Factfulness Monday: bias cognitivi e istinti negativi che ci fanno fraintendere il mondo
Da esperimenti scientifici e sociali a riflessioni attuali, Factfulness Monday ti fa scoprire come siamo succubi dei bias cognitivi e come le distorsioni mentali influenzano le decisioni quotidiane. Oggi parliamo di Bias di Conferma, Istinto di Generalizzazione e della Prospettiva Singola e di come questi ci facciano fraintendere il mondo moderno.
Introduzione: che cos’è Factfulness Monday?
Vi è mai capitata la sensazione in cui tutto sembra andare a rotoli? Che non riuscite più a gestire il pannello di controllo della macchina — il corpo umano — che avete a disposizione? Pensiamo a come anche più di una volta abbiamo pensato che il mondo stia precipitando nel caos? Tra catastrofi, violenza, povertà, che sembrano dominare gran parte delle notizie che ricordiamo, il mondo non sembra andare verso la direzione di un futuro rose e fiori. Ma è davvero così? Respira e fermati per un secondo. Sei consapevole dei tuoi bias cognitivi? Oggi è il Factfulness Monday, e ti invitiamo a fare un passo indietro per osservare la realtà da un'altra angolazione. Ci siamo dentro tutti, e anche se oggi il mondo è veramente complesso, non è così negativo come sembra, perché abbiamo le nozioni per poterlo capire meglio.
Esploreremo come i nostri pensieri, influenzati da distorsioni cognitive e fallacie logiche (bias cognitivi), modellano la nostra percezione del mondo. Con l’aiuto di luminari come Kahneman, Tversky, Bargh, Rosling e altri professionisti nel loro ambito, senza senza che tu te ne accorga, solo dopo aver capito la portata di un tema tanto ampio quanto polivalente, potrai fare il primo passo per essere meno vittima dei tuoi stessi pensieri e pregiudizi. E sì, stiamo per ribaltarti qualche convinzione di troppo, ma mettiti comodo, non sarà facile. Con una dose di attenzione, magari, alla fine di questo articolo, potresti scoprire che la verità è non solo complessa, ma anche sorprendentemente stimolante.
Capire i bias cognitivi: le decisioni giudiziarie si basano esclusivamente su leggi e fatti?
La legge è uguale per tutti, si dice. Immagina di trovarti in tribunale, davanti a un giudice, con la tua libertà in bilico. Confidi che la giustizia sia cieca, neutra e imparziale, vero? E se ti dicessimo che il destino degli imputati potrebbe dipendere da qualcosa di banale come una pausa pranzo, ci crederesti? Sembra irragionevole, ma è esattamente quello che ha dimostrato lo studio di Shai Danziger, Jonathan Levav, e colleghi. Nel 2011 arriva la correlazione tra i giudici affamati e le sentenze più severe. Ma come si può interpretare questo ossimoro? Manca ancora un dettaglio: i dati. Lo studio nota che le possibilità di ottenere la libertà condizionale passavano dal 65% (subito dopo la pausa pranzo) fino a raggiungere livelli quasi nulli (attorno al 0%) prima della pausa successiva.
«I nostri risultati suggeriscono che il processo decisionale dei giudici subisce l’influenza di variabili estranee, che non dovrebbero avere produrre effetto sul contenuto delle sentenze», spiega Danzinger, autore dello studio e professore di marketing e assistente del decano degli affari internazionali presso la scuola di gestione Coller. (Lo studio di Danzinger non è stato esente di confronto e critiche)
Fatica decisionale
Questa distorsione nel mondo della giustizia è un esempio lampante di come il cervello umano possa ingannarci, in pressoché ogni contesto immaginabile. In ogni articolo di questo tipo, esploreremo un bias cognitivo alla volta e come l’istinto umano sia propenso a cadere in alcune trappole mentali, senza farcene accorgere. Bizzarro, non trovate? Per questo abbiamo pensato a Factfulness Monday. In fact, per l’esempio dei giudici ‘affamati’ la scienza ha un nome per questa distorsione del giudizio: decision fatigue (fatica decisionale). In termini metaforici, il nostro cervello si comporta come un telefono scarico. Funziona a pieno regime per un po’, e poi in modalità risparmio energetico inizia a lasciare il pilota automatico. Questo potrebbe essere spiegato da un calo del glucosio nel sangue, che rende più difficile l'autocontrollo, basato invece sul glucosio come fonte di energia limitata.
