Il "gesto dell'ok" non è sempre ok: la cnv nel mondo
La comunicazione non verbale è quel tassello in più che serve, nella sfera sociale, a donare più emotività. Non tutti i gesti, però, hanno lo stesso significato in tutto il mondo.
Nella sfera sociale e nella vita quotidiana, le conversazioni sono le fondamenta che permettono lo sviluppo delle reti sociali.
Accanto alla parola, però, c’è un aspetto spesso sottovalutato, un amico insidioso ma nascosto di cui poche persone tengono conto: la comunicazione non verbale (CNV).
Ciò che non si riesce a dire a parole, verrà detto dal corpo.
I tipi di comunicazione
La lingua è un aspetto proprio di un popolo, una sua caratteristica peculiare che lo contraddistingue da altre Nazioni. Anche se l’alfabeto risulta essere lo stesso (come accade per i Paesi anglofoni, per esempio), ogni Stato ha i propri dialetti o il proprio slang, che sono molto spesso differenti tra loro.
La comunicazione non verbale, invece, è frutto dell’interdipendenza tra natura e cultura: è importante capire che, benché ci siano meccanismi simili comuni alla specie umana, ogni gesto è configurato in base alla cultura di appartenenza.
Un altro aspetto da tenere in considerazione quando si cerca di interpretare il linguaggio del corpo, è lo stato d’animo della persona in questione: la maggior parte delle informazioni utili alla comprensione della conversazione arrivano proprio dai movimenti correlati allo stato emotivo (il disturbo d’ansia, all’apparenza nascosto, potrebbe rivelarsi con alcuni tic nervosi).

Il corpo
La Cnv, in quanto insieme di gesti (ma non solo), va sempre interpretato in base al contesto. Non è del tutto corretto, infatti, affermare che la comunicazione non verbale sia tutto ciò che non riguarda le parole; i due aspetti comunicativi vanno di pari passo nelle conversazioni.
Pensando a uno stereotipo puramente italiano, è consuetudine gesticolare molto mentre si parla, a volte anche mimando ciò che si sta dicendo, per esempio dondolando la mando avanti e indietro mentre si sta dicendo «Vai via».
Tante volte il non verbale riesce ad esprimere perfettamente un concetto senza bisogno della parola. Ed è proprio questa peculiarità che gli permette di travalicare i limiti culturali e ottenere la buona riuscita di una conversazione, anche senza conoscere la lingua dell’interlocutore.
Se ci si trova davanti a una bancarella in un Paese straniero, basterà indicare il prodotto che si vuole e mimare il numero di quantità con le dita. L’acquisto sarà andato a buon fine ugualmente.
D’altro canto, la parola non accompagnata da nessun gesto rende un dialogo quasi asettico, poiché le parole possono essere ragionate e pesate prima di essere pronunciate, ottenendo un risultato molto rigido.
La comunicazione non verbale è spesso e volentieri spontanea ed esprime ciò che a parole non si riesce a dire. La conversazione acquisterà inevitabilmente un carattere più emotivo.
L’argomento è stato ampiamente studiato anche dallo psicologo Paul Ekman durante il 20° secolo.
… e non solo
Non solo gesti e linguaggio del corpo. La comunicazione non verbale è formata da vari sistemi, tra cui quello paralinguistico: costituito dai suoni che emettiamo, come le pause, il silenzio, il tono di voce e il volume, è un importante indicatore anche della posizione sociale dell’interlocutore. Non è raro, infatti, trovare persone in ruoli di potere con un tono di voce molto grave.
Al contrario, il silenzio ha molteplici significati: può esprimere delusione, concentrazione, distrazione, assenso. In alcuni casi, come l’ambito militare, il silenzio è usato come regola, ad esempio si può parlare solo quando si viene interpellati.
Le pause che gli interlocutori prendono durante le conversazioni suggeriscono intenzioni diverse. Ci sono alcune pause, dette piene, che sono formate da suoni come «mhh» o «beh…», usati sia per prendere tempo che per dimostrare alla persona che si ha davanti che è ascoltata.

La comunicazione non verbale nel mondo
Come detto prima, il non verbale va interpretato in base allo stato emotivo dell’interlocutore e al contesto sociale in cui ci si trova. Gesti che per il popolo italiano sono normali o divertenti, in altre parti del mondo vengono considerati fuori luogo.
Negli Stati Uniti è considerata maleducazione indicare con il dito, mentre in Italia si fa per mostrare la direzione. Anche il gesto delle “corna”, scaramantico per il Bel Paese, all’estero è visto come brutto gesto, come è capitato nel 2002 quando Silvio Berlusconi è stato immortalato mentre eseguiva il gesto durante il vertice dei ministri degli esteri europei.
Il pollice alzato è sicuramente un gesto rassicurante e positivo che, almeno in Italia, sta ad indicare che è “tutto ok”. Be’ in Thailandia e in Iran serve per mandare qualcuno a quel Paese…
In Pakistan, mordersi le unghie significa insultare l’interlocutore.
Tirando le somme, gesti che per molte culture sono scontati, per altre possono risultare una vera e propria offesa. È sempre interessante conoscere aspetti differenti di altre società, aiuta a capire i limiti e i pregi dei popoli e permette di vivere in un sistema più omogeneo e rispettoso.
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