La violenza di genere in vari contesti culturali e sociali
Gli abusi fisici sono tristemente diffusi in tutto il mondo. Vediamo l'analisi del fenomeno in tre contesti culturali differenti
Il dibattito di oggi, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, sarà incentrato sulle crudeltà che le donne sono costrette a subire.
Inquadrare la violenza di genere tra i vari componenti della società e in differenti contesti può aiutarci a comprendere più a fondo i punti di vista sul fenomeno.
Giornata contro la violenza sulle donne
Dall’ufficializzazione da parte Nazioni Unite nel 1999, il 25 novembre si celebra la Giornata contro la violenza di genere.
La data non è casuale: infatti, quel giorno, nel 1960, tre sorelle furono brutalmente torturate e uccise da alcuni sicari del generale Rafael Trujillo. Il militare aveva imposto una dittatura in Repubblica Dominicana, e tali forme di governo erano solite reprimere qualsiasi obiettore.
Le “mariposas” (così si facevano chiamare Patria, Maria Teresa e Minerva Mirabal) avevano come unica colpa quella di essere delle attiviste politiche contro un regime totalitario.
Il loro assassinio ha attirato l’attenzione globale, portando al centro della scena anche tutte le angherie che i dominicani erano costretti a subire sotto la mano di Trujillo, che fu ucciso pochi mesi dopo la morte delle sorelle.
Non è un caso nemmeno che sia accaduto nel ’60: erano anni in cui lo sguardo era sempre più rivolto ai diritti e a condannare le ingiustizie, motivo per cui l’assassinio ha scatenato ondate d’odio a livello mondiale.
La violenza di genere
Il 20 dicembre 1993, l’ONU adottava la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. L’articolo 1 di questo atto cita: «E' "violenza contro le donne" ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi, o è probabile che provochi, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne. Ciò include minacce di tali atti, così come la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, indipendentemente dal fatto che questi atti avvengano in ambito pubblico o privato».

In Italia
In Italia la situazione non è rosea: un report del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale ha evidenziato come, nel 2023, le vittime di violenza sessuale siano state 6.062. Il 91% di queste erano donne.
La violenza è una conseguenza culturale: perché ci ritroviamo in questa situazione?
Purtroppo, anche nel Bel Paese vige la cultura patriarcale, e la violenza nasce da una disparità: gli uomini sono un gradino superiore rispetto alle donne. Ciò rende difficile, per una donna, riconoscere i sintomi di coercizione, perché spesso sono comportamenti che vengono visti come normali.
La disoccupazione femminile è un altro dato che suggerisce lo stesso finale: i lavori di cura - dedicarsi alla casa o alla famiglia - sono il motivo per cui spesso le donne si ritrovano costrette ad abbandonare una mansione retribuita. Questo le fa inevitabilmente gravare economicamente sul partner, che di riflesso – fortunatamente non sempre - si riserverà il diritto di decidere per lei.
Sebbene la situazione socioeconomica di una famiglia sembri essere una delle ragioni da cui scaturisce la violenza di genere, abbiamo intervistato la sociologa Tiziana Pasetti, che ci fornisce un’altra interpretazione: «Se il legame che determina i rapporti non è maturo, se è solo il risultato di relazioni non dialogiche, egoistiche, possessive, la violenza si scatena. È un errore pensare e credere che la violenza scaturisca dai comportamenti o dalle mancanze della vittima: la violenza scaturisce dalle vertigini emotive di chi la agisce, dalla sua impreparazione al confronto, dalla megalomania infantile che resta incastrata nei gangli involuti di una crescita mancata. Quando si parla di violenza famigliare, il rapporto a monte è scelto da due persone: questo non andrebbe mai dimenticato, non dovremmo mai dimenticare che l’autonomia del singolo deve essere un valore imprescindibile anche quando si decide di vivere insieme. La situazione economica è una categoria che nel catalogo causa-effetto non ha un peso specifico ma accidentale».
· Per approfondire le ragioni sociali dietro il lavoro di cura: Le donne e il lavoro di cura
In Brasile
Voliamo direttamente a São Paulo per prendere in considerazione anche altre culture.
Il Brasile può vantare una vasta biodiversità di alcuni dei calciatori più famosi del mondo, come Pelè, tanto quanto il coloratissimo carnevale di Rio.
Sebbene sia uno Stato colorato e vivace, nasconde anche molti fatti sgradevoli: sono tanti i quartieri più poveri che costringono le persone a vivere in segregazione sociale, ossia senza possibilità di accedere ad altri tipi di zone o abitazioni.
L’analfabetismo è dilagante per lo scarso accesso ai servizi pubblici a volte inesistenti.
In un articolo nato da una collaborazione tra scrittori dell’Università di Sao Paulo viene affrontato il tema della violenza da parte del partner, in condizioni di povertà.
