Esiste una correlazione tra terrorismo religioso e disturbi mentali?

Indaghiamo il fenomeno del terrorismo religioso e capiamo se possa esser riconducibile ai disturbi mentali.

Ha occupato tutti i notiziari intorno agli anni Dieci del 2000 la notizia della fondazione di una nuova organizzazione terroristica chiamata ISIS. E prima di lei, i nostri genitori avevano sentito parlare di Al-Qaeda.

L’estremismo religioso esiste da molto tempo. Come viene percepito all’interno di una società? Un terrorista potrebbe essere ricondotto a disturbi mentali?


L’adesione a una religione

 

Prima di analizzare il terrorismo, è bene specificare la terminologia religiosa, visto che spesso i termini vengono utilizzati come intercambiabili, nonostante siano dotati di piccole 

sfumature.

La religiosità è la scelta, da parte di un individuo, di aderire a un credo, forte delle sue convinzioni negli ideali portati avanti dalla religione in questione. I cristiani sono i fedeli del cristianesimo, i musulmani dell’Islam, gli ebrei dell’ebraismo e via dicendo.

Il fondamentalismo religioso, invece, parte dal presupposto che i pilastri della religione debbano essere rigidamente rispettati. Un cugino di questo tipo di pensiero potrebbe essere l’estremismo religioso, che adotta i principi del credo in maniera rigida spalmandoli in una nuova agenda politica: lo scopo sarebbe quello di attuare una nuova forma di governo, partendo dalle Sacre Scritture, spesso attraverso l’utilizzo della violenza.

 

Il terrorismo

 

Se l’estremismo religioso si palesa tramite la violenza, il terrorismo religioso ne è l’espressione massima. 

Intimidire la popolazione, costringere o al contrario obbligare gli organi di Stato ad astenersi dal compiere un qualsiasi fatto, sono le motivazioni che si celano dietro gli attacchi terroristici secondo la definizione dell’Unione Europea. Quando una società assiste ad un atto terroristico, si ferma per qualche minuto. Le persone, il governo, tutto si immobilizza per un certo tempo, troppo sconvolti dal violento attacco subito. È in quello spazio-tempo che il terrorismo si può dire riuscito, perché la società è stata soggiogata dalla violenza subìta.

Ebbene, tutto ciò viene fatto nel nome della religione. L’interpretazione assolutamente personale che un individuo dà dei Testi Sacri porta, appunto, ad affermare le proprie volontà e credenze con la forza.

 

Perché si sceglie la violenza?

 

La forza e la violenza sono insite nella definizione di terrorismo. Eppure, per scombinare un governo (o per stabilirne un altro) ci sono decine di altri modi. Perché viene scelta la strada più sanguinolenta (e più facile)?

Abbiamo intervistato il componente del Comitato Scientifico e del Board of Directors della International Society of Criminology (ISC) Marco Monzani in merito.

«La ragione è da ricercarsi, a mio avviso, nello stesso concetto di terrorismo, concetto che prevede, come obiettivo finale, non tanto il risultato diretto del fatto-reato commesso, quanto il far nascere il terrore, appunto, nei soggetti sopravvissuti. In questo modo si colpiscono sia le vittime dirette (che magari restano uccise in un attentato), sia chi sopravvive all’attentato stesso che, da quel momento, vivrà situazioni di paura e terrore. E in questo modo si tengono in scacco intere popolazioni, culture e, a volte, governi».

 

Come viene percepito dalla società europea?

 

Concetti come il fondamentalismo religioso, per l’Europa sono difficili da collocare all’interno della quotidianità. E se questo appare lontano, l’estremismo religioso sembra appartenere a tutt’altri schemi.

Il giornalista e professore di Scienza politica all’Università di Bologna Angelo Panebianco, in un articolo per Il Corriere della Sera, ha delineato quelli che sono i confini tra la religione prevalente in Europa (il cristianesimo) e il fanatismo religioso. 

Gli Stati europei vivono da tempo una struttura sociale secolarizzata, dove le istituzioni si separano dalla Chiesa. La fede, quindi, non è al centro della vita politica del Paese – in Italia, il 37% si dichiara non credente, mentre chi frequenta la chiesa è solo il 13,8%.

L’estremismo religioso sarebbe una pratica assai lontana dai canoni europei e si potrebbe ipotizzare che venga visto doppiamente negativamente, se si pensa che i terroristi impongono la loro visione della fede tramite la violenza.

