Il futuro è nostro, ma non ci crediamo abbastanza

Siamo cresciuti con poca fiducia nel futuro… e ora che la politica è nelle nostre mani che facciamo?

La Gen Z sta crescendo, e non parliamo solo in termini di età. I nati tra la fine degli anni ‘90 e il 2010 stanno via via conquistando il loro posto nel mondo, portando a dei cambiamenti anche nella sfera politica.

Partiamo da un dato. Si stima che la Gen Z componga un terzo della popolazione mondiale, cifra destinata a crescere nel corso degli anni. In Italia il loro numero ammonta a circa 9 milioni, ossia il 15% della popolazione.

Con questi numeri, le nostre rivendicazioni iniziano a pesare. È impossibile per la classe politica ignorarle, soprattutto se vuole garantire un futuro ai propri partiti.

Le caratteristiche della Gen Z variano di Paese in Paese, ma è possibile trovare dei punti di contatto. Si tratta di una generazione nata insieme alla rivoluzione digitale, etnicamente più eterogenea tanto in Europa quanto negli Stati Uniti e meno religiosa. In particolare, secondo un sondaggio realizzato dall’Eastern Illinois University, il 48% degli statunitensi appartenenti a questa generazione si identifica come «ateo, agnostico o nulla in particolare».

Secondo uno studio condotto dal Berkeley Institute for Young Americans, la Gen Z è ispirata da valori maggiormente egualitari e più critica dei difetti delle democrazie e dell’ineguale distribuzione della ricchezza. Inoltre, è la generazione più istruita di sempre, secondo i dati raccolti dal Pew Research Center.

I “genzer” si differenziano inoltre sia rispetto ai vicini “millenial”, che alle generazioni precedenti per il contesto in cui sono cresciuti. Si tratta di un mondo profondamente cambiato dalla globalizzazione, sferzato dalle crisi economiche, reso insicuro da un sistema internazionale in mutamento e costretto a fare i conti con il cambiamento climatico.

Infatti, come sottolineato in un articolo del The Harvard Gazette, giornale online dell’omonima università, «questa è una generazione che ha affrontato più traumi e più rapidamente di qualsiasi altra generazione negli ultimi 70 anni». L’11 settembre 2001, la crisi finanziaria, l’ascesa dei populismi, il fondamentalismo religioso, le guerre e il Covid sono solo alcuni di questi eventi traumatici.

Ciò si riflette negativamente sui tassi di partecipazione alla politica e sulla fiducia nelle istituzioni. Questo fenomeno è particolarmente evidente se guardiamo al caso italiano. Alle elezioni politiche del 2022 il tasso di astensionismo più forte si è registrato proprio tra chi ha tra i 18 e i 34 anni (42,7%), ossia tra millennial e genzer.

Come sottolineano i ricercatori del già citato Berkeley Institute, «molti giovani elettori sembrano condividere la convinzione che i sistemi governativi frammentati e disfunzionali siano incapaci di affrontare le sfide critiche che ricadono pesantemente sulle loro generazioni». 

Ne deriva quello che i ricercatori definiscono un «senso di fatalismo», inteso come una diffusa sfiducia nella capacità e volontà dei governi di agire per il miglioramento del benessere dei cittadini. Questo sentimento sarebbe apartitico, contagiando gli elettori di tutto lo spettro politico.

Non siamo gli unici a fuggire dalla politica

Sia chiaro, la progressiva sfiducia nelle istituzioni e l’astensione dal voto è un fenomeno che non riguarda soltanto queste due generazioni. Al contrario è un fenomeno che ha investito la società nel suo complesso per diversi fattori.

Tra questi la globalizzazione che, creando fitte reti di interconnessione tra gli Stati di tutto il mondo, ha reso assai più difficile per singoli Paesi rispondere in maniera efficace alle richieste provenienti dalla società civile. Questi infatti si trovano a dover offrire risposte a fenomeni su cui solo parzialmente hanno il controllo.

Ne consegue una minore responsiveness da parte dei governi (ossia la capacità di far fronte alle esigenze della società) e una maggiore insoddisfazione da parte dei cittadini.

