Fumare: le ragioni sociali dietro al vizio

Il vizio del fumo è da sempre presente nelle città.

Fumare è da sempre ritenuto un brutto vizio, dannoso per la salute.

Il motivo per cui questo fenomeno non intende placarsi, nonostante sia presente da centinaia di anni, potrebbe essere dovuto al suo ruolo all’interno della società.


La dipendenza dalla nicotina


La nicotina è la sostanza principale del tabacco ed è responsabile dell’aumento della secrezione dei neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione dell’umore e del comportamento, come la dopamina.

È proprio lei la causa della dipendenza, poiché la dopamina genera la sensazione di piacere che tutti conoscono. Nonostante tutte le controindicazioni che il fumo ha, tutti fumano per essere felici e sereni. È quello che si evince seguendo la pista della dopamina, giusto?

Ma è davvero così, o c’è lo zampino della società?


Uno specchietto demografico sui fumatori


In Italia, i fumatori di 14 anni e più sono circa 10 milioni. Resta una differenza tra gli uomini che ammontano al 23%, mentre le donne al 15,7%. Fumare è comunque più diffuso nella fascia di età tra i 25-34 anni.

Il consumo medio giornaliero è di circa 12 sigarette, tranne per 22 fumatori su 100 che ne consumano più di un pacchetto.

Negli anni si è notato un forte incremento nelle donne, i cui dati statistici si avvicinano sempre di più a quelli degli uomini.

Il fumo come fonte di aggregazione


Come spiegato poco sopra, fumare è un vizio che trova la sua forma primordiale nel cervello, “grazie” alla dopamina.

Per essere un fenomeno così persistente nonostante i molteplici pericoli, però, deve per forza avere altre spiegazioni che, accostate all’aspetto neurologico, lo rendono così affascinante agli occhi di molti.

È risaputo che i ragazzini inizino a fumare per “sentirsi grandi”, ricorrendo quindi all’imitazione di figure ai loro occhi più mature. La spiegazione potrebbe risiedere nel divieto legale della vendita di tabacchi ai minori. Tutto ciò che è illegale, nello sguardo di un ragazzino appare come molto affascinante, perché qualcosa che non si dovrebbe fare. E se loro riescono a farlo, a comprare un pacchetto di sigarette, significa che sono più bravi di chi si lascia intimorire dal divieto.

Ma ci possono essere anche altre ipotesi.

Fumare è un’abitudine che, in un modo o nell’altro, crea aggregazione. Sarà sicuramente capitato di conoscere qualcuno fuori da un locale perché entrambi fumatori, così come, in un gruppo di amici in cui tutti fumano, chi è ancora immune al vizio potrebbe cadere in tentazione per non sentirsi escluso.


Il fumo come specchio di situazioni


Se si parla della cultura italiana, non si può non citare il momento più atteso della giornata, specialmente in estate: l’aperitivo.

Il sole che tramonta, un bar in riva al lago o al mare, uno spritz fresco e… una sigaretta. O anche più di una. Per la maggior parte delle persone, questo è il primo pensiero quando ci si trova in questa situazione.

Un gruppo di persone che fanno la stessa cosa, cioè bere, tutti in compagnia di amici con cui si ride e si scherza, crea una forte atmosfera gioia e di spensieratezza. Ricollegandoci al fatto che la nicotina attiva la dopamina, viene abbastanza naturale pensare che le persone, della felicità, non ne hanno mai abbastanza; quindi, necessitano di quella sigaretta per accrescere ancora di più quella sensazione.

È un po’ lo stesso gioco che si fa quando si è arrabbiati: la nicotina abbassa (apparentemente) i livelli di stress; quindi, accendersi una sigaretta e fumarla molto velocemente innesca nel fumatore il pensiero “prima la finisco, prima mi calmo”.

Sono tutte situazioni che, col tempo, hanno inglobato il terribile vizio per renderlo parte della quotidianità. È come se la società avesse riservato un posto d’onore al fumo.

Le “Torches of Freedom” del passato


In passato, alle donne non era consentito fumare perché ritenuto gesto inappropriato. Le cose cambiarono dopo che Edward L. Bernays ha escogitato una campagna pubblicitaria per estendere il mercato del tabacco anche all’universo femminile.

Tutto ha inizio quando il presidente della American Tobacco Company, desideroso di accrescere i propri guadagni, ingaggia Bernays affinché trovasse un modo per invogliare le donne a fumare.

Trova la sua risposta nel desiderio di emancipazione delle donne: fumare era una di quelle abitudini che le differenziavano dagli uomini.

Così, il 31 marzo 1929, mentre la campagna di Bernays veniva pubblicizzata, la sua segretaria Bertha Hunt è stata il capofila della marcia sulla Fifth Avenue, a New York. Dietro di lei, decine di donne, tutte con la propria sigaretta accesa, con le loro “Torches of Freedom”.

Senza commentare la natura della pubblicità, va notato come già allora le sigarette fossero ormai parte della società, così tanto da costituire materiale per un’azione pubblicitaria che ha cambiato per sempre il vizio di fumare.

In conclusione, fumare è un vizio dannoso, ma tanto è radicato nella società, tanto difficile è eliminarlo.

Ciò non giustifica assolutamente il gesto, ma per cercare di estirparlo servirebbe scavare più profondamente nella società.

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