Outing, quel «si dice che sia gay» di troppo
Conosci la differenza tra outing e coming out? No, non sono sinonimi. Uno significa libertà, l'altro violenza: sai riconoscerli?
L’11 ottobre 1988 si celebrava il primo Coming Out Day. Esattamente un anno prima, uomini gay e donne lesbiche marciavano su Washington per rivendicare l’autodeterminazione sessuale e identitaria. Così lo psicologo Robert Eichberg e l’attivista queer Jean O'Leary durante il laboratorio The Experience and National Gay Rights Advocates ebbero l'idea di istituire ufficialmente una Giornata mondiale: quella del coming out.
Il coming out rappresenta quel diritto a esistere, o meglio, a esistere alla luce del sole, nello spazio pubblico. L'espressione inglese “coming out” ci rimanda letteralmente alla scelta - consapevole e consensuale - di uscire fuori, allo scoperto.
Oggi però abbiamo deciso di parlare della faccia della medaglia opposta a esso, ossia l’outing.
E per farlo abbiamo chiacchierato con Iris Pelizzoni, Phd del Centro Tice e psicologa specializzata nel supporto psicologico individuale e di gruppo per persone che appartengono alla comunità LGBTQIA+. Sui social è una delle “mamme a modo nostro”.
Con sua moglie Giada, anche lei laureata in psicologia, e il loro piccolo Giulio, portano avanti un’attività di sensibilizzazione sull’omogenitorialità.

Coming out e outing: quali sono le differenze
Da una parte libertà di scelta dall'altra solo violenza perpetrata, più o meno consapevolmente, ai danni di un’individualità. Da una parte il coming out e dall'altra l’outing:
«La società mi ha dato una maschera da indossare [...]. Dovunque vada, in qualsiasi momento e davanti a qualsiasi sezione della società, io fingo». Scriveva così lo scrittore e professore Donald Webster Cory nel 1951 nel suo “Homosexual in America”. Opera che ancora oggi è considerata una delle pietre miliari della storia dei diritti LGBTQIA+.
Concentriamoci per un attimo su quella breve, ma significativa frase: «io fingo».
Uno studio dell’Università del Maryland del 2016 condotto su 353 studenti e studentesse universitari ha dimostrato che proprio l'occultamento esplicito della propria sessualità causa spesso depressione e insoddisfazione generalizzata.
Il coming out è, in tal senso, proprio uno strumento di liberazione e di rivendicazione e «si configura» sostiene Pelizzoni «nell’autodeterminazione di chi sceglie di mostrarti la sua identità con consapevolezza»
Perché si fa outing?

Ma perché si sente quasi la necessità di fare outing?Di rivelare qualcosa che appartiene alla sfera individuale di un'altra persona?
«Un orientamento o un’identità che non rientra nella norma» - sostiene la psicologa Pelizzoni - «fa ancora scalpore».
Ed è a questo punto che si concretizza il motivo principale. Di bocca in bocca si muove ciò che è considerato notizia: «Ma lo sai che è etero?». Nessuno ce lo comunicherà mai con espressione sorpresa. Ciò che non ci aspetteremo diventa quindi più facilmente argomento di discussione. Una discussione in cui è facile si cada nella feticizzazione sessuale.
E così che l'omosessualità diventa una posizione a letto, due ragazze che si baciano piacere negli occhi di chi guarda (l'uomo etero). E una persona transgender? “Il trans”. E la bisessualità? «Vabbè dai, sarà confusa, poi le passa». A tal proposito è interessante un'indagine Ifop, l'istituto francese di sondaggio d’opinione.
Il sesso tra donne è una delle fantasie sessuali più diffuse tra gli uomini etero. Ma perché? Il lesbismo non mette in discussione la viralità. Anzi. Le dinamiche di potere si amplificano e la scena erotica porta a una completa oggettivazione sessuale. Meccanismo questo che tocca anche ad esempio le persone transgender, il cui corpo diviene un feticcio che non risponde e mette in crisi il binarismo di genere e l’eteronormatività.
Eteronormatività: una regola non scritta (o forse anche)
La società in cui viviamo è ciseteronormativa e normata, basata e operante quindi in un solo paradigma: l'uomo eterosessuale e cisgender. Il termine “ciseteronormatività” appare per la prima volta in un'opera di M. Warner del ‘91 dal titolo: “Introduction: Fear of a Queer Planet” (tradotto: “Paura di un Pianeta Queer”) e viene descritta come «pervasiva e invisibile». Un sistema che ha «l’abilità di auto-interpretarsi come la società».
Si pensi, ad esempio, al Diritto e a come sia costruito sul binomio uomo-donna e sul modello della relazione eterosessuale. Esemplificativo è
in questo senso l'articolo 143 del Codice Civile:
«Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri». Ma ancora pensiamo alla rappresentazione dell'amore che si ha sui social o in televisione. Abbiamo mai visto la rappresentazione di una famiglia omogenitoriale?
Per tale motivo spesso l'uscire allo scoperto in questa società non è per nulla facile ed è solo l'ultimo e importante passo di un lungo percorso interiore che non prescinde in molti casi dall’accettazione dell’Io. Proprio questo paradigma non poche volte causa sensi di colpa e quel sentimento che viene descritto con la classica frase «mi sono sentit* sbagliat*».
Le conseguenze psicologiche dell’outing

