La violenza nelle proteste è davvero necessaria?

Sentiamo spesso parlare di atti vandalici o violenze durante le proteste. È tutto necessario? Perché la violenza catalizza l'attenzione?

Le proteste sono uno dei metodi più utilizzati dall’uomo per far valere le proprie ragioni. Sono innumerevoli quelle che, nel corso della storia, hanno modificato le sorti degli avvenimenti.

Per trasformare la storia, le proteste devono essere violente?

 

Le proteste più importanti

 

Violente o no, lo scopo è sempre quello di cambiare le carte in tavola, stravolgere un equilibrio presente fino a quel momento ma ritenuto sbagliato dagli attivisti.

Eccone alcune delle più importanti della storia.

 

La Rivoluzione francese

 

Be’, come non ricordare una delle proteste più sanguinose del XVIII secolo. La crisi economica che i francesi si ritrovarono a vivere fu il motore che diede inizio alle rivolte. Il 14 luglio 1789 il popolo riesce ad impadronirsi della Bastiglia, costruzione simbolo del governo assolutista francese. Re Luigi XVI venne ghigliottinato e la Rivoluzione si potè dire conclusa il 9 novembre 1799 con la consegna del potere a Napoleone Bonaparte.

 

I diritti civili di Washington

 

È stato Marthin Luther King a insegnare che non serve per forza la violenza per protestare, e prima di lui anche Gandhi aveva attuato la dottrina della non-violenza.

Il 28 agosto 1963, il Lincoln Memorial è stato la sede del celebre discorso “I have a dream” di King; l’80% dei presenti era afroamericano.

Una protesta pacifica che ha portato al Civil Rights Act, con cui veniva dichiarata illegale la segregazione razziale nei luoghi pubblici come la scuola, o sul posto di lavoro; un anno dopo arriva la firma anche del Voting Rights Act, con cui si permetteva alle persone di colore di votare.


Le Rivoluzioni colorate

 

Un altro esempio di proteste pacifiche furono le Rivoluzioni colorate tenutesi dal 2003 al 2005, prevalentemente in Est Europa.

Con la prima, nel 2003, la Georgia è riuscita a far cadere il governo in carica di stampo comunista a favore di Mikheil Saak'ashvili, un politico di centro-destra.

L’Ucraina riesce ad ottenere un nuovo turno di scrutinio alle elezioni presidenziali dopo le proteste del 2004, mentre il Kirghizistan si emancipa dalla dipendenza russa.

 

Il diritto di manifestazione

 

In Italia, il diritto a riunirsi pacificamente è sancito dall’Articolo 17 della Costituzione, mentre quello di manifestare liberamente il proprio pensiero fa capo all’Articolo 21.

I cittadini utilizzano le proteste per arrivare a gran voce agli organi competenti, per smuovere quella fetta di Stato che, in quel momento, non sembra ascoltare le esigenze della società.

Fino a prova contraria, tutti hanno diritto a protestare. Le manifestazioni, però, non dovrebbero diventare violente e ledere l’incolumità altrui.

Eppure, tante volte è capitato che le lotte portate avanti dagli attivisti si trasformassero in violenza o atti vandalici.


·      Per approfondire alcune proteste sfociate in atti vandalici: La risposta ambientalista al fallimento della COP28


Perché accade ciò? Cosa spinge gli attivisti a perpetuare proteste violente o vandaliche?

 

La violenza nelle proteste

 

È capitato più volte che, al telegiornale, sentissimo parlare di scontri tra i cittadini e la polizia. Una cosa certa è che, ad oggi, fanno sicuramente più rumore le proteste violente o vandaliche rispetto alle manifestazioni non-violente: pensiamo all’assassinio di George Floyd e a tutte le agitazioni sociali avvenute nei tempi a seguire. 

Il professor Clifford Stott, della Keele University, intervistato dalla BBC, ha analizzato il comportamento della folla durante le manifestazioni contro il brutale assassinio di Floyd, per giungere a svariate conclusioni in merito alla violenza nelle proteste.

Prima di tutto, situazioni come quell’omicidio riuniscono intere comunità di persone che si sentono come le vittime. La comunità nera si è sentita chiamata in causa e si è stretta attorno alla famiglia di Floyd, come simbolo di anni di abusi subìti dalla polizia. Lo scontro con le forze armate, quindi, sembrava quasi scritto. 

Le proteste, infatti, sono meno probabili quando la polizia ha un buon rapporto con la comunità locale. La tensione si crea proprio solo tra la reazione delle forze dell’ordine e quella fetta di manifestanti a cui è rivolta: non tutti gli attivisti di una protesta vengono travolti da queste azioni, e la violenza sta proprio lì.

Se l’uso della violenza da parte degli organi di polizia non trova una giustificazione tra i manifestanti, essi si sentiranno spinti dal sentimento del “noi contro loro”, rendendo ancora più conflittuale lo scontro.


