Le loro mani e i nostri kiwi: la stagione del bracciantato in Calabria è incominciata.

Nel periodo di alta stagione, da novembre a febbraio, sono molti i lavoratori braccianti che vivono e lavorano nella piana di Gioia Tauro per la raccolta di agrumi e kiwi.

In Calabria, in particolare nella piana di Gioia Tauro, si registra un fenomeno ormai crescente negli ultimi anni: intere aree di coltivazione vengono destinate alla piantagione di actinidia, le piante di kiwi. Non è una scelta casuale. La conversione dell’agrumicoltura, che sta attraversando un periodo di crisi, in queste nuove piantagioni permette un maggior ricavo per ogni chilogrammo venduto. Il kiwi, principalmente dalla polpa verde anche se si registra un’ascesa del valore della coltivazione di quello con la polpa gialla, è il nuovo frutto su cui hanno messo gli occhi i proprietari terrieri in diverse zone della regione. L’actinidia, comparsa già negli anni ’80 nella piana di Gioia Tauro, ha superato le prime prove di adattamento trovando in questo territorio massima potenzialità per la sua crescita e permettendo ad altre aree calabresi, come nella piana di Lamezia e di Sibari, di trovare altro suolo fertile per la sua coltivazione.

Negli ultimi decenni, la superficie destinata alla coltivazione dell’actinidia in Calabria è più che raddoppiata, passando da 1.056 ha nel 2010 a 2.562 ha nel 2020. L’incremento delle superfici coltivate per i kiwi ha visto, parallelamente, l’aumento del numero di aziende interessate a questo tipo di coltura passando da 473 unità nel 2010 a 959 unità nel 2020.

Il caso di San Ferdinando

Bisogna partire da qualche anno fa. Da quando, per aprire un altro polo siderurgico presso il porto di Gioia Tauro, è stata spazzata via un’intera realtà: Eranova. Il piccolo paesino viene spianato per lasciare spazio al cemento, per un progetto che, alla fine, non verrà mai concluso. Come raccontato dagli stessi protagonisti nel podcast “Mare di rabbia” di Chora Media, gli sfollati vanno a vivere nei paesi vicini come Polistena e San Ferdinando. Quest’ultimo, col tempo, sarà luogo di accoglienza anche per un’altra categoria di persone: i braccianti stagionali. La piana di Gioia Tauro, infatti, era stata nel frattempo convertita in terreno di coltivazioni intensive: prima degli agrumi e ora dei kiwi. La mafia locale sfrutta il proprio territorio, intuendo il business e gli enormi profitti che possono derivare dall’agrumicoltura: vendita e quindi proprio ingresso nell’enorme mercato della GDO, la grande distribuzione organizzata; possibilità di “lavaggio” e di investimenti di tutta la loro liquidità, con i grandi profitti dal periodo dei sequestri che avevo caratterizzato l’operato dell’Ndrangheta nella seconda metà del Novecento; profitto indiretto con l’abbattimento dei costi della manodopera. Per quest’ultima, quindi, viene subito presa di mira la fascia della popolazione più vulnerabile, più bisognosa, che avrebbe accettato lavori in nero con guadagni minimi: i migranti che nel frattempo erano sbarcati sulle coste italiane.

Nonostante le tensioni registrate, le più famose quelle del 2010 a Rosarno, le sue strade come quelle di San Ferdinando si riempiono di uomini e biciclette per il periodo che va da ottobre a febbraio: è il periodo della raccolta prima dei kiwi e poi degli agrumi: arance, mandarini e clementine.

Dentro la tendopoli

San Ferdinando rimane il punto di ritrovo principale per i lavoratori braccianti che continuano, ogni anno, a presentarsi per la stagione della raccolta. Se la prima tendopoli, poi diventata baraccopoli, venne smantellata nel 2019, su decisione del Ministero dell’interno; allo stesso tempo venne finanziato, con enti statali, un’altra tendopoli a fianco. L’attuale tendopoli di San Ferdinando ha ricevuto finanziamenti statali fino al febbraio del 2021. Ora solo alcune associazioni forniscono un’assistenza sociosanitaria, medica, legale e di supporto psicologico: come Caritas, Il Cenacolo di Maropati, Medici per i Diritti Umani, Incipit ed EMERGENCY. Con l’accompagnamento dei mediatori culturali di quest’ultima vi sono potuta entrare anche io.