In assenza di energia, il sistema rapido e istintivo del nostro cervello prende il sopravvento, portando a decisioni inconsce e meno ponderate. E le scorciatoie sono il terreno più fertile per spianare la strada ai bias cognitivi, che ci sabotano dall’interno appigliandosi al sistema rapido.Ma questo non è solo un problema della giustizia. I bias cognitivi ci influenzano quotidianamente in ogni aspetto della nostra vita. E se vi state chiedendo se è possibile evitare alcune di queste trappole, la risposta è sì, ma non senza prima capire come funzionano. Che cosa intendiamo quando parliamo di sistema rapido del nostro cervello?
Factfulness Monday: Se non capisci il mondo che ti circonda, comincia dal tuo cervello
Per comprendere la portata di tale fenomeno dobbiamo considerare come funziona il nostro processo decisionale. Si stima che, ogni giorno, prendiamo circa 35.000 decisioni dettate da circa 50,000 pensieri. La cosa soggiogante e poco nota è che il 98% di questi pensieri, sono gli stessi che abbiamo fatto ieri. Pensare sempre razionalmente sarebbe, letteralmente, un dispendio d’energia, quindi il cervello adotta scorciatoie automatiche o semiautomatiche. È qui che entrano in gioco i bias cognitivi: decisioni che sono frutto di automatismi. Euristiche. Shortcuts. Pregiudizi astratti che non si generano su dati reali, ma si acquisiscono a priori senza critica o giudizio. A tal proposito è importante capire che queste decisioni vengono generalmente completate in uno dei due sistemi mentali che operano simultaneamente nella nostra rete neurale: sistema 1 ‘veloce e intuitivo’ e sistema 2 ‘lento e logico’.
Kahneman, “Thinking, fast and slow” (Pensieri lenti e veloci)
A quale sistema hanno fatto affidamento i giudici involontariamente? Non possiamo non citare il frutto di uno degli ultimi grandi lavori portato avanti da Daniel Kahneman, unico psicologo ad essere premiato con il premio Nobel per l’economia (2002). In “Thinking, Fast and Slow” con estrema chiarezza si entra nei meandri della nostra rete neurale. Kahneman esplora la natura del nostro cervello, evidenziando che il cervello opera simultaneamente su due tipi di sistemi.
I due sistemi:
- Sistema 1: incaricato delle ‘intuizioni e associazioni’. Qui il cervello opera in maniera frettolosa e istintiva. Il pensiero si basa su osservazioni veloci e su elaborazioni inconsce per arrivare a conclusioni, più o meno, facilitate e automatiche. È utile, ad esempio, per evitare un’auto che ci sfreccia accanto oppure per svolgere attività semplici come questa operazione 2+2=?
- Sistema 2: incaricato di “autocontrollo”. Qui il pensiero è lento e faticoso e attinge a valutazioni consapevoli delle prove per arrivare a conclusioni solide e ponderate. Tuttavia, questo sistema richiede attenzione e sforzo. (Una palla e una mazza da baseball costano 1,10 euro? La mazza costa 1 euro più della palla. Quanto costa la palla?)
Oggi mettiamo sotto il riflettore il bias di conferma
Uno dei bias cognitivi più diffusi – nessuno ne è immune – è il bias di conferma, che ci spinge a cercare solo le informazioni che confermano le nostre uniche convinzioni e pregiudizi preesistenti. Lo usiamo per interpretazioni di questioni attuali. Siamo propensi a usarlo quando scegliamo amici e partner. Ma non solo: il bias di conferma influenza anche il processo decisionale.
L’esperimento Rosenhan
Tra il 1969 e il 1972, il professor David Rosenhan, psichiatra della Stanford University, ingaggiò 9 pseudo-pazienti (incluso sé) in 12 ospedali psichiatrici senza rivelarlo al personale (ad esclusione dello stesso Rosenhan). L’esperimento sociale aveva il fine di quantificare quanto le etichette diagnostiche influenzassero la percezione delle autorità competenti, in questo caso i medici. Nessuno degli pseudo-pazienti presentava sintomi o una storia di disturbi mentali.
Una volta internati, i finti pazienti smisero di fingere e interpretare i sintomi, ma nonostante il loro comportamento neutro e normale, vennero comunque trattenuti per settimane e dimessi con la diagnosi di “schizofrenia in remissione.” Il personale dell’ospedale, influenzato dalle etichette diagnostiche, vedeva segni patologi anche dove non c’erano: fobie, manie ossessive, manie compulsive o altre problematiche riconducibili a deficit psichici. Alla fine del primo esperimento, gli pseudo-pazienti trascorsero tra i sette e i 52 giorni in istituti psichiatrici. E la scoperta sconvolgente è che il contesto aveva più peso del comportamento reale nel determinare la percezione della sanità mentale.
