“Alexa, dimmi qual è l’impatto dell’IA”
L’IA ha rivoluzionato le nostre vite, da Alexa a ChatGPT. Ma qual è il suo impatto ambientale e sociopolitico? Di quante risorse ha bisogno? Che c’entrano il razzismo e le discriminazioni di genere? Proviamo a rispondere.
L’IA sta diventando parte integrante delle nostre vite – lavorative ma anche personali – e si presenta con una caratteristica tutta sua. Quale? L’astrattezza. È intangibile. Non ha un corpo fisico, non possiamo toccarla con mano, e ciò crea una certa distanza tra noi e lei rendendo la percezione dei suoi impatti sulla vita reale quasi nulla. Ma le implicazioni etiche e ambientali stanno venendo a galla sempre più rapidamente: uso delle risorse, manodopera, discriminazioni e stereotipi sono solo alcune delle questioni che finora non hanno trovato molta voce. Ma le cose stanno cambiando.

Fonte immagine: geekzilla.tech
L’impatto ambientale dell’IA: il rapporto dell’OCSE
A cosa ci riferiamo quanto parliamo dell’impatto ambientale di un prodotto o di un servizio? Al suo intero ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento. L'infrastruttura ICT è infatti responsabile di circa il 25% dei rifiuti elettronici globali, anche se – come ci tiene a sottolineare l’OCSE – non è più tanto raro che le apparecchiature di elaborazione vengano riutilizzate e immesse in catene di fornitura a ciclo chiuso che recuperano o riciclano i materiali. Inoltre – continua – la Commissione Europea ha anche lanciato la Sustainable Products Initiative, progettata per rendere le apparecchiature ICT più durevoli, riutilizzabili, riparabili e riciclabili, e ha anche proposto un passaporto digitale del prodotto per tracciare l'hardware lungo il suo ciclo di vita.
Hardware e apparecchiature non sono però esclusivi dell’IA, i cui fattori caratterizzanti riguardano, invece, il suo addestramento, il data mining e la creazione di modelli di apprendimento.
Nel nostro caso, ci ha pensato l’OCSE ad esaminarli e nel 2022 ha rilasciato un report in cui riporta gli impatti negativi sulle emissioni e sul consumo delle risorse, in particolare energia e acqua.
Emissioni, energia e consumo di acqua dolce
Nel rapporto emerge che – stando ad alcune stime – la produzione di data center a livello globale sarebbe responsabile di circa il 15% delle emissioni totali di gas serra e dell’1% della domanda globale di elettricità, percentuale che potrebbe salire a 2,6% entro il 2030 a causa della sempre più rapida trasformazione digitale. Ma come sottolinea l’OCSE, se vogliamo guardare al lato positivo alcuni dei più grandi operatori di data center – come gli stessi Amazon e Google – hanno annunciato l’impegno per arrivare ad alimentarli totalmente con energia rinnovabile.
A far riflettere sulla sostenibilità dell’intelligenza artificiale è, però, soprattutto l’utilizzo dell’acqua dolce, il cui consumo avviene sia in modo diretto – per il raffreddamento – che indiretto – attraverso l'uso dell'acqua per la generazione di elettricità. La fase di produzione del calcolo IA, infatti, può arrivare ad utilizzare ingenti quantità di acqua ma solo il 33-50% degli operatori di data center ne compila e ne segnala le metriche di utilizzo, per cui non possiamo avere stime certe. Ciò che sappiamo – grazie all’OCSE – è che i data center degli Stati Uniti attingono direttamente e indirettamente dal 90% dei bacini idrografici nazionali, posizionandosi tra i primi dieci settori che consumano più acqua nel paese.
Infine, l’impatto ambientale dell’IA è anche indiretto, andando a pesare sul settore minerario, estrattivo e manifatturiero.
Non solo impatto ambientale: l’IA è razzista e sessista?
Se l’analisi delle conseguenze ambientali è fondamentale in un contesto di emergenza ecologica, quelle sociopolitiche non sono da meno. L’IA non è altro che uno specchio della mente e della società umana, per cui non possiamo credere nella sua totale imparzialità. Nemmeno lei è perfetta. Ad occuparsi di questo lato è l’accademica e ricercatrice Kate Crawford, la quale porta l’attenzione sullo sfruttamento del lavoro e sulle disuguaglianze riprodotte dall’IA.

Fonte immagine: wired.it
Infatti, seppur ci sembra tutto immediato e automatizzato, l’intelligenza artificiale ha bisogno di essere addestrata e sistemata – perché no, non è onnisciente e sì, può commettere degli errori. Crawford, a questo proposito, denuncia casi di lavoratori sottopagati e costretti a lunghi turni di lavoro – stiamo parlando anche di 14 ore al giorno – per controllare e correggere i messaggi di assistenti digitali personalizzati. Definisce il lavoro umano dietro l’IA come “lavoro fantasma”: necessario perché non può essere svolto dalle macchine ma nascosto e pagato miseramente.
Considerazioni di questo tipo le troviamo nel suo testo “Né intelligente, né artificiale”, nel quale porta alla luce anche le discriminazioni raziali e di genere. Per il primo caso, la ricercatrice fa riferimento a software di riconoscimento facciale per la classificazione di reati e per il rilevamento delle emozioni: in entrambi i casi, le persone non bianche vengono classificate in negativo con più facilità, con circa il 23% di classificazioni non giustificate. Per quanto riguarda la discriminazione di genere Crawford cita le valutazioni automatizzate dei curriculum, da cui le donne escono svantaggiate, quando non vengono direttamente escluse. Eh già, il glass ceiling rimane intatto con l’IA.
E quindi? Che dobbiamo fare? Smettere di utilizzarla?
Diciamo che non è sempre tutto bianco o tutto nero. L’IA è uno strumento innovativo importante su cui poter far affidamento. Ciò non toglie che in un contesto di crisi climatica l’impatto ambientale non può essere lasciato da parte. Proprio per questo motivo è importante il rapporto dell’OCSE e ancora di più che le aziende si impegnino nel cercare soluzioni sostenibili, magari colmando anche l’incertezza sul consumo dell’acqua. In un contesto di emergenza idrica e siccità, infatti, è importante avere delle stime più o meno certe su cui poter fare affidamento.
Pensiamo se invece degli USA stessimo parlando del nostro Paese, in un contesto di grave siccità come quello che ha colpito il Sud Italia, in cui scompaiono laghi e in cui si arriva al razionamento dell’acqua. Come reagiremmo sapendo che gran parte di questa è destinata ai data center? Non vorremmo avete dati certi in modo da affrontare la situazione al meglio e cercare delle soluzioni?
In più abbiamo un grande potere: siamo consumatori. E in quanto tali possiamo decidere quando, se e come utilizzare una tecnologia di questo tipo. Quanti di noi o dei nostri amici, per esempio, utilizzano ChatGPT semplicemente per passare il tempo? Tutto sta, come sempre, nel modo in cui vengono utilizzate le cose e farne uso con consapevolezza è già un buon punto di partenza. È un po’ come evitare di fare shopping compulsivo per non finanziare il fast fashion, insomma. E ancora meglio, possiamo fare pressioni su chi prende le decisioni, chiedendo chiarezza, trasparenza e misure adeguate affinché l’impatto sociale e ambientale delle nuove tecnologie non venga lasciato da parte. Perché l’innovazione e il progresso hanno tutto un altro sapore quando sono inclusivi e sostenibili.
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