In questo momento, all’interno della tendopoli di San Ferdinando sono presenti almeno cinquecento persone. Ovviamente è abbastanza difficile conoscere il numero esatto dei suoi abitanti. Le condizioni al suo interno sono terribili: manca un adeguato accesso a servizi igienico-sanitari, acqua potabile o elettricità. All’ingresso, a sinistra, una piccola baracca di fortuna è diventata di vitale importanza per i lavoratori: è il luogo dove vengono riparate le biciclette, spesso unico mezzo che i braccianti si possono permettere per andare a lavoro. La tendopoli, infatti, sorge in un’area extraurbana ben isolata: la scelta non è ovviamente casuale, come spiegato in un articolo di quest’anno che fa il punto della situazione e ricorda la volontà sempre maggiore di ghettizzare questa fascia di popolazione: “Chi vive negli insediamenti informali incontra ostacoli nell’esercizio di diritti fondamentali come l’iscrizione anagrafica, indispensabile per l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale e il rinnovo dei documenti di soggiorno, oltre a ledere il benessere psicofisico e gli equilibri di convivenza con la comunità locale. Il modello alloggiativo di tipo emergenziale promosso in questi anni, oltre a risultare dispendioso e inefficace, mina anche le opportunità di rigenerazione urbana e sociale e la sostenibilità del sistema agroalimentare locale. Le aziende agricole locali, alla ricerca di strategie di risposta alla crisi e alle nuove richieste di consumatori critici, evidenziano la necessità di manodopera regolare, stabile, formata e tutelata nei propri diritti, ma le attuali politiche non rispondono a queste esigenze”.

Il bracciantato e i contratti grigi  

Un bracciante lavoratore mi ha raccontato il suo lavoro di raccolta degli agrumi e di kiwi nella piana di Gioia Tauro. Per il suo lavoro stagionale, viene pagato a cassetta. Per questo motivo, mi racconta, non ci sono orari fissi: lo scopo è lavorare il più possibile nelle ore di sole, per cercare di ottenere un maggior guadagno. Inoltre, mi dice che deve anche calcolare il tempo che passa in bicicletta per andare nel luogo di lavoro: visti anche gli incidenti mortali, è sempre meglio viaggiare di giorno, sia per le condizioni precarie tanto delle strade quanto delle bici che utilizzano i lavoratori braccianti per muoversi; sia perché i percorsi dalla tendopoli o dalla casa abbandonata, dove vive lui ora, sono spesso poco illuminati.

La persona che mi ha raccontato la sua storia è in regola, così come la gran parte dei lavoratori braccianti che vive e lavora in questa zona, nell’alta stagione. Sono quasi tutti di nazionalità subsahariana, presenti sul territorio italiano da anni. Sebbene la maggioranza sia in regola, hanno spesso dei “contratti grigi”, dove vengono segnate meno ore di lavoro rispetto al numero effettivo. Così, in caso di controlli, viene mostrato il contratto che in realtà non rispecchia l’effettiva quantità di lavoro. Il restante verrà poi pagato in nero. Esiste comunque ancora un’altra usanza non regolamentata utilizzata per il lavoro di una giornata. Nel paese di Rosarno, infatti, esistono dei check-point. Sono punti di ritrovo ormai riconosciuti, dove i lavoratori si fanno trovare al mattino per cercare di guadagnare una giornata di lavoro. Passa quindi un mezzo di trasporto che dà un passaggio alla manodopera necessaria per la giornata, dal check-point al posto di lavoro. Per questo è possibile, in alcuni punti, trovare diverse biciclette parcheggiate per tutto il giorno: verranno riprese a fine giornata, quando i lavoratori braccianti verranno riaccompagnati al check-point.

Si continua a migrare

Sempre la stessa persona intervistata, mi racconta la sua vita come una continua migrazione. Se nella stagione invernale, lavora in Calabria per la raccolta degli agrumi e dei kiwi; trascorre la sua stagione autunnale in Piemonte. Con gran sorpresa mi racconta del suo lavoro nella raccolta dei fagioli nella provincia di Cuneo. In quel caso, mi dice, non viene pagato a cassetta, visto che sarebbero troppo piccole, ma a ore: 7 euro per ogni ora di lavoro. Quando ha particolarmente bisogno, decide di andare anche in Puglia, nelle zone limitrofe a Foggia, per la raccolta dei pomodori. Non ci va sempre, perché dice che le condizioni sono pessime. Quello che quindi si viene a comprendere, è che il lavoro di questa generazione di lavoratori braccianti, arrivati in Italia da tempo e ormai in gran parte regolari sul territorio, vive ancora di migrazioni legate al lavoro: agrumi e kiwi per il periodo invernale; pomodori per il periodo estivo; fagioli, nel suo caso, ma anche uva, mele e nocciole per il periodo autunnale. Per alcuni dei migranti economici, arrivati dall’Africa sub-sahariana così come dall’Europa dell’Est per altri tipi di lavori, la vita lavorativa anche all’interno del Paese di accoglienza è una continua migrazione: in base al posto di lavoro, si viaggia, consapevoli di non voler affondare le proprie radici in un Paese che li ha sempre sfruttati fin dal loro arrivo, ma certi di voler mandare più soldi alla famiglia che vive lontano, come quella della persona intervistata, che manda i suoi soldi per la moglie e i due figli piccoli che ora vanno a scuola, in Gambia. È un viaggio, il suo, che continua ancora e ancora.  

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