L’outing è un comportamento lesivo che «può trasformarsi in violenza psicologica» - afferma la dottoressa - «e quindi avere delle conseguenze importanti in chi lo subisce»
Il primo elemento che deve essere sottolineato è il contesto, lo spazio in cui una persona sceglie di fare coming out. Deve essere percepito come sicuro, cosa che nell'outing non accade perché non è lei stessa a sceglierlo:
«Possono scaturire vergogna e senso di vulnerabilità perché ci si può sentire esposti a un contesto in cui non si aveva il desiderio di dimostrare la propria identità».
Il non aver avuto il controllo della situazione che si è subita è un altro fattore dà considerare . Esso può provocare «uno stato di stress che porta in alcuni casi anche a una vera e propria sintomatologia dell’ansia, proprio perché l'identità viene rivelata in un modo che non è stato possibile controllare.
Da lì può scaturire anche il timore del giudizio sociale o della discriminazione».
Last but not least è il consenso. Il fatto che manchi - per definizione - nell’outing ci ha dato l'occasione di affrontare l'argomento:
«C'è proprio un tema di rispetto: consenso e rispetto sono due concetti che vanno un po' a braccetto.
Se io in maniera consensuale esprimo la mia identità sto rispettando anche tutto ciò che è il mio vissuto emotivo, sto rispettando quello che è il mio vissuto in termini di esperienza e questo mi porta a una comunicazione quindi a un coming out che in linea con la mia emotività».
Dare per scontato che una persona faccia coming out: un atteggiamento eteronormativo?
Se si è cisgender ed eterosessuali probabilmente non si sentirà mai l'esigenza di chiamare da parte un familiare o un amico e parlargli della propria sessualità che sia l’identità di genere o l’orientamento sessuale. Questo perché si rientra in quella che è considerata la norma. Insomma, si sa benissimo che ciò che si è, è dato socialmente per scontato.
Se si è queer (termine ombrello che indica tutte le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA), invece, qualcosa cambia: vivendo in una società strutturata secondo parametri ciseteronormativi, chi non si conforma a tali standard spesso sente la necessità di chiarire o giustificare la propria identità, in quanto percepita come “altra” rispetto alla norma dominante, “fuori dalla norma”.
Il coming out, quindi, per molte persone che fanno parte di quella “minoranza”, diventa quindi un passo quasi obbligato, necessario per rompere il silenzio imposto dal contesto sociale.
Eppure, dare per scontato che una persona debba necessariamente fare coming out è un atteggiamento intrinsecamente eteronormativo. Questa presunzione implica che l'eterosessualità sia la condizione predefinita e che ogni altra identità debba essere dichiarata e spiegata.
Rompere gli schemi: il coming out non è scontato, né un obbligo
Diamo quindi spesso per scontato che una persona queer debba necessariamente fare coming out con noi, come se fosse tenuta a rivelarci qualcosa. Ma su cosa basiamo questa convinzione? Forse sul modo in cui si veste, parla o si atteggia?
Questi pregiudizi si fondano su stereotipi che, secondo la dottoressa Iris Pelizzoni, costituiscono vere e proprie «micro-aggressioni, perché hanno la pretesa di attribuire in maniera stereotipica un orientamento o un'identità».
Allo stesso tempo, la psicologa sottolinea come in realtà il coming out sia un fenomeno che riguarda tutti e tutte, non solo le persone queer: «Le persone cis e eterosessuali, ad esempio, fanno coming out continuamente e in tutti i contesti sociali quando parlano dei loro compagni o delle loro compagne».
«Quindi» conclude, «provo a farvi vedere la questione da un altro punto di vista: il punto non è solo imparare a non dare per scontato che una persona faccia coming out, ma essere noi sempre un posto sicuro. In modo tale che una persona, indipendentemente da quale sia la sua identità di genere e/o il suo orientamento sessuale si senta libera di esprimersi, di raccontarci - o meno - quella parte di sé».
Il coming out deve rappresentare quindi un eventuale strumento di libertà con il quale una persona rivendica il diritto di essere se stessa proprio in quello spazio che lo circonda.
E poiché «lo spazio che lo circonda» per l'altro siamo noi, possiamo fare la nostra parte nel linguaggio e nei comportamenti. Abolire i pranzi di famiglia ed “E la fidanzatina?” Sarebbe forse una soluzione? No, ragazzi, si scherza, ma noi nel nostro piccolo possiamo creare un ambiente più inclusivo e accogliente per tutti.
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