L'estate in cui la Gen Z ha preteso e ottenuto ascolto, anche a costo della vita
In Kenya e in Bangladesh i giovani hanno chiesto cambiamenti radicali contro i vecchi e corrotti paradigmi di una politica che non li ascolta
Kenya: dalla legge finanziaria alle proteste contro il potere
Tutto ha inizio il 18 giugno, dopo l’approvazione della prima versione della legge finanziaria, passata con 195 voti favorevoli e 106 contrari. La legge finanziaria avrebbe previsto una serie di importanti aumenti delle tasse anche su beni di prima necessità come il pane, l’olio vegetale, zucchero. Si prevedeva l’introduzione di una tassa “ecologica” che andasse a colpire i prodotti usa e getta.
L’austerità della legge rispondeva ad una richiesta e accordo, fatto all’inizio del mese di giugno, da parte del Presidente Ruto e il FMI, il Fondo monetario internazionale, che chiedeva di abbassare il grande debito pubblico del Paese. Il Kenya, infatti, ha un debito pubblico di oltre 82 miliardi di dollari, pari a circa il 68% del suo PIL. Il pacchetto di riforme fiscali è subito stato contestato, soprattutto per la scelta di aumentare le tasse anche sui beni di prima necessità.
Così, il decreto-legge è stato cambiato con la rimozione di alcune accise. Questa seconda versione è stata votata e approvata il 25 giugno 2024. La data diventerà storica non per la legge ma per la reazione popolare a quest’ultima.
La Gen Z ha guidato fin da subito le proteste
Il 25 giugno i manifestanti si riversano per le strade di Nairobi e riescono ad arrivare fino alle porte del Parlamento e appiccare il fuoco in una parte di esso. Le immagini fanno il giro del mondo: i giovani ora sanno di avere attenzione mediatica anche grazie alle dichiarazioni della sorellastra di Obama, Rita Auma, anche lei scesa in piazza.
Se fino a quel momento l’attenzione dei manifestanti si focalizzava contro la stessa legge, ora le manifestazioni si indirizzano contro i soprusi della polizia, dopo la certificazione di otto morti e decine di arresti nella sola giornata del 25 giugno. In seguito, si sarebbero superate le cinquanta vittime con oltre seicento arresti e centinaia di feriti.
Ruto comunica che non firmerà la legge, che non verrà quindi promulgata. Questo non basta: le proteste ora sono contro gli spari della polizia sulla folla, l’uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti e le tante “sparizioni involontarie” di giovani.
La voce della Gen Z è la voce del popolo
La Gen Z è riuscita nell’impresa: la sua voce è arrivata a tutti. Le manifestazioni che erano iniziate contro la controversa proposta di legge si sono allargate a colpi di hashtag: #RutoMustGo.
Ruto, per cercare di calmare le acque, aveva aperto il dialogo alla Gen Z, che rappresenta il 75% della popolazione del Kenya.
I giovani non hanno perso la preziosa occasione di confronto e hanno avanzato una serie di richieste. Tra queste, il licenziamento di una buona parte della classe politica da loro considerata corrotta, con la presentazione di una lista delle persone che secondo loro sarebbero da licenziare. I giovani sono stati ascoltati, o almeno così pareva.
11 luglio, una data storica per la politica del Paese
Giovedì 11 luglio, assecondando parte delle loro richieste, il Presidente ha promesso che dalla prossima settimana avrebbe iniziato una serie di consultazioni per la formazione di un nuovo governo. Lo stesso giorno ha preso una decisione storica con il licenziamento di gran parte dei rappresentanti del suo esecutivo.
Con un colpo di spugna, sono stati licenziati ventidue ministri, ad eccezione di quello degli Esteri, Musalia Mudavadi, e il vicepresidente Rigathi Gachagua. Non sono mancati anche licenziamenti “volontari”, tra cui, il più significativo, quello del capo della polizia. Nonostante le decisioni drastiche prese, il potere di Ruto sembra ancora appeso a un filo.
Il nuovo esecutivo ha una caratteristica fondamentale rispetto a quello precedente: è un governo che potremmo definire di “larghe intese”. Nel nuovo gabinetto, sono stati nominati infatti importanti alleati del principale leader dell’opposizione, Raila Odinga, battuto da Ruto alle elezioni di due anni fa.
Parti delle opposizioni hanno così fatto il loro ingresso nell’esecutivo, come risposta ad un’insoddisfazione popolare sempre meno gestibile: tra i quattro ministeri dati all’opposizione vi è anche quello delle finanze e dell’energia. In un discorso alla nazione, il Presidente ha affermato di aver voluto creare un governo di larghe intese che avrebbe guidato un “programma di trasformazione” per rendere il Kenya un paese migliore e più giusto.
La Gen Z non molla: tornano le proteste
Giovedì 8 agosto sono tornate le proteste per le strade di Nairobi. Nonostante alcune riforme politiche importanti, i giovani tornano in piazza per pretendere ancora una volta l’ascolto. C’è infatti una sottile paura che serpeggia tra i manifestanti: ora che anche altre minoranze politiche sono entrate a far parte del governo, sarà ancora più difficile essere rappresentanti da una voce politica di opposizione rispetto al potere centrale.
La paura, quindi, è quella non solo di ritornare allo stato precedente delle cose, ma di non avere un’opposizione abbastanza forte da poter cercare di contrastare alcune decisioni prese nelle stanze dei bottoni.
