I soldi (non) fanno la felicità: World Happiness Report 2025
Il World Happiness Report è giunto alla sua dodicesima edizione: per l'ottavo anno di fila, la Finlandia è il Paese più felice al mondo.
Anche quest’anno, in occasione della Giornata mondiale della Felicità (20 marzo), il Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford ha pubblicato il World Happiness Report, classifica che dal 2011 ordina i Paesi del mondo per grado di benessere e - appunto - felicità.

World Happiness Report: le origini
È nato prima l’uovo o la gallina? Il report o la ricorrenza? In questo caso, il confine è sfumato.
Il 19 luglio 2011 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente adottato la risoluzione 65/309, o ‘Felicità: verso un approccio olistico dello sviluppo’. In parole povere, l’invito dell’allora segretario Ban Ki-moon e dell’Assemblea tutta era che gli Stati membri perseguissero il pieno sviluppo sociale ed economico analizzando la soddisfazione dei cittadini e adottando correttivi propedeutici al suo raggiungimento, servendosi di rilevazioni sul campo e del pieno coinvolgimento del popolo.
Da quest’ultimo suggerimento ha trovato la luce il prodotto del Wellbeing Centre: una classifica periodica ‘bottom to top’ che ingloba in essa non soltanto statistiche da cervelloni (PIL, corruzione, speranza di vita alla nascita…), bensì anche - e soprattutto - interviste con le frange più rappresentative della società.

L’esempio del Bhutan
Prima di commentare la freschissima XII edizione del World Happiness Report e la posizione dell’Italia, è necessario fare accenno alla nazione che più di tutte ha ispirato l’ONU e gli accademici nella creazione di un simile indice.
Sito al confine tra India e Cina - e con una delle bandiere più fighe del mondo - Druk Yul (questo il nome in lingua locale) è un piccolo Stato himalayano di tradizione buddhista. Governato da un ‘Re Drago’ e dai dettami della scuola Drukpa, già religione nazionale, il Bhutan è stato il primo Paese al mondo a introdurre un indicatore di felicità.
L’idea della FIL - o Felicità Interna Lorda - nasce alla fine degli anni Settanta, ma viene codificata soltanto a partire dal 2008, anno in cui è stata inserita nella Costituzione. Misurata in una scala da 0 a 1, essa tiene conto di 33 indicatori disposti entro 9 ‘domini’: benessere psicologico, salute, istruzione, uso del tempo, standard di vita, diversità culturale, biodiversità, buon governo, vitalità della comunità.
Tali discipline sono alla base dei sondaggi somministrati periodicamente alla popolazione bhutanese, e integrati alle più classiche rilevazioni statistiche nazionali consentono la suddivisione dei cittadini in quattro percentili: infelici, poco felici, ampiamente felici, profondamente felici.
Benché il proposito del governo locale nel misurare la felicità sia nobile, l’indicatore non è esente dalle critiche: diversi osservatori hanno rivolto parole di biasimo nei confronti della classe politica, accusandola di totale disinteresse verso qualsiasi ambizione di crescita economica e modernizzazione e relegando la FIL al ruolo di ‘trappola’ per attrarre turisti.

Il World Happiness Report 2025
A conti fatti, il ruolo pionieristico del Bhutan nell’ambito wellbeing non è servito a nulla: le ultime pubblicazioni ufficiali, risalenti al 2022, restituiscono un quadro tendenzialmente negativo, dove meno di 1 bhutanese su 2 è felice e più di 1 su 8 vive sotto la soglia di povertà, a testimonianza del suo status di nazione tra le più povere del Continente asiatico.
La ‘Terra del Drago’ non compare neanche nella più recente edizione del World Happiness Report, anzi: non lo fa dal 2015. In quel periodo occupava l’84esima posizione del ranking, piazzandosi a ridosso della metà classifica e ben lontana dalle ambizioni del sovrano.
Ma i cittadini del Bhutan non sono gli unici ad aver subito un crollo verticale della felicità: l’inasprirsi di conflitti regionali e globali, l’aumento delle restrizioni ai danni delle libertà individuali e le disuguaglianze confermano un trend in netto peggioramento per almeno una decina di Paesi, ai quali fa da capofila l’Afghanistan; l’Emirato islamico è stabilmente ultimo in classifica, con un livello di felicità pari a 1,364 su 10 (-2,676 rispetto al 2012).
Più in generale, l’analisi dell’americana Gallup per il WHR 2025 si è concentrata sulle tematiche di cura e condivisione in senso ampio, dal volontariato alla beneficenza. Il campione consiste in almeno 1000 persone per ciascuna delle 147 nazioni del report, i cui risultati sono una media delle risposte degli ultimi 3 anni.
Qual è il Paese più felice al mondo nel 2025?
Prima di rivelartelo, facciamo un sommario dei dati più curiosi.
Anzitutto, a fronte di un generale scetticismo degli intervistati, è emersa una tendenza crescente della popolazione globale nell’aiutare gli sconosciuti tramite donazioni e volontariato: i dati sono più bassi rispetto al 2020, anno del Covid, ma superiori di almeno il 10% se confrontati con il pre-pandemia.
Sorprenderà, ma l’atto di donare se stessi e il proprio denaro non è prerogativa dei Paesi più ricchi: al primo posto, per ambedue le tematiche di volontariato e beneficenza, svetta infatti l’Indonesia, con Egitto e Marocco rispettivamente al fondo delle due classifiche. Allo stesso modo, la top 10 derivante dalla più generica domanda ‘Hai mai aiutato un estraneo?’ - inteso come un gesto di natura non economica - annovera fra le prime file Paesi notoriamente a basso reddito: Liberia, Venezuela, Zambia e Sierra Leone.
Il problema? Immolarsi nel nome di una causa sociale, per quanto nobile sia, non basta per essere appagati. Nessuna delle nazioni sopra citate raggiunge infatti la sufficienza quando si parla di felicità, con indicatori quali corruzione, disuguaglianze e scarso supporto delle istituzioni a provocarne il tracollo.

I soldi (non) fanno la felicità
È brutto ripeterlo: i soldi non fanno la felicità, ma almeno ti ci portano vicino.
Il preambolo del WHR 2025 sull’importanza dei legami familiari e della solidarietà si scontra violentemente con le prime posizioni della classifica: Finlandia, Danimarca, Islanda e Svezia (in quest’ordine); conti alla mano, queste non risultano essere né le più altruiste - l’Islanda è soltanto 102esima per aiuti nei confronti di un estraneo - né le più propense alla costruzione di rapporti ‘tanto per’, con Svezia e Danimarca che registrano 1 single ogni 2 abitanti.
Cos’è, allora, che porta gli scandinavi a essere i più felici?
Il segreto sta in un mix di quattro ingredienti: PIL pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita sana e libertà di scelta. Tutti fattori concreti e che poco hanno a che fare con l’altruismo sopra decantato.
Stabilità e diritti sono ciò che davvero serve per raggiungere il progresso, e in questo la politica democratica può fare scuola. Il modello nordico, in particolare, coniuga in sé la piena autonomia delle istituzioni, solidità economica e una popolazione numericamente mai elevata, che riduce la dispersione delle risorse e permette una gestione più efficiente del welfare.
Eppure, chi è da sempre attento alle statistiche potrebbe notare un velo di incoerenza nella narrazione: i Paesi scandinavi, qui presentati come i più felici, non sono quelli dal più alto tasso di suicidi? Sì, più o meno.
Secondo Eurostat, la media UE per il 2022 è stata di 10,58 suicidi intenzionali ogni 100.000 abitanti; un valore superato da Norvegia (11,48), Svezia (12,47) e Finlandia (13,37) e che vede il suo massimo con Slovenia e Lituania, rispettivamente a 18,29 e 18,19 suicidi ogni 100.000 persone. Curiosamente, anche queste due nazioni rientrano nella top 20 degli Stati più felici.
Si tratta di numeri sopra la media, ma che in ogni caso non vi si discostano troppo - eccezion fatta per i primatisti. Ciononostante, risultano significativamente più alti di Paesi che se la passano peggio, Grecia (4,56) e Turchia (5,12) fra tutti.
La spiegazione, scrive il Nordic Council of Ministers, risiede in alcuni ‘vettori dell’infelicità’:
- Problemi di salute, ossia la maggior preoccupazione laddove violenza e criminalità risultano assenti o limitate; più di 1 giovane nordeuropeo su 10 (13,5%) è in condizioni moderate o gravi di disagio psicologico
- Differenze salariali e disoccupazione, che in nazioni dal salario medio elevato possono essere impossibili da sostenere
- Isolamento sociale
- Clima sfavorevole
Insomma, nessuno ha ancora trovato tutti gli ingredienti per la formula della felicità.

