Disobbedire al medico in sala parto: quando è legittimo?

Esiste un sottile confine tra l'esercizio dell'autorità medica e l'abuso di potere. Una linea che, quando oltrepassata, può trasformare il parto in un'esperienza traumatica, definita sempre più spesso come "violenza ostetrica".

Introduzione

L'assistenza ostetrica rappresenta uno dei momenti più delicati nella vita di una donna. Può presentarsi come un evento carico di aspettative, emozioni e, talvolta, vulnerabilità. In questo contesto, il rapporto tra paziente e medico diventa cruciale, non solo per la salute fisica, ma anche per il rispetto della dignità e dell'autonomia della donna. Eppure, esiste un sottile confine tra l'esercizio dell'autorità medica e l'abuso di potere. Una linea che, quando e se oltrepassata, può trasformare il parto in un'esperienza traumatica, definita sempre più spesso come "violenza ostetrica".

Abbiamo di fronte un tema che, da molto più tempo di quello che pensiamo, divide opinioni, alimenta dibattiti e mette a nudo le dinamiche di potere all'interno delle sale parto. Ce lo avete dimostrato anche voi, lettori, commentando il post su Instagram che si propone di introdurre al concetto di "violenza ostetrica". Avete condiviso personalmente molte varianti di esperienze soggettive, dove si deduce, ulteriormente, che si tratta di un argomento spinoso e al contempo delicato. Le varie dinamiche sono spesso caratterizzate da una complessità che rende difficile tracciare confini netti tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Questo articolo intende esplorare il fenomeno senza polarizzare il tema portante, ed ha l'intento di sensibilizzare sulla complessità dell'argomento trattato.

Facciamo un salto indietro; l'evoluzione del termine 'violenza ostetrica'

Nelle ultime decadi, il termine "violenza ostetrica" ​​è stato utilizzato nel linguaggio legislativo di diversi paesi per proteggere le madri dagli abusi durante la gravidanza. Successivamente, è stato ampliato per includere uno spettro di procedure ostetriche come l'induzione del travaglio, l'episiotomia, l’analgesia epidurale, esplorazioni vaginali, manovre di Kristeller e il parto cesareo. Ma come viene percepita questa terminologia negli individui di oggi? Facciamo un po’ di chiarezza.

Come già anticipato nel post di ieri su Instagram, per "violenza ostetrica" si intende «l'appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario». E ancora più nello specifico il termine fa riferimento a pratiche mediche che, percepite o reali, possono essere vissute come abusive da parte delle donne durante il parto

Il concetto è intrinsecamente soggettivo, poiché ogni esperienza di parto è unica, influenzata da aspettative, contesto culturale di crescita, paure e interpretazioni personali. Questo rende difficile etichettare un’azione come l’induzione del travaglio, l’episiotomia e il parto cesareo come violenza senza considerare il contesto specifico e la percezione individuale.

Secondo l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani: «È necessario andare oltre il termine ‘violenza ostetrica’ nel discorso e riconoscere e affrontare le dimensioni strutturali delle pratiche riproduttive abusive. Vi è dunque una necessità costante di aumentare la consapevolezza sul potenziale maltrattamento di pazienti ostetriche nel contesto di abusi contro le donne in generale». Questo è ciò che emerge su un articolo pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology.

L'etimologia della parola Ostetricia

L'etimologia stessa della parola "Ostetricia" sembra dare una prima chiave di lettura. Il termine si traduce in "ostetrica", e affonda le sue radici in "obstare", che significa "stare davanti". La prima variante del fenomeno di “violenza ostetrica” viene utilizzata per la prima volta da James Blundell, nel 1827, su The Lancet, una rivista scientifica inglese di ambito medico. Il termine, a quel tempo, aveva una connotazione diversa. È degno di nota soffermarsi sulle recenti ridefinizioni di violenza ostetrica, che includono ben 7 categorie di mancanza di rispetto e abuso.

  • Abuso fisico
  • Cure non consensuali
  • Cure non riservate
  • Cure non dignitose
  • Discriminazione basata su una caratteristica specifica del paziente
  • Abbandono delle cure e detenzione in strutture.

Procediamo con ordine: La figura del medico

In molte società, l'ospedale è visto come un luogo sacro, un bastione di sicurezza dove la vita viene salvata e preservata. Questo influisce profondamente sulla percezione del medico, spesso considerato come un'autorità indiscutibile, quasi infallibile. Crescere in un contesto culturale in cui il medico è visto come il depositario della verità clinica rende difficile per le pazienti mettere in discussione le decisioni che riguardano il loro corpo, soprattutto in momenti vulnerabili come il parto. Questa visione può portare ad una delega quasi totale delle proprie scelte, alimentando una dinamica di potere in cui la paziente si trova in una posizione di completa sudditanza. 

Tuttavia, la libertà d’azione del medico si può anche scontrare con la libertà e l’autonomia della paziente. Il nodo centrale è il potere: i professionisti sanitari, nel loro ruolo, detengono un’autorità che, intrinsecamente e per definizione sