagito a tali contenuti con una sana risata. Anche il messaggio della campagna promozionale è cambiato, rispetto agli anni precedenti.
Le dichiarazioni di Carlotta Gilli e Manuel Bortuzzo fanno riflettere
Carlotta Gilli, nuotatrice torinese di 23 anni, in una intervista a La Stampa, ha dichiarato: «Il pensiero ‘poverino, quanto è bravo’ verso un atleta con disabilità deve svanire. Nessuna compassione, siamo persone, sportivi. Vale nello sport come nella vita di tutti i giorni […]».
Manuel Bortuzzo, nuotatore triestino di 25 anni, in una intervista per “Repubblica” ha dichiarato:
«[…] Hanno creato la figura di un campione unico, al di là della sua condizione. L’atleta paralimpico non vuole essere messo in primo piano perché gli è successo chissà cosa, gli interessa che se vince è un campione, se perde ha perso […]».
Fanno sentire la loro voce a partire dalla campagna promozionale, che ha sempre usato il verbo “gareggiare” per gli atleti olimpici, e “partecipare” per quelli paralimpici.
Una distinzione che pesa, e che può cambiare. Lo ha fatto anche Bebe Vio, pubblicando sul suo profilo Instagram un post di protesta: “io non parteciperò, io gareggerò”.
Sono gli stessi atleti a rivendicare il loro ruolo all’interno di questo evento. Non eroi, non persone speciali, ma atleti di alto livello. A Parigi è in atto una svolta storica, una rottura col passato. Un cambio di prospettiva, un approccio che fa riflettere quanto sperare.
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