L’attenzione dei media


«Le proteste violente esercitano un fascino particolare sull’opinione pubblica e sui media, un fenomeno che trova spiegazione in dinamiche sociologiche e psicologiche profonde. Alla base di questa attenzione amplificata c’è il ruolo del sensazionalismo, che spinge a dare risalto agli eventi più eclatanti e conflittuali, spesso a scapito del messaggio che le proteste intendono trasmettere. È ciò che viene definito il “paradosso della visibilità”: le modalità della protesta, specie se dirompenti, tendono a prevalere nella narrazione pubblica, oscurando le ragioni di fondo che l’hanno generata. [...] La violenza, o persino la sua semplice percezione, rompe la monotonia del quotidiano, stimolando emozioni viscerali come rabbia, paura o indignazione. Questo rende le proteste violente una calamita per l’attenzione, catalizzando dibattiti e mettendo in luce tensioni sociali latenti che altrimenti rimarrebbero sopite. La violenza, in questo senso, diventa una lente attraverso cui la società osserva se stessa e le sue contraddizioni», ci spiega Gloria Nassi, ricercatrice sociale e sociologa. 


È questione di morale?

 

L’assistente professore Marloon Moojiman alla Rice University, in Texas, prova a direzionare lo sguardo verso la psicologia morale, affermando che la morale è estremamente importante per le persone. Quando si assiste a qualcosa di immorale, quindi contro i principi con i quali siamo cresciuti, il sentimento che ci spinge ad agire è molto forte e difficilmente reprimibile.

Se il comportamento deplorevole arriva da un organo di Stato, è probabile che più persone con gli stessi principi si riuniscano per ristabilire l’ordine, dettato proprio dalla loro morale.

Si ipotizza anche che i social abbiano un loro ruolo in ciò: toccare con mano migliaia di persone con il tuo stesso interesse non farebbe altro che alimentare il bisogno di aggregarsi per combattere l’ingiustizia in questione.

 

La disillusione delle aspettative nelle proteste

 

Quando le nostre aspettative non vengono soddisfatte ci sentiamo traditi, impotenti. Secondo Gary M. Schiffman, professore della Georgetown University, la violenza si scatena nel momento in cui le aspettative dei manifestanti non sono rispettate. 

La situazione qui è capovolta: le agitazioni non partirebbero più dalla polizia ma dai manifestanti stessi. Per spiegare questo concetto, si è rifatto alle agitazioni sociali che ci sono state negli Stati Uniti dopo il lockdown: per gli attivisti, la grave crisi economica che gli americani si sono ritrovati ad affrontare dopo il Coronavirus, è stata conseguenza di un’azione di governo sbagliata, ossia chiudere le aziende e mettere un freno al commercio globale. Se ad ogni azione corrisponde una conseguenza, il lockdown imposto dal governo avrebbe causato non pochi problemi economici nel popolo americano.

Gli americani hanno considerato il tutto come un eccesso di governance, che spiegherebbe anche la differenza tra la crisi di oggi e la Grande Depressione: allora, i problemi economici erano nati in seguito a forze economiche al fuori del controllo generale, mentre la crisi attuale sarebbe causata dalle scelte di governo.

 

Le proteste ambientali in Italia

 

Abbiamo sentito spesso il nome “Ultima Generazione” nei media nazionali, un gruppo di attivisti italiano.

Le manifestazioni di questo gruppo non-violento non prevedono, appunto, l’uso della violenza, ma sono spesso sfociate in atti vandalici, come alcuni edifici storici italiani imbrattati di vernice.

L’obiettivo è semplice: scuotere il Governo e incitarlo ad azioni che possano salvaguardare l’ambiente.

«Le proteste ecologiste assumono prevalentemente tre forme: la prima assume una forma di tipo convenzionale, ovvero propone varie forme di pressione che vanno dalle petizioni, alle lettere aperte, alla richiesta di referendum […]. Secondo alcune ricerche condotte nel nostro Paese, questo è circa il 70% delle azioni di protesta sui temi ecologici. Si tratta di forme di partecipazione totalmente pacifiche e democratiche. Una quota inferiore, ma comunque significativa, è rappresentata da proteste di tipo dimostrativo (manifestazioni di piazza, assembramenti, azioni simboliche di vario genere), mentre è assai ridotto il numero di azioni confrontative (blocchi stradali, presidi) e violente (che producano danni a cose o persone).

Dal punto di vista comunicativo, però, le recenti azioni dimostrative plateali di movimenti come Ultima Generazione hanno certamente catalizzato l’attenzione dei cittadini coinvolti direttamente e dei media», spiega il sociologo e ricercatore Andrea Rubin.

