Hån: cosa significa (non) fare musica nella propria lingua

“Con l’inglese c'era una connessione mentale, ma sono tornata alle origini”: come cantare e scrivere nella propria lingua può influire sul contenuto per un artista; ce lo dice Hån

Abbiamo conosciuto Giulia, cantautrice classe ‘96. Nota nell’ambiente come Hån, si distingue per una caratteristica tutta sua: pur essendo cresciuta sul lago di Garda, infatti, ha sempre fatto musica in inglese! Non si è trattata certo di una trovata commerciale, ma di un tentativo di fuggire dalla paura di risultare banale cantando in lingua natìa, dove le pretese - dato anche l’ampio lessico - sono inevitabilmente più elevate.

Dopo quasi un decennio fra Londra e scenari nordici, però, ecco un punto di svolta: Hån ha pubblicato il suo primo album in lingua italiana, e abbiamo voluto saperne di più.

Hån, parlaci un po’ di te: chi sei?

«Mi chiamo Hån, e sono una cantautrice che scrive per sé e per gli altri, all’occorrenza. Pur essendo italiana, ho sempre fatto musica in inglese: scrivo e canto da molti anni, e ho iniziato così. Dalla mia cameretta mi sono trasferita a Londra per un anno, ed è qui che ho consolidato la mia passione per i testi in una lingua diversa dalla mia».

Ma non sei soltanto una cantautrice, vero?

«La mia arte cerca di coinvolgere tutto il processo creativo: adesso sto facendo direzione artistica, perché mi piace tanto curare l’aspetto visivo che contraddistingue ogni progetto, e ultimamente mi sto avvicinando anche alla musica da club. Di recente ho iniziato con qualche DJ set e con l’esplorare un tipo di musica diversa da quella che mi ha sempre caratterizzato».

Il tuo nome viene dallo svedese e significa “scherzo”: come mai questa scelta? In che modo la cultura nordica ha influenzato il tuo stile?

«Io sono cresciuta sul lago di Garda, dove frotte di turisti sono all’ordine del giorno così come i commercianti; questi, in particolare, mi scambiavano sempre per una ragazza scandinava o del centro Europa, e dunque ho iniziato anch’io a “sfruttare” questo equivoco. Poi c’è tutta la parte musicale: fra le mie cantanti preferite degli inizi c’era Aurora, una ragazza norvegese, e in generale molta musica “nord-europea”, che per sonorità può ricondurre a quegli ambienti».

E quella inglese?

«Faccio musica da tempo, ma ho sempre avuto difficoltà a muovermi nel mercato italiano. L’opportunità di trasferirmi nel Regno Unito ha fatto dunque da stimolo per continuare in inglese, ma - ironia della sorte - non appena arrivata là sono stata contattata per la prima vera offerta nel nostro Paese. Nonostante ciò, ho preferito continuare con una lingua “non mia”, ma ammetto di non esserci mai riuscita come chi viene davvero da quelle parti: gli artisti di cui mi circondavo - miei amici - parlavano di cose vissute sul serio, di una cultura frutto di anni e anni di apprendimento. Nei loro testi raccontavano situazioni più vere, insomma».

Perché, dunque, hai scelto lo stesso di continuare con una lingua non tua?

«Sin dagli inizi, quando pensavo alla musica pensavo all’inglese. Non so spiegarlo, era una sorta di connessione mentale con quella lingua: il cantato era, nella mia testa, soltanto in inglese, mentre l’italiano aveva tutt’altro significato».

Come ha influito ciò nei tuoi pezzi e nelle tematiche trattate?

«Se, come ti ho detto, gli artisti che ho conosciuto a Londra parlavano di cose “vere”, a loro vicine, io ho sfruttato l’inglese per parlare di concetti di cui altrimenti non avrei mai discusso; mi risultava più facile scrivere e produrre frasi e testi anche complessi, perché tramite una lingua non mia mi sentivo meno vulnerabile. A causa di ciò, forse, il prodotto della mia fase musicale estera è stato un qualcosa di più superficiale, nient’altro che una barriera».

E così hai deciso di “tornare alle origini” con l’italiano:

«La paura era che questa fragilità venisse a galla, e che quasi venissi data per scontato. Il mio timore è sempre stato che certi concetti, se espressi in italiano, potessero risultare banali a causa delle parole utilizzate o di come vengono scritti, ma sono riuscita a superare questo ostacolo».

