Novanta Minuti d'America

Il primo, e forse l’ultimo, dibattito presidenziale tra Harris e Trump. Dalla Pennsylvania sono arrivati i 90 minuti chiarificatori di quello che caratterizzerà gli Stati Uniti nei prossimi due mesi.

Il 10 settembre qualcosa, forse, è cambiato. I dibattiti televisivi, soprattutto politici, spesso faticano a colpire l’attenzione, specialmente quando cadono nel tecnicismo politico dei programmi avanzati dai front runner. Tale tecnicismo, andato a scemare negli ultimi anni, è stato tante volte sostituito da battibecchi e schermaglie, sintomi di un nuovo approccio nei confronti del target elettorale. Nonostante alti livelli di share negli anni passati, come gli 84 milioni di spettatori al dibatto Trump-Clinton del 2016, l’impatto è spesso rimasto circoscritto. Questa volta la storia è diversa, o almeno pare.

Con impatto non intendiamo il numero di telespettatori, che cinque giorni fa ha visto un rialzo positivo del 18% rispetto all’ultimo dibattito tra Biden e Trump (70 milioni di persone), ma la ricezione mediatica di ciò che è stato detto. Per 90 minuti, il palco del National Constitution Center è diventato l’arena nella quale i due candidati si sono sfidati a colpi di battute taglienti e insulti, passando da momenti di relativa quiete, a momenti di profonda tensione. Se volessimo, potremmo riassumere tutto il dibattito presidenziale in tre termini: impreparazione, scaltrezza e confusione. Nonostante ciò, e nonostante tutti i meme che hanno fatto seguito al dibattito, questo si è rivelato in qualche modo prezioso. 

Facciamo “alla Trump” o “alla Harris”?

A cadere sull’impreparazione è stato Trump, il quale ha dimostrato di essere fin troppo sicuro di sé per doversi preparare ad un dibattito con una candidata che lui non reputa pericolosa. Harris invece, forse ben consapevole dello stile comunicativo del former President, si è presentata sul palco mostrando sin dall’inizio, e sottolineandolo ripetutamente nel mentre, che è lei la candidata che gli Stati Uniti stavano da tempo aspettando. Sulla scaltrezza ha vinto a mani basse l’attuale Vicepresidente, che ha saputo destreggiarsi sapientemente tra le domande incalzanti dei moderatori, ai quali invece Trump ha preferito rivolgersi in uno stile più “bacchettone” che formale. Non a caso, Trump ha deciso di rispondere innumerevoli volte al mediatore Muir esordendo con un “let me tell you”. 

Prima di guardare alle macroaree affrontate, due parole andrebbero spese per il vero protagonista della serata: lo stile comunicativo di entrambi i candidati. A uscirne vittoriosa Harris, che sin dal primo secondo ha saputo attirare a sé l’attenzione. Non è stato d’altronde un atto di mera gentilezza e formalità quello di tendere la mano a Trump, avvicinandosi con passo deciso e presentandosi. L’introduzione di se stessa ha rappresentato, in quel momento, il taglio netto con Biden, un modo per indicare che “da questo momento ci sono io”. Trump non l’ha capito, o meglio, ha fatto finta di non capirlo, tant’è che più volte parlava alla candidata opposta riferendosi all’attuale Presidente in carica, che non è però in corsa. Importante, oltre a ciò, è stato il modo differente di Harris e Trump di rispondere alle domande. All’impreparazione, più strategica che altro, di uno, ha fatto da contrappeso la sicurezza e il body language dell’altra, la cui mimica facciale ha detto più delle parole.

Sorriso smagliante e fluidità di movimento (su cui Trump pecca), Harris si è voluta dimostrare alle telecamere come una politica seria, non staccando la penna dal foglio se non nei momenti in cui le risposte passavano a lei. Trump, d’altra parte, ha preferito rimanere con entrambe le mani ancorate al legio, tentando goffamente di risultare il candidato serio, preparato, il quale non ha bisogno di appuntare nulla ma che è capace di andare a braccio, talvolta anche rimproverando l’avversaria (in un passaggio ha liquidato una protesta di Harris con un semplice “quiet please”). Non a caso, Trump ha scelto un ottimo way of talking, anzitutto declassificando l’avversaria utilizzando il pronome “she” senza mai guardarla (al contrario di Harris che, almeno per buona parte del dibattito, è rimasta sul titolo formale appartenente a Trump: former President) e, inoltre, deformalizzando qualsiasi argomento per dare l’idea di essere l’uomo capace di affrontare i problemi in modo facile (il capo del Talebani, per esempio, è diventato “Abdul”, come se fosse il primo uomo trovato per strada). Oltre a ciò, il former President ha spesso faticato a raggiungere la totalità dei 2 minuti nelle risposte, cosa che, sebbene abbia demarcato una profonda debolezza verbale, gli ha permesso di ritirare fuori i punti forti con cui consolidare il proprio elettorato.

Alla fine, la prima cosa che viene in mente da pensare è un semplice “che confusione!”, sia per l’andamento del dibattito, che Trump ha tentato invano di indirizzare sui propri punti sicuri, sia perché, in concreto, è stato detto poco e nulla. Ma dal “poco e nulla” si può capire tanto.

Politica interna

Nel corso del dibattito, quando nelle domande si è toccata la politica interna, poco è stato detto. Trump ha collegato quasi ogni questione all’immigrazione, anche senza domande specifiche in merito, mentre Harris ha puntato alla classe media, cercando di renderne i problemi concreti e tangibili attraverso storie personali. Una strategia che, seppur risultando efficace, non ha introdotto novità rilevanti. Ritorna sempre la differenza comunicativa tra i due. Harris si rivolge direttamente al popolo, offrendosi come l’apripista di una “new generational leadership” e sostenendo che lei "intends to be your (their) President”. A Trump ciò non è servito, lui si ritiene già il Presidente, sia perché convinto di non aver perso nel 2020, sia perché parla della presidenza 2025 come sua. Oltre a ciò, il nulla più totale da entrambi.

Politica estera

In politica estera, entrambi i candidati si sono dimostrati vaghi e non completamente sicuri dei loro piani. Sulla crisi e guerra in Medio Oriente, Harris ha confermato la linea di Biden, riproponendo i “due Stati” come soluzione, nonché la necessità di un ceasefire. Ha cambiato però leggermente regime a favore dei palestinesi, una strategia elettorale da non prendere sotto gamba, specie se si considera che siamo nel momento della corsa presidenziale dove si cerca ormai di accaparrare gli ultimi voti utili. Trump non riesce a dire cosa farebbe in quanto Presidente, si limita a dire cosa accadrebbe nel caso Harris arrivasse alla presidenza. Anche qui, nulla di nuovo, nulla di concreto, nulla di entusiasmante; l’America è coinvolta in Medio Oriente, ma è prevalso il duello politico sulle capacità dei candidati, piuttosto che sulle soluzioni che questi ultimi porterebbero ai tavoli dei negoziati. 

Riguardo l’Ucraina, Trump non ha risposto sulla vittoria, tirando invece fuori l’amicizia con Putin, la quale gli permetterebbe di sistemare la crisi in 24 ore. Da Harris, che si è dimostrata anche in questo caso in linea con Biden, è arrivata pressoché una presa in giro nei confronti di Trump e sull’ingenuità di lui riguardo i leader russo e nordcoreano. A parte ciò, nulla è stato detto sugli ultimi giorni, né sulla questione NATO, né sulla conferenza di pace. L’Europa? Eliminando timori a livello commerciale, Trump ha fatto riferimento all’Ungheria di Orban, considerandola una grande leadership, ma evitando di considerare, però, la divisione interna europea che proprio dall’Ungheria parte. 

Una riflessione finale

A tirare le somme conclusive, il dibattito ha portato ad un poco sostanziale, ma ha lasciato intendere bene le capacità di chi si sta battendo per la Casa Bianca. A Trump va il merito, e sarebbe disonestà intellettuale non ammetterlo, di essere riuscito a mantenere il proprio modus operandi. Ad oggi, e dopo tutto ciò che è successo negli ultimi quattro anni, non ha bisogno di convincere gli elettori repubblicani a votarlo … ciò che è importante è reiterare ciò che serve a mantenerli. Serviva schernire “the weak” (l’Amministrazione Biden) e basta, affrontare le questioni in modo chiaro non era necessario. Dall’altra parte, Harris ha convinto la parte democratica del paese di essere la scelta giusta all’interno del Partito. Ai democratici serviva la dimostrazione che alla corsa presidenziale ci fosse una persona giovane, capace di tenere testa all’ “uomo stanco che combatte per il bene del Paese” (il tono emaciato con cui si è presentato Trump lascia pensare a questa immagine) e, per ultimo, capace di convincere quella fetta di elettorato rimasta insoddisfatta dell’operato Biden. Forse solo sull’economia entrambi i candidati vanno nella stessa direzione, nonostante ampie divergenze. Su Foreign Affairs è stato pubblicato un articolo a proposito, che spiega perfettamente il tema del “protezionismo” a cui entrambi i partiti aspirano, ma anche le conseguenze di una guerra doganale pressoché inutile. 

Sono tante le domande che sorgono a questo punto, tra cui spicca proprio quella sul vincitore. Non è possibile ancora dirlo, nonostante Harris abbia riguadagnato terreno dopo l’affievolimento estivo sul supporto elettorale, Trump sembra ancora il favorito, nonostante inizino già a profilarsi fratture interne nell’accoppiata con JD Vance. Oltre a ciò, un tema caldo è tornato nel dibattito pubblico: il 2025 porterà un nuovo 6 gennaio? Trump sull’argomento ha glissato, non proferendo parola se non un “we didn’t do it”, ma Washington inizia a preparare le barricate. 

Saranno due mesi tosti e si salvi chi può se all’election night si arriva alla pari, le barricate salveranno poco e niente. 

Foto copertina: AP Photo/Alex Brandon

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