I ricercatori hanno constatato che la povertà in sé non sia indicatore di presunta violenza, quanto più la disuguaglianza di genere e i tratti individuali dei partner. Lo studio condotto, infatti, non ha trovato grandi differenze con chi vive in quartieri più ricchi: in generale, rischiano in egual misura donne che stanno con uomini con una visione conservatrice, che riflette la necessità, per l’uomo, di predominare la donna.
Non è da escludere, comunque, che vivere in un costante senso di impotenza verso la condizione economica in cui ci si trova possa alimentare sentimenti come la rabbia. Purtroppo, sono molti i casi in cui le donne subiscono violenze tra le mura di casa: la rabbia è una risposta indiretta alla propria situazione sociale, ma non è assolutamente scollegata dalla personalità e alle abitudini dell’individuo. Quella, sommata all’abuso di alcol o sostanze stupefacenti o a ideologie tossiche, portano ai tristi epiloghi che conosciamo.

Gli abusi fisici In Iran
Sono 427 le donne prese in esame che si sono rivolte ai centri sanitari di Isfahān, in Iran.
Dal punto di vista occidentale, In questo Stato la donna deve ancora conquistare tutti i diritti che le spettano. Non possono, per esempio, decidere di indossare qualcosa che non comprenda la copertura di braccia e gambe e l’hijab. Non possono nemmeno viaggiare sole, ma soltanto con il marito. Una condizione diversa dall’Occidente, che ci permette di analizzare il fenomeno della violenza di genere anche laddove troviamo delle differenze.
Lo studio è stato condotto dal ricercatore del Health Management and Economics Research Center Mostafa Amini‐Rarani, dall’autrice Niloofar Dabaghi del Department of Health and social welfare e dal ricercatore del Social Determinants of Health Research Center Mehdi Nosratabadi, tutti e tre appartenenti all’università di Isfahān.
Al contrario della ricerca condotta a San Paolo, qui viene dimostrato come la povertà e tutte le conseguenze annesse influiscano sulla violenza di genere.
L’Africa ha uno dei tassi più elevati per abuso fisico, con il 37%, contro i valori più bassi di altri continenti come l’America (30%) o l’Europa (25%).
Si è potuta osservare una correlazione tra la condizione socioeconomica della famiglia e la violenza di genere. Se si tratta di violenza grave, le evidenze non confermano statisticamente un legame tra le due condizioni; se invece si parla di violenza lieve, allora le condizioni economiche difficili, così come l’incapacità di soddisfare i bisogni primari della famiglia, portano ad ansia e stress, che sfociano in violenza.
Il poco accesso garantito alle famiglie ai servizi fondamentali porterebbe le donne a vivere situazioni in cui la violenza di genere è all’ordine del giorno. In contesti come una casa, lontano dai controlli, gli abusi trovano terreno fertile per crescere sempre di più.
Il punto di vista di chi compie violenza di genere
È interessante scavare nella mente di chi compie abusi fisici perché capire dov’è il problema potrebbe essere il primo passo per cercarne la soluzione. Non si tratta di giustificare comportamenti deplorevoli, ma solo capire perché il mondo che l’abusatore si costruisce, vada ad intaccare quello della partner, a volte terminando con un tragico epilogo. La sociologa Pasetti afferma: «Il punto di vista di un femminicida è il punto di vista di un malato “puro” (e in quel caso il punto di vista è una devianza funzionale) o di qualcuno che ha costruito il significato del suo contesto sociale intorno a se stesso: “tu esisti se rispondi alle mie necessità nel modo che mi aspetto, altrimenti no”. Può essere una persona sola e disperata ma anche una persona esaltata. Il punto di vista di chi arriva a compiere un gesto definitivo è la somma di piccole richieste e poi di ricatti emotivi, di insistenza, di soffocante presenza».
Ancora una volta abbiamo assistito a quanto la violenza di genere sia radicata ed estesa in tutto il mondo. Benché ci siano pareri contrastanti tra la condizione socioeconomica e gli abusi fisici, la certezza che l’uomo usi la violenza per prevaricare la donna resta.
Non sono problematiche che possono essere risolte dall’oggi al domani, ma acquisire consapevolezza su dove e come si verificano questi tremendi scenari potrebbe indirizzare lo Stato a fortificare quei settori pubblici sottovalutati, così da ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.
Per chiunque si ritrovi, o si sia ritrovato, a scambiare la violenza con l’amore, a pensare di meritare solo dolore. Non è facile, assolutamente, però leggere queste parole una volta in più forse può, anche in minima parte, guarire un piccolo pezzetto di ogni persona che, ritrovandosi a pezzi, sceglie di mettersi al primo posto e andarsene. Quindi denunciare il più possibile, educare le nuove generazioni, rendere limpido ciò che viene nascosto, sebbene, a volte, ci siano forze maggiori che ostacolano il processo.
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