 

A spiegare perché a volte si ricorra al vandalismo ci pensa la ricercatrice Nassi: 

«Azioni come l’imbrattamento di opere d’arte o di monumenti suscitano spesso reazioni forti anche tra la collettività. In un Paese come l’Italia, dove il patrimonio artistico e culturale è un pilastro fondamentale dell’identità nazionale, questi gesti vengono vissuti da molti come un attacco a valori profondamente radicati. [...] Questi atti, spesso controversi, incarnano la frustrazione di una generazione che si sente esclusa dai processi decisionali e ignorata nelle sue richieste di cambiamento.

Di conseguenza, azioni che coinvolgono tali simboli evocano una percezione di minaccia non solo all’ordine pubblico, ma anche alla continuità culturale.

Questa percezione alimenta spesso il sostegno all’intervento delle forze dell’ordine, considerate necessarie non solo per difendere la sicurezza, ma anche per proteggere il tessuto culturale e identitario del Paese. Si genera così una tensione che tocca corde profonde legate al senso di appartenenza e alla difesa dei valori condivisi, incentivando azioni decise e dirompenti da parte degli organi di polizia», conclude Nassi.

«Le azioni violente non possono essere giustificate in alcun modo ma talvolta vengono percepite come rivalsa nei confronti delle ingiustizie subìte o dell’inattività delle istituzioni. Si tenga presente, inoltre, che alcuni studi hanno evidenziato che le proteste più estreme e radicali, sebbene possano essere stigmatizzate e non trovare la piena condivisione da parte dei cittadini, non incidono sulla percezione assai diffusa che il cambiamento climatico e le tematiche ecologiche sono una priorità da affrontare con urgenza», ci sottolinea Rubin.


Il grido della Gen Z


«Un elemento centrale di queste manifestazioni è rappresentato dai giovani, in particolare la Generazione Z e i Millennials. Cresciuti in un’epoca in cui gli effetti del cambiamento climatico sono tangibili e in rapido aggravamento, queste generazioni incarnano una nuova consapevolezza sociale e ambientale che deriva dalla percezione della crisi climatica non come un’ipotesi astratta, ma come una realtà imminente. Per loro, il futuro non è un concetto distante: è un orizzonte che rischia di essere compromesso dalle decisioni prese (o non prese) oggi», introduce Nassi, per analizzare la forte presenza giovanile nelle proteste ambientali.

«Attraverso l’uso strategico dei social media e l'adozione di pratiche simboliche e creative, queste generazioni stanno ridefinendo il concetto di mobilitazione collettiva, catalizzando l’attenzione pubblica e influenzando il discorso mediatico [...] Da una parte, vi sono coloro che condividono e sostengono l’urgenza della lotta contro il cambiamento climatico, vedendo in queste proteste un grido d’allarme necessario. Dall’altra, troviamo chi le percepisce come fastidiose, eccessive o addirittura ingiustificate, spesso etichettando le modalità di protesta come troppo radicali o divisive. Questo contrasto è amplificato dalla naturale tendenza delle società e dei gruppi a preservare lo status quo, opponendosi a trasformazioni che potrebbero mettere in discussione l'ordine stabilito o le norme condivise».

Le manifestazioni nella comunicazione dei media

 

«I movimenti sociali di protesta hanno sempre attratto l’attenzione dei media. […] Per esempio: tra il 1988 e il 1990, le azioni di protesta su tematiche ambientali riportate sulle pagine nazionali di «la Repubblica» sul totale dei conflitti è pari al 36,6% nel 1988 (più di un terzo), al 26,8% nel 1989 (un quarto) e al 20% (un quinto) nel 1990», continua Rubin.

Come riportato sopra, le proteste più o meno violente ci sono da sempre. Complici oggi anche i social media con cui la diffusione delle notizie ha una portata nettamente superiore rispetto ad anni fa.

«Attualmente mi trovo in Brasile per una collaborazione con l’Università Federale del Cearà. Il Brasile fornisce un contesto prezioso per esaminare la comunicazione pubblica e gli atteggiamenti nei confronti del cambiamento climatico. Ciò è dovuto alla sua posizione di uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo e al ruolo cruciale che la salvaguardia della foresta pluviale amazzonica svolge nella regolazione del sistema climatico. Il modo in cui i giornalisti rappresentano il cambiamento climatico ha un impatto significativo sulla formazione delle visioni del mondo delle persone e sulle azioni successive. Sebbene la maggior parte dei brasiliani creda che il cambiamento climatico esista e sia causato dall’uomo, non esiste consenso sulla gravità dei suoi effetti e ciò appare trasversale anche tra cittadini con differente orientamento politico, diversamente da quanto avviene in Europa e negli USA».

 

La violenza non sarà mai giustificata, ma attraverso le analisi sopra riportate può essere compresa nel contesto in cui è inserita: può nascere o dagli organi di polizia o dai manifestanti stessi, ma ciò che resta è il problema per il quale si sta combattendo.

La morale degli attivisti crea gruppi eterogenei spinti dagli stessi ideali che difficilmente possono essere contenuti. 


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