Altro fattore fondamentale risulta la crisi delle ideologie tradizionali e, per quanto riguarda il Belpaese, del sistema di partiti protagonista della Prima Repubblica. Il venir meno della dura contrapposizione ideologica ha portato a grandi cambiamenti nell’elettorato che, se un tempo votava per fedeltà al proprio partito di riferimento, oggi ha comportamenti di voto estremamente volatili. 

Ne deriva una perdita di punti di riferimento, con scelte di voto legate più al leader che al partito e caratterizzate da una sfiducia di fondo nella capacità delle democrazie di fare qualcosa per migliorare la propria vita.

Non manca infatti chi strizza l’occhio ai regimi autoritari e antidemocratici, considerati in grado di agire in maniera più tempestiva ed efficace proprio perché liberi da quei vincoli che le democrazie si sono date nel corso degli ultimi secoli.

In particolare, la separazione dei poteri e il principio di legalità sono due delle caratteristiche essenziali dello Stato di diritto, volte a porre limiti all’arbitrarietà dei pubblici poteri. Proprio questi limiti sono visti con fastidio da chi non crede nella democrazia, e considerati come un intralcio all’attività di governo.

Economia e diritti sociali: un gioco di equilibri

Del resto, le democrazie sorte in Europa dopo il secondo conflitto mondiale si basavano su una premessa. In un contesto segnato da profonde fratture ideologiche e contrapposizioni di classe, era necessario trovare una mediazione tra interessi contrastanti.

Da un lato lo Stato doveva proteggere l’economia di mercato, garantendo quelle condizioni necessarie al suo sviluppo, in primis la proprietà privata e la libertà d’impresa. Dall’altro, doveva intervenire sull’economia in modo da correggere le disuguaglianze e proteggere le classi con meno risorse economiche [1].

Questo meccanismo ha subito un intoppo negli ultimi decenni dello scorso secolo, con la già citata globalizzazione. Gli Stati infatti avevano garantito a lungo i diritti sociali (come la sanità, l’istruzione, i trasporti, ecc..) ricorrendo ad un’eccessiva spesa.

Quest’ultima ha prodotto un saldo negativo nel bilancio dello Stato (ossia deficit), finanziato ricorrendo al debito. E, in un perfetto circolo vizioso, gli interessi che lo Stato doveva pagare sul debito andavano ad ingrossare la voce delle spese del bilancio dello Stato, aggravando la condizione delle finanze pubbliche.

Dovendo allora garantire la competitività dell’economia nazionale, in modo da attirare imprese e capitali nel proprio Paese, e dovendo avere dei conti pubblici sani, al fine di evitare deficit e debito eccessivi, gli Stati hanno dovuto cambiare rotta.

La via imboccata è stata quella di tagli alla spesa pubblica, volti a ridurre il disavanzo in bilancio e il debito. E, poiché i diritti sociali non possono essere garantiti senza che lo Stato vi dedichi le risorse necessarie, sono stati i primi a farne le spese. 

Inoltre, guardando al caso dell’Unione Europea, gli Stati – soprattutto dopo l’esperienza della crisi del debito sovrano - hanno accettato di autovincolarsi, impegnandosi a rispettare determinati paletti nel campo della finanza pubblica.

Ne deriva in questo gioco di pesi e contrappesi un limite alla sovranità degli Stati, ossia alla loro capacità di prendere decisioni per far fronte alle esigenze provenienti dal basso. Non è più possibile infatti seguire ognuno la propria strada, ma è necessario lavorare di concerto nelle istituzioni comunitarie.

E, per tornare all’origine del nostro problema, è chiaro quanto i singoli governi abbiano un controllo soltanto parziale sulla gestione della res publica, dovendo districarsi tra i vincoli comunitari, le richieste delle imprese, le risposte dei mercati finanziari e la necessità di garantire competitività al sistema economico nazionale.


[1] R. Bin, G. Petruzzella, (2022). Diritto pubblico. Torino: G. Giappichelli Editore

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