Effetto Pratfall: la perfezione è overrated
Ogni tanto vi capita di sbagliare? Non dovete preoccuparvi! Commettere errori non vi farà fare una figuraccia: secondo l’effetto Pratfall, al contrario, ti faranno risultare più simpatico e alla mano e le persone ti apprezzeranno ancora di più. Ovviamente, però, ci sono delle condizioni.
Quanti di voi hanno paura di parlare in pubblico? Di fare brutta figura? Di inciampare ed essere derisi? Questi scenari immaginari – di solito – li riscontriamo prima di eventi importanti: un esame, il diploma, la laurea o un colloquio. Insomma, in tutte quelle situazioni che possono metterci un po’ in ansia. E proprio questa ci spinge a provare e riprovare discorsi e presentazioni fino a che non risultiamo perfetti.
Ma se non ce ne fosse bisogno? Il perfezionismo non è sempre necessario, anzi, in alcune situazioni potrebbe farci sembrare un po’ spocchiosi. Al contrario, commettere qualche errore potrebbe farci apprezzare di più, rendendoci agli occhi degli altri più umani, suscitando empatia. In psicologia, questo fenomeno ha un nome: Effetto Pratfall. Vediamo insieme di cosa si tratta.
Cos’è l’Effetto Pratfall e come fa a farci sembrare più simpatici
Fonte: Pexels
L’effetto Pratfall si ha nella misura in cui ci troviamo di fronte a una persona particolarmente brillante e competente ma che commette un errore. Ma proprio questo ce la fa apprezzare ancora di più, in quanto la rende più umana e alla mano, rompendo quella barriera di irraggiungibilità che può creare una spiccata intelligenza. In fondo, le persone altezzose – anche se molto capaci – non piacciono a nessuno: spesso alla loro presenza possiamo sentirci inadeguati e proprio per questo motivo vederle sbagliare ci fa sentire meno in difetto.
Confrontarci con gli altri, infatti, è un meccanismo naturale dal momento che siamo animali altamente sociali e che la sfera relazione ha un’importanza piuttosto alta. Secondo la teoria del confronto sociale, infatti, il comportamento delle altre persone funziona da esempio e ci dà le basi per la percezione e per l’interpretazione del mondo.
Non meno importante, il confronto sociale ha un ruolo importante per la definizione del sé e della propria identità. Questo cosa significa? Che costruiamo la nostra immagine attraverso idee, valori e persone che possono essere simili a noi o completamente diverse. Il primo caso è quello che risulta più semplice perché è più facile creare una connessione con qualcuno che riteniamo affine.
L’esperimento di Aronson
Ma come è stato scoperto l’effetto Pratfall? Attraverso un esperimento condotto nell’Università del Minnesota dallo psicologo sociale Elliott Aronson nel 1966. Per portarlo avanti, ha coinvolto degli studenti, i quali dovevano ascoltare delle registrazioni di altri studenti che presentavano i loro percorsi accademici: alcuni brillanti, altri nella media.
In una delle registrazioni uno degli studenti più bravi ha fatto cadere una tazzina di caffè ed è stato proprio lui ad aver fatto un’impressione migliore, facendolo sembrare una persona più attraente e amichevole, aumentandone l’accessibilità. Attenzione però, commettere errori non premia proprio tutti: la stessa gaffe non ha riscosso la stessa approvazione per lo studente nella media, nel cui caso è stata confermata la sua mediocrità.
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L’effetto Pratfall, quindi, aumenta l’attrattività solo ed esclusivamente delle persone più intelligenti, le quali mostrandosi fallibili riscuotono più successo. Questo perché le avvicina a noi, le fa sembrare più umane: non sono solo le capacità e le competenze a contare ma anche il sapersi connettere emotivamente agli altri.
Quanto conta l’aspetto fisico nell’attrattività?
