L'evoluzione di Giaime: rapper sì, ma a modo suo

Ci siamo chiesti: cosa significava davvero emergere in una scena urban che, negli ultimi dieci anni, ha subito una mutazione radicale? Giaime è stato il nome giusto per rispondere ad alcune nostre domande.

Giaime non è uno di quei cantanti che necessita di grandi introduzioni, almeno per chi ha vissuto l’evoluzione della scena urban rap italiana. Quando ancora si condivideva su MSN e i nuovi talenti si scovavano su MySpace. Non sai di cosa parliamo? Certo, oggi il panorama è cambiato radicalmente. Spotify, Apple Music, Instagram e persino TikTok hanno rivoluzionato le regole del gioco. Ed ecco che fare musica, come mestiere, diventa molto più che essere un musicista: sei un brand, un manager, e a tratti persino un influencer. In tale contesto, Giaime Mula, classe ‘95, cresciuto tra Milano e Pescara, è uno di quei nomi che ha vissuto entrambi gli scenari e che ha visto le regole della scena musicale italiana cambiare decidendo, talvolta, di non rispettarle. Mantiene ancora quella faccia da eterno liceale che sembra non invecchiare mai e si introduce come cantante, anche se ammette “è al mondo rap che appartengo”. 

Noi di Nxwss ci siamo chiesti: cosa significava davvero emergere in una scena urban che, negli ultimi dieci anni, ha subito una mutazione radicale? Giaime è stato il nome giusto per rispondere ad alcune nostre domande. Con un piede ben saldo nell’appartenenza al mondo rap e l’altro in esplorazioni R&B e pop, il suo flow si muove tra talento e contaminazioni, tra radici solide e un’evoluzione che non s’impone. Non si proclama poeta del nuovo millennio né si sforza di essere un anti-eroe, ma è chiaro che non è mai stato interessato a seguire le regole di un copione ’trito e ritrito’. Nel ‘rap -game’ in Italia – si dice ancora così? – si è saputo far spazio, quando ancora fare musica significava essere il villain di una narrazione scritta da altri. Ma chi è davvero Giaime? Noi abbiamo deciso di scoprirlo.

Giaime sul suo ‘senso di appartenenza’

D: Dal tuo esordio ad oggi c'è stato un momento preciso in cui ti sei sentito dire: “ok, faccio questo mestiere. Oppure, nello specifico, questo genere”. O si parla più di uno scorrere naturale di eventi?

«Penso che la mia musica sia molto più naturale e istintiva. È semplicemente accaduto. A Pescara, dove vivevo prima, c’era sicuramente un movimento rap, ma ero ancora troppo piccolo per farne parte o capirlo davvero. Ho scoperto il vero rap italiano dopo essermi trasferito a Milano, ed ero appena dodicenne. Conoscevo già rapper come Mondo Marcio, Fabri Fibra perché erano nel pieno della loro ascesa. Ma quando sono arrivato qui, a Milano, il primo brano che ho sentito è stato ‘Popolare’ di Marracash, e secondo me, non credo sia stato un caso — sogghigna Giaime. Da lì a poco, ho scoperto gruppi come i Club Dogo, i Co'Sang ecc. Per quanto riguarda me invece, non so spiegare bene come sia iniziato il tutto. È stato un impulso: ho cominciato a scrivere rime, a buttare giù pensieri in righe. E siccome non volevo farlo da solo, ho ‘obbligato’ un paio di amici a scrivere con me. Long story short: Giaime fonda il suo primo collettivo musicale. Ci chiudevamo in una stanza dentro ad un cartone tridimensionale dall’area di un metro quadro per insonorizzare con un computer arrangiato lì, e così, registravamo le prime cose».

Ma Giaime, che musica fa?

«Anche nei miei brani, non penso si percepisca l’intento di seguire regole rigide o di costruire una narrazione artificiale. Non mi considero uno "storyteller" nel senso classico del termine. Per me è tutto fin troppo spontaneo, senza pianificazioni precise. Ad esempio, se un giorno mi viene voglia di creare un brano reggaeton, un pezzo rap o uno più pop, non lo decido a tavolino: semplicemente accade. Mi affido molto anche ai produttori con cui ho collaborato/collaboro, che inevitabilmente influenzano il mio sound. Infatti, quando ascolto una produzione musicale, un beat che mi ispira, seguo quel flusso e mi lascio guidare. Non è mai una cosa definita a priori. Trovo che i miei testi siano emozioni che ho vissuto trasformate in parole, sentimenti legati a stati d’animo precisi, e un po’ più in generale tutto ciò che accade nella vita, che cambia costantemente».

A proposito di produttori

«Adesso passo molto tempo in studio a lavorare con due nuovi produttori: Smookid e 4theNight. Li vedo coinvolti in tantissimi progetti emergenti. Collaboro con loro perché rappresentano un mondo molto fresco e innovativo di fare musica. Adesso, ho anche bisogno di questo: trovare creatività in persone più ‘giovani’ di me che hanno una freschezza e un talento che per forza di cose va riconosciuto. Voglio avvicinarmi alla realtà attuale che cambia di continuo, avvicinarmi ai giovani & giovanissimi, perché io nel frattempo faccio anche altre cose nella vita. Tra otto o nove anni, saranno forse loro a trovarsi nella mia posizione».

D: E, secondo te, c'è un punto in cui l'ossessione batte il talento?

«Sono più Messi che Cristiano Ronaldo se è questo che intendi», risponde Giaime.

Che rapporto ha Giaime con i propri fan?

Giaime non nasconde il suo pragmatismo. «I fan sono fondamentali, ma non ne sono proprio avvezzo. Non ti nascondo che secondo me, i fan dovrebbero rimanere come nell'era pre-social. Sì, parliamo di un po’ di quella sana nostalgia di quando l’artista rimaneva ancora avvolto da un’aura di mistero. «Ti faccio un esempio, – continua Jimmy – oggi si sa un po’ troppo di tutti. Perché, una volta, la gente non sapeva quando andava in bagno o quante r*ghe si facesse Elton John, che semplicemente aveva quest'aura a cui tu non potevi avvicinarti troppo. Come la metafora dell'Olimpo, no? C’entra un po’ anche l’ego. Cioè, noi artisti abbiamo sicuramente l'ego molto alto, sennò faremmo altro nella vita. E quindi trovo giusto che i miei fan non sappiano proprio tutto di me. Anche perché in molti casi, se sai troppo del tuo artista preferito, potresti anche rischiare di confonderti e addirittura smettere di ascoltare qualcuno perché ha fatto quella determinata cosa. Poi è ovvio che ci sono cose su cui è meglio rimanere intransigenti.

Ma chi segue Giaime e a quali Community fai riferimento? 

«Mi piacciono alcuni podcast, mi piacciono le interviste, le storie crime, ma impazzisco per le stand-up comedy. Eh, adoro i comici italiani, ma anche le “americanate” non sono affatto male. Ad esempio, seguo stand-upper come Giorgio Montanini, Filippo Giardina. Sono sempre stato spinto a consumare questo genere di contenuti. Guardo anche Muschio Selvaggio, per esempio, o Pulp Podcast, che è appena uscito. Alla fine devo dire che è più l’ospite a incuriosirmi. Mi piacciono tanto i contenuti in cui si discute, senza necessariamente cadere nella controversia. Sono stato molto influenzato da vecchi film e alcune serie, ‘Goodfellas’ o ‘I soprano’ giusto per citarne un paio. È una cosa che mi ha sempre affascinato, fin da bambino. Non tanto per le uccisioni o la violenza in sé quanto per le dimensioni del potere, dell’organizzazione, della furbizia. Il riuscire a prevedere mosse e contromosse, immaginare in anticipo cosa potrebbero fare i tuoi rivali.Una sorta di giungla organizzata. È questo che mi colpisce: il caos, ma con un metodo ben definito».

E cosa ne pensi dell’artista, che oggi più che l’artista musicale dev’essere un po’ tutto?

«In molti casi, mi piacerebbe occuparmi esclusivamente della musica ma non sempre è possibile. Dietro al mio team ci sono persone che si prendono cura di lati che io non sarei in grado di attuare. Però no. Sicuramente serve se vuoi vendere il tuo prodotto e la musica è a tutti gli effetti un prodotto devi stare alle regole del mercato, poi se vuoi fare solo l'artista: tanto di cappello. Ma allora non stai puntando a un campionato».

Conclusione: quindi chi è Giaime?

Giaime Mula non si sbatte per essere un’icona né si sacrifica sull’altare del mercato; piuttosto, preferisce tenere i piedi in due staffe, tra il flusso della corrente e una direzione che può sempre cambiare, sempre pronto a virare se il momento lo richiede. Non si prende troppo sul serio – o forse sì, ma ha l’astuzia di nasconderlo bene – e proprio questo lo rende interessante in un panorama dove tutti vogliono urlare al mondo chi sono, dimenticandosi spesso di essere qualcosa di più.

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