Ma perché il punto usato alla fine di un messaggio WhatsApp altera la percezione del suo contenuto?
Un punto, un semplice punto? Eh, no. Perché alla fine dei messaggi WhatsApp è responsabile di ogni nostra paranoia
- Cos’hai?
- Niente.
Uno scambio di messaggi su WhatsApp. La paura, l’ansia, il panico. Un campanello d’allarme. Quel punto, quel maledettissimo punto. Ma perché? È un segno di punteggiatura, va alla fine di ogni frase. Su WhatsApp però non è lo stesso.
Le conversazioni per messaggio, volendo o meno, fanno parte, ormai, della nostra vita quotidiana. Uno spazio in cui a dominare sono il visualizzato, le spunte blu, un modo differente di vivere l’attesa e la comunicazione. Uno spazio in cui, diciamolo, ci dimentichiamo i segni di punteggiatura. Ma lui no, il punto non lo dimentichiamo. O perlomeno non in alcuni casi specifici. Molto specifici.
Normalmente, in chat, non sentiamo il bisogno di aggiungerlo alla fine di una frase perché premendo invio già la isoliamo, dando al nostro interlocutore l’informazione base: la pausa sintattica e semantica, di significato, netta che, di solito, è affidata al punto.
A tal proposito, un professore di linguistica dell’università della Pennsylvania, Mark Liberman, sostiene: «in quel contesto, per concludere basta cliccare “invio”. Scegliere di aggiungere un punto fa sì che il destinatario si chieda perché si è avvertita la necessità di farlo».
La conversazione via messaggio
Le conversazioni che intratteniamo sulle app di messaggistica istantanea hanno delle peculiarità ben precise, tra le quali, come già accennato, i segni d’interpunzione ridotti all’essenziale e, spesso, neanche quello. Un utilizzo considerevole di emoticon, slang, forme fonosimboliche e onomatopeiche che traducono tutte quelle emozioni che altrimenti è quasi impossibile comunicare per messaggio. Un classico è l“ahahahahah”.
A noi, Gen Z, non piace parlare al telefono, eppure quando chattiamo imitiamo il parlato.
Nel 2016 Treccani ha inserito nel suo dizionario un neologismo per descrivere questo fenomeno: l’e–italiano:
«s. m. Varietà di italiano scritto sorta nell'ambito della continua evoluzione della comunicazione telematica, agìta tramite una vasta gamma di dispositivi tecnologici e differenti canali di trasmissione.
Saper digitare non equivale a saper scrivere – spiega Giuseppe Antonelli, professore di Linguistica italiana all’Università di Cassino e studioso dell’evoluzione dell’italiano nell’era del web – perché i testi digitati nei social media, negli sms o nelle chat sono frammentari e quindi incompleti.
Quasi sempre improvvisati. Più che di italiano, è il caso di parlare di e-taliano: una varietà che per le persone colte rappresenta solo uno dei tanti registri possibili, mentre per tutti quelli che scrivono solo in queste piattaforme può diventare l’unica forma di scrittura».
L’ e - italiano o italiano elettronico, se così vogliamo chiamarlo, nelle sue più diffuse e condivise caratteristiche, possiamo vederlo come un adattamento al contesto comunicativo. Lo scambio di messaggi di testo è carente sotto più punti di vista: manca il tono della voce, lo sguardo, il linguaggio non verbale, il silenzio, le pause. Insomma, tutti quei fattori che ci permettono spesso di andare, anche, oltre le parole. Che ci evitano una serie infinita di fraintendimenti nelle chiacchierate faccia a faccia.
Il punto con funzione emotiva
Come ovviare alle carenze sopra descritte? Partendo dal presupposto che è impossibile paragonare una conversazione di presenza con una online, abbiamo adottato delle strategie. Tra queste vi è l’uso peculiare del punto. Svuotato totalmente della sua funzione principale e originaria:
«Il punto (anticamente punto fermo, maggiore, stabile, finale o periodo) si usa per indicare una pausa forte che segnali un cambio di argomento o l'aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva». (Accademia della Crusca)
Lo abbiamo risemantizzato, affidandogli una funzione emotiva: rabbia, fastidio, rancore. E così che lo usiamo. E per di più, vi è un aspetto molto significativo: condividiamo l’uso di questo accorgimento. Come qualsiasi altro uso linguistico gode, quindi, di quello che in sociolinguistica viene detto “consenso”. Ogni innovazione prima di entrare, a pieno titolo, in una lingua deve essere accettata. L’accettazione passa attraverso l’uso condiviso da un certo numero di persone appartenenti a una determinata comunità. Nel caso specifico del punto “emotivo” a testimoniarlo sono degli studi.
Numerosi esperti hanno dichiarato, infatti, che la Generazione Z tende a non usare il punto fermo nei messaggi perché è visto come simbolo di aggressività e maleducazione.
Uno studio newyorkese della Binghamton University, guidato dalla professoressa di psicologia Celia Klin, e condotto su 126 studenti, ha fatto emergere,invece, che la stessa generazione in chat percepisce le frasi seguite dal punto come poco sincere e affidabili.
In conclusione, nonostante una conversazione online manchi di tante emozioni “a pelle”, tendiamo quasi naturalmente a rendere più coinvolgente ogni situazione comunicativa. Sentiamo il bisogno di emozioni condivise, di punti di contatto, di accorciare la distanza emotiva, oltre che fisica, che, paradossalmente, in un mondo iperconnesso è così presente.
Ed è questo, forse, l’aspetto più significativo, sorprendentemente e universalmente umano.
Fonti sitografiche: Treccani, il Messaggero, Il Post,BBC
Fonti bibliografiche: L’italiano, Strutture,comunicazione, testi di C. Giovanardi e E. De Roberto.
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