L’Islam

 

È molto frequente che la mente viaggi verso la religione islamica quando si sente parlare di terrorismo. Nonostante siano vari i gruppi terroristici nel mondo (in Spagna c’è l’Esercito di Liberazione Nazionale, fino al 2016 in Colombia c’erano le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia etc…), il pensiero si rivolge all’Oriente.

Perché?

«La questione ha a che fare, sostanzialmente, con aspetti di carattere culturale e, se vogliamo, geografico. Si tratta di culture diverse dalla nostra, e la c.d. teoria del diverso rappresenta una delle principali cause di paura e, appunto, terrore. Inoltre, la questione geografica fa sì che gli appartenenti a detta cultura siano rappresentati numericamente in maniera importante rispetto ad altre culture; dunque, vi è una sovrastima percepita di detta presenza, sovrastima che alimenta timori e paure a riguardo», continua Monzani.

 

Il terrorismo e i disturbi mentali

 

I gruppi terroristici agiscono senza ripensamenti, entrando a gamba tesa (e armi spiegate) nelle situazioni che ritengono scomode o da modificare, come una forma di governo.

È, perciò, necessario che i componenti di queste organizzazioni, i terroristi, siano individui capaci di intendere e di volere, di essere in grado di sottostare a degli ordini dettati dai superiori. Un’organizzazione terroristica è studiata nei minimi dettagli, dal know-how tecnologico alla segretezza. Non devono essere individui psicopatologici.

È quanto è emerso dallo studio di Emily Corner, professoressa all’Australian National University, e di Paul Gill, professore al University College London.

Erroneamente la popolazione tende a definire i terroristi come dei “malati mentali”; al contrario, le reclute dei gruppi terroristici devono essere persone attente, abili, e senza impedimento alcuno.

«E’ molto difficile discriminare tra un comportamento agito in base ad elementi di carattere culturale/religioso piuttosto che ad elementi di carattere psico-patologico. Lo stesso manuale Diagnostico e Statistico delle malattie mentali (DSM-5) parla di “reati culturalmente orientati” per significare l’importanza della componente culturale anche all’interno di patologie mentali. Il confine è molto labile. Ciò che è necessario, tuttavia, è tenere conto, in sede di valutazione peritale, delle culture di provenienza dei diversi autori di reato ed essere consapevoli che la malattia mentale ha anche, sempre, una componente di carattere sociale e culturale», termina Monzani.

Il profilo del terrorista

 

Il terrorista, invece, potrebbe soffrire di disturbi mentali: il 61% degli assassini solitari è entrato in contatto con i servizi di salute mentale.

Lo studio sopraccitato analizza anche l’aspetto solitario dell’individuo. Mentre nei gruppi, con una forte leadership presente, serve rigore, chi agisce solo resta un po’ in balìa di sé stesso.

Non esistono prove empiriche che colleghino i disturbi mentali agli atti terroristici, ma si potrebbero formulare alcune ipotesi.

Chi nasce con un disturbo mentale, ha più probabilità di sviluppare comportamenti violenti, così come l’isolamento sociale potrebbe portare l’individuo a sviluppare una sorta di avversione verso il mondo, che si sfogherebbe con la violenza.

Inoltre, gli attori solitari si concentrerebbero su una lotta in particolare, rendendo quindi chiara l’esistenza di un bersaglio in particolare.

 

L’uso di droghe nei gruppi terroristici

 

I terroristi appartenenti alle organizzazioni devono essere individui privi di patologie, ma non è una novità che facciano uso di droghe. Nonostante esse alterino notevolmente lo stato vigile degli individui, il loro uso è sdoganato all’interno di questi gruppi.

Il motivo è presto detto: il Captagon, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti, è stato assunto da chi ha partecipato all’attacco di Gaza il 7 ottobre 2023. Questa droga permetterebbe ai terroristi una forte resistenza alla fatica e uno stato di euforia, eliminando anche il senso di fame e il sonno.

L’uso di droghe da parte dei terroristi permetterebbe, in sostanza, una migliore prestazione in guerra.

 

In conclusione, i gruppi terroristici non reclutano individui con disturbi mentali poiché la resa in guerra o durante l’attacco terroristico sarebbe inferiore. Ma ciò non toglie che spesso i terroristi facciano uso di droghe per migliorare le proprie prestazioni.

Al contrario, chi agisce come “lupo solitario” ha maggiori possibilità di essere affetto da malattie mentali, ma non ci sono abbastanza prove scientifiche al riguardo.



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