La situazione peggiora tra i giovani
Il quinto capitolo del WHR 2025 pone l’attenzione sulle problematiche che affliggono le giovani generazioni, non di rado considerata, dati alla mano, la fascia anagrafica più infelice.
A monte dell’insoddisfazione della fascia 18-30 vi sarebbero anzitutto la solitudine e l’assenza di rapporti sociali, deterioratisi a partire dal post-pandemia: nel 2023, 1 intervistato su 5 ha dichiarato di non avere ‘nessuno su cui contare’ (+39% rispetto al 2006). Spesso e volentieri sopravvivono soltanto i primi legami, quelli costruiti a scuola e coltivati di anno in anno insieme alla propria crescita personale.
Ciò che scoraggia la costruzione di nuove reti sociali fuori dal contesto educativo è soprattutto la paura che i propri pari manchino di empatia, con sorpresa - recita lo studio - una volta appreso del contrario. Ultimo motivo dietro la mancanza di socializzazione, infine, risiede nelle ridotte possibilità economiche delle nuove generazioni, fattore - questo - che porta i suoi interpreti a convivere con i genitori fino all’ottenimento di un lavoro stabile, minando ogni chance di costruire delle relazioni.
A registrare il più basso numero di connessioni con amici e parenti è il Giappone, che occupa il fondo della classifica anche per quanto riguarda la qualità della rete: agli intervistati, oltre al numero di persone facenti parte della loro cerchia più intima, è stata posta la domanda: ‘Se fossi nei guai, quanto [da 0 a 10] potresti contare sull’aiuto di amici e parenti?’.
Felicità: e l’Italia?
No, non ce ne siamo dimenticati.
In realtà, per l’edizione 2025 del Rapporto sulla Felicità ci siamo limitati a svolgere il compitino: 6,415 su 10, un voto di poco sufficiente che ci piazza al 40esimo posto. In Kosovo e Arabia Saudita, due nazioni fra le tante, sono più felici di noi.
Sebbene il trend sia in crescita di quasi quattro decimi rispetto al 2012, a dire il vero non eccelliamo in alcun campo. Nello specifico, siamo:
- 103esimi per grado di libertà percepita (sotto il Niger)
- 89esimi per beneficenza effettuata (sotto il Chad)
- 112esimi per percezione della corruzione (i Paesi più al fondo sono quelli reputati ‘più corrotti’ dai suoi cittadini)
- 119esimi per supporto agli estranei in difficoltà (la domanda fa riferimento a gesti di altruismo, di natura non economica, compiuti nel mese precedente l’intervista)
Se un turista si limitasse a leggere questi dati, probabilmente lo perderemmo ancor prima del suo arrivo. È bene però ricordare che questi fanno riferimento a un campione umano e che, in quanto tale, può essere soggetto a bias o impressioni fin troppo pessimistiche.
Un esempio? La corruzione, che nel nostro Paese è sì un problema reale ma certamente non più grave di casi come il Venezuela, la cui popolazione sembrerebbe ignorarne l’esistenza (32esimi su 133).

Top e flop 10: primi e ultimi della classe
Per i più pigri, ecco chi occupa le posizioni iniziali e finali del ranking:
Top 10
1) Finlandia: 7,736/10
2) Danimarca: 7,521/10
3) Islanda: 7,515/10
4) Svezia: 7,345/10
5) Paesi Bassi: 7,306/10
6) Costa Rica: 7,274/10
7) Norvegia: 7,262/10
8) Israele: 7,234/10
9) Lussemburgo: 7,122/10
10) Messico: 6,979/10
Flop 10
138) Lesotho: 3,757/10
139) Comoros: 3,754/10
140) Yemen: 3,561/10
141) Repubblica Democratica del Congo: 3,469/10
142) Botswana: 3,438/10
143) Zimbabwe: 3,396/10
144) Malawi: 3,260/10
145) Libano: 3,188/10
146) Sierra Leone: 2,998/10
147) Afghanistan: 1,364/10
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