Essere sani in un posto malsano
«Sappiamo da tempo che le diagnosi spesso non sono utili o affidabili, ma abbiamo comunque continuato a usarle. Ora sappiamo che non possiamo distinguere la follia dalla sanità mentale», ha concluso Rosenhan sconvolgendo la comunità scientifica. Pubblicato in un periodo di estremo scetticismo nei confronti della psichiatria e delle sue istituzioni, l’articolo forniva supporto al crescente movimento antipsichiatrico. Anche decenni dopo la sua pubblicazione, lo studio è ancora ricorrente. Per spiegare il bias di conferma possiamo pensare a quella convinzione che ci illude di capire univocamente la bolla multi-sfaccettata in cui siamo immersi tutti i giorni. Questo ci porta a indagare su come ignoriamo o sminuiamo ciò che contraddice. Il bias di conferma ci porta a vedere il mondo in modo selettivo, orientando la nostra attenzione verso informazioni che rafforzano le nostre credenze, anche quando queste possono essere errate o distorte.
Bias di conferma, istinto della prospettiva singola
Ora, prima di iniziare a trarre le tue conclusioni, chiediti dove vogliamo arrivare? Il corpo umano è una macchina sofisticata, dotata di adattabilità, autoriparazione e poteri cognitivi in continua espansione. Eppure, siamo ancora lontani dalla perfezione. E l'evoluzione sociale degli umani non è mai stata completamente armoniosa. Quanto sappiamo sui difetti cognitivi? Generalmente poco. E che cosa possiamo imparare da questi esempi? Che il mondo è molto più complesso, ma meno drammatico, di come appaia. Hans Rosling, medico, statistico e public speaker, nel suo libro Factfulness, ci mette in guardia contro la tendenza a vedere il mondo attraverso filtri distorti e propone un approccio più equilibrato e basato sui dati (ma non solo) per comprendere la realtà.
La factfulness nel quotidiano: generalizzazione e prospettiva singola
Anche se i media enfatizzano la violenza e le catastrofi, i dati dimostrano che la povertà globale è in declino, l'aspettativa di vita è in aumento, e molte malattie mortali sono in netto regresso. Eppure, perché continuiamo a perseverare nel fatto che tutto stia andando male? Categorizzano e generalizziamo automaticamente, in ogni momento. Non è questione di essere prevenuti o illuminati. Le categorie sono indispensabili perché danno struttura ai nostri pensieri. Immaginate cosa succederebbe se vedessimo ogni oggetto e ogni situazione come assolutamente unici. Non avremmo neppure un linguaggio per descrivere il mondo che ci circonda. Eppure sapere che i media sono i migliori amici dell’istinto di generalizzazione e, inoltre, alimentano l’istinto della prospettiva singola ci aiuta a fare un passo avanti – o forse indietro.
Essere sempre a favore o sempre contrari a una determinata idea ci rende ciechi alle informazioni che non si adattano alla nostra prospettiva. Rosling invita a considerare i fatti e i dati come antidoti ai pregiudizi, evitando di interpretare la realtà in modo dicotomico (buono/cattivo, giusto/sbagliato) e accettando invece la complessità del mondo. «Cercate costantemente i punti deboli delle vostre idee preferite. Siate umili riguardo alla vastità delle vostre competenze. Siate curiosi verso le nuove informazioni discordanti, o verso i dati provenienti dagli altri campi. Anziché parlare soltanto con persone che concordano con voi, o raccogliere esempi che confermano le vostre idee, confrontatevi con individui che vi contraddicono, che vi danno torto e che propongono teorie diverse, considerandoli una risorsa preziosa per capire il mondo» spiega Rosling.
Conclusione: Il mondo è complesso, ma non inaccessibile
Come osserva lo svedese in Factfulness, la realtà non è affatto così cupa. Rendiamoci conto che non vediamo sempre il mondo così com’è. Per comprendere il mondo, è fondamentale essere consapevoli dei nostri pregiudizi cognitivi e fare uno sforzo attivo per eluderli. E questo, con Factfulness Monday, è il nostro invito a farvi riflettere su quanto sia facile cadere nelle trappole della nostra stessa mente. L'istinto della prospettiva singola ci porta ad accentuare il bias cognitivo della conferma e dare ragione soltanto a ciò che avvalora la nostra tesi. Il cervello è una macchina straordinaria, con capacità di adattamento e intelligenza in evoluzione. Ma la sua presunta infallibilità è una fiaba che ci raccontiamo per sentirci meno scimmie e più Dei. Apri gli occhi davanti alla vastità e complessità del mondo, e di come questo, sotto molti aspetti, stia andando meglio di quanto pensi. L'unico antidoto per eludere la sensazione di essere vittime dei nostri istinti negativi, bias e pensieri.
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