Quali sono state le tue influenze per arrivare fin qui? Hai mai avuto dei punti di riferimento?

«Non ho un genere specifico, mi piace molto spaziare. Per dirti, passo dalla musica garage ad altro senza troppi problemi e nella stessa playlist… l’unico genere a non farmi impazzire è la techno».

E sull’età, invece…

«Sono nata nel ‘96, a cavallo tra due generazioni; io, però, mi sento molto più Gen Z. Mi definisco una figlia dell’internet, sia di quello più recente che di quello démodé delle prime foto e dei primissimi social. Tutto quel che faccio nel mio quotidiano è sul web, e sono anche molto informata sugli slang più giovanili come quelli di TikTok (nda: ehi, ne abbiamo parlato anche noi)».

Ma Hån ci tiene a chiarire che non si tratta di superficialità:

«Secondo me internet e la sua cultura definiscono un sacco le personalità di chi, come noi, è nato nel suo periodo più florido. Non parlo solo di musica, ma di vere e proprie aspirazioni: il modo di pensare della rete è diverso, e ha un’enorme capacità di plasmare chi vi naviga».

E con te ci è riuscito? In che contesto si sono inserite le influenze esterne nel dualismo tra Hån e Giulia, tra la vita privata e quella da artista?

«Ti ho parlato dell’ascendente che i contenuti in rete e sui social hanno e hanno avuto su tutti noi, ma non penso che abbia contribuito a demarcare la mia personalità fuori e sul palco. Mi spiego in termini più semplici: io non ho un personaggio, sono Giulia quando faccio musica e sono Hån nel privato, e viceversa. Mi piacerebbe costuirmi un’identità del genere lo ammetto, ma non sono David Bowie». 

Torniamo a te e alla tua musica: ci presenti “Fuori dalla stanza”?

«Così come molti artisti scrivono immaginandosi già la dimensione spaziale in cui il pezzo verrà eseguito, anch’io ho fatto lo stesso con la mia cameretta. Si tratta di un luogo riservato, molto “chill”, ed è per questo che nelle melodie non troverete nulla di troppo aggressivo: gli strumenti sono veri, suonati dal vivo, e tutto è molto “raccolto” in sé».

Insomma, è un album molto introspettivo

«Esatto, a cominciare dall'iter che ne ha preceduto la preparazione. La prima fase è stata iniziata e conclusa in cameretta, senza che io mi recassi in studio; produttori, studi di registrazione e tutto il resto sono arrivati dopo. Non che ci sia nulla di male nel servirsene dagli inizi, ma ho tentato di rendere la scrittura quanto più personale possibile. Ed è con questo aggettivo che definirei anche la mia musica finora, perché raramente ho composto riferendomi a tematiche sociali: mi sono concentrata soprattutto sulla mia intimità.

Come ti sei trovata a scriverlo? Quanto ci hai messo?

«Sono della filosofia che se una cosa non mi esce subito, allora non ha senso sbatterci la testa; e così faccio nella musica, dando la priorità a quello che per primo mi arriva e solo in secondo luogo tornando su cosa mi ha fatto dannare».

Non ti resta altro che presentare l’album a noi e a tutti quelli che vorrebbero ascoltarlo!

«Fuori dalla stanza è il primo LP in italiano, un progetto per me innovativo e fuori dagli schemi rispetto al passato. L’ho scritto interamente nella mia cameretta, e fra sonorità e illustrazioni - fatte da me - è lì che vorrei si sentissero i miei ascoltatori; una dimensione intima, privata, senza rumori troppo forti ma cullati dalla pace di un ambiente a ciascuno familiare».

Ma una sola, fra tutte, è la canzone che Hån vi consiglia:

«Senza dubbio Fulmini. È una storia che tutti abbiamo vissuto, il riconoscere i propri sbagli di fronte all’altra persona anche quando non è conveniente per noi: faremmo tutto pur di non perderla. Vorrei passasse il messaggio che non bisogna sempre lottare per averla vinta, perché altrimenti rischiamo di far andare via chi ci ha sempre amato e supportato».


Noi l’abbiamo già inserita nella nostra playlist, corri ad ascoltarla!

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