I giovani hanno visto che manifestare serve, che la libertà al diritto di espressione è ancora fortemente compromessa e hanno ancora richieste d’avanzare: un rimpasto politico, per loro, vale poco. Vogliono un cambiamento radicale, e gli slogan “Ruto must go” potrebbero ancora riempire per altro tempi le strade keniane.
Bangladesh: dalle quote riservate alle proteste contro il potere
“Bangla Blockade” è il nome con cui erano iniziate le proteste in Bangladesh. Il mese di luglio, infatti, è stato scenario di manifestazioni nel paese asiatico, dove i giovani richiedevano l’abolizione delle quote “riservate” nelle assunzioni nella pubblica amministrazione.
Dall’indipendenza ottenuta nel 1971, all’interno della pubblica amministrazione, i cui posti di lavoro sono molto ambiti a causa degli stipendi alti e sicuri, esistono delle quote riservate ai familiari dei combattenti che lottarono per l’indipendenza.
Nel 2018 le proteste diffuse chiedevano una riduzione delle quote dal 56% al 10%. Dopo mesi di manifestazioni, il 4 ottobre 2018 il Ministero della Pubblica Amministrazione aveva emesso una circolare che aboliva il sistema di quote per le assunzioni dirette alle posizioni di nona classe e di decima-tredicesima classe.
Con "classi" ci si riferisce alla categorizzazione dei dipendenti pubblici in diverse fasce o livelli, in base alla loro posizione, responsabilità e qualifiche. Questa struttura gerarchica serve per stabilire i criteri di assunzione e, la cosa più importante, di retribuzione. In sostanza, nel 2018, venivano ridotte le quote per le classi più “basse” della pubblica amministrazione e quindi quelle meno retribuite. Tuttavia, rimaneva una quota del 56% per i posti di terza e quarta classe.
Stessa storia: in piazza si vogliono proteggere i diritti
Se quindi le proteste erano iniziate per la richiesta dell’annullamento delle quote riservate, diverse sono diventate le intenzioni e le richieste, nel corso del tempo. Con una risposta simile a quella della polizia del Kenya, la polizia del Bangladesh ha sparato sulla folla e sono state contate le oltre duecento vittime negli scontri del mese di luglio. Secondo dati non ufficiali, ma ricavati dagli ospedali e dai familiari delle vittime, il 75% delle vittime sarebbero giovani e bambini. “Vogliamo giustizia per gli omicidi delle nostre sorelle e dei nostri fratelli”, ha dichiarato Students against discrimination in un comunicato.
Inoltre, gli scontri più forti e gli spari sugli studenti sono avvenuti proprio nelle università: è stato all’università di Comilla che la polizia ha inseguito i manifestanti e aperto il fuoco; mentre a Chittagong l’uso dei manganelli e delle violenze è stato denunciato a più riprese.
Non solo, le proteste ora riguardano anche lo stesso governo e il suo sistema di austerità che sta alla base della rielezione, a gennaio, del Primo Ministro. Esattamente come avvenuto in Kenya, il malcontento giovanile si sta allargando a tutta la popolazione diventando moto di ribellione contro il potere. Vi erano infatti già state forti tensioni per le elezioni dello scorso 7 gennaio, dove Sheikh Hasina si è assicurata il quinto mandato governativo. Già al tempo c’era stato un forte boicottaggio per denunciare le leggi bavaglio che hanno messo a tacere l’opposizione e arrestare dal 2018 la principale leader avversaria, Khaleda Zia, per corruzione.
Le proteste sono ora contro lo stesso governo, dove le parole usate dalla premier agli studenti di essere dei “fantasmi dei Razakar”, i collaborazionisti dell’esercito pachistano nella guerra del 1971, ha ulteriormente infiammato gli animi.
5 agosto 2024: una giornata storica
Dopo una giornata particolarmente sanguinosa, quella di domenica 4 agosto, che ha visto la morte di almeno 90 persone tra i manifestanti, lunedì 5 agosto la prima ministra Hasina ha dato le sue dimissioni. Volto storico della storia del paese, figlia di Sheikh Mujibur Rahman, il politico che dichiarò l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan nel 1971, dal 2008 è stata ininterrottamente Prima Ministra. Ha vinto le elezioni di quell’anno, del 2014; del 2018 con l’affluenza al 22%; quelle di quest’anno, dove non sono mancate accuse di brogli. Dopo gli attacchi alla sua residenza ufficiale, Sheikh Hasina ha lasciato il Paese con un elicottero militare: secondo le prime indiscrezioni, la destinazione finale del suo esilio dovrebbe essere Londra.
A questo punto i giovani hanno capito di avere un potere mai ottenuto prima d’ora: era il momento giusto per agire per spergiurare che il ruolo dell’esercito potesse prendere il sopravvento durante questa prossima fase di transizione politica. La loro richiesta non si è fatta attendere: a guidare il governo ad interim vogliono una sola persona: Muhammad Yunus.
E così è stato: il 6 agosto 2024 il presidente del Bangladesh Mohammed Shahabuddin ha nominato Muahmmad Yunus, premio nobel per la pace nel 2006 per il suo lavoro nel campo del microcredito moderno, alla guida del governo.
I giovani sono riusciti, ancora una volta, ad essere ascoltati. Ed è un potere che non si era mai visto prima nel Paese.
Di Carola Speranza
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