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Sulla stessa riga della simpatia, anche l’aspetto fisico conta per l’attrattività. Il ché può sembrare banale. Ma quando si tratta di valutare le competenze non ci si aspetterebbe che ciò abbia una certa centralità. Proprio per questo motivo – e per vedere se anche questo meccanismo psicologico presenta differenze di genere – Brent M. Jones (dell’Università Cattolica del Texas) si è posto la domanda. La risposta la troviamo in uno studio successivo – ma analogo – a quello di Aronson. Tale ricerca ha preso in esame la simpatia suscitata dai soggetti vestiti in modo attraente o meno che hanno sconfitto in modo decisivo o, al contrario, sono stati sconfitti in modo decisivo in un quiz orale.
Le ipotesi con cui l’esperimento si presenta sono tre:
1. sia i maschi che le femmine apprezzeranno di più l'avversario superiore (più bravo) rispetto alla sua controparte mediocre, indipendentemente dall’aspetto fisico;
2. i maschi apprezzeranno di più l'avversario superiore non attraente rispetto all'avversario superiore attraente;
3. le donne apprezzeranno di più l'avversaria superiore attraente rispetto a quella non attraente.
I risultati hanno smentito a mani basse l’ipotesi numero uno. Ma anche la seconda non è stata confermata: ciò che è emerso è che i maschi apprezzavano di più il soggetto attraente indipendentemente dalle capacità. Per quanto riguarda l’ultima ipotesi, questa è l’unica che ha dato i risultati previsti: le avversarie più brave e attraenti sono piaciute di più alle donne rispetto alle compagne ugualmente capaci ma meno attraenti.
Effetto Pratfall e posizioni di leadership: ammettere i propri errori quando si è il capo può minare la nostra autorità?
L’effetto Pratfall si può verificare in diversi contesti, anche quello lavorativo. Ma come comportarsi quando a commettere l’errore siamo noi e siamo anche il leader? Possiamo omettere e nascondere l’errore al nostro team, in modo che la nostra leadership non possa essere messa in dubbio in alcun modo; oppure possiamo ammettere di aver sbagliato e mostrare che a tutti può capitare ma che i fallimenti – spesso e volentieri –sono parte del processo di miglioramento.
In quest’ultimo caso – quindi se decidiamo di condividere un eventuale fallimento – l’effetto Pratfall ci viene in aiuto: nel momento in cui dimostriamo di essere leader competenti e, perdipiù, capaci di ammettere i nostri errori, i nostri dipendenti potrebbero sviluppare ancora più fiducia in noi, in quanto dimostriamo di saperci prendere le nostre responsabilità.
Inoltre, si crea un ambiente che emana fiducia e sicurezza: non temendo derisioni o ripercussioni negative, saranno gli impiegati stessi a riconoscere i propri errori – prendendo esempio dal leader – e li useranno per migliorare le proprie prestazione e competenze.
Bisogna, però, fare attenzione alle quantità! Infatti, sbagliare spesso e commettere sempre lo stesso errore non sarà di alcuna utilità, anzi, sì avrà l’effetto opposto, così come se giustifichiamo gli errori dando però la colpa ad altri (per esempio, dicendo che è stato Mario a dirci di fare in questo modo).
L’eccessiva perfezione ci puzza
Siamo onesti: a quanti di noi piacciono i presuntuosi? I “so tutto io”? Le Hermione Granger della situazione? Avere di fronte a sé una persona estremamente competente – e che sa di esserlo – può capitare che ci faccia sentire inadeguati e che ci faccia percepire l’altro come non umano. Perché tanta perfezione non può appartenere a questo mondo. E, infatti, ci si presenta davanti solo in rare occasioni.
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Siamo tutti umani, tutti commettiamo errori, anche coloro che sono percepiti come migliori, dei geni, dei pro. Ma spesso e volentieri – non dimentichiamolo – è solo la faccia che mostrano: estremamente impostata. La perfezione, però, non esiste. Esistono persone estremamente competenti nella loro materia – e sono preziosissime – ma tutti abbiamo dei difetti, tutti siamo carenti in qualcosa, e questo non ci rende peggiori di nessuno.
Dobbiamo solo diventare tutti un po’ più consapevoli delle nostre capacità e – cosa nettamente più importante – delle nostre possibilità: magari in un contesto diverso, con mezzi migliori, non saremmo da meno di quelle persone che sembrano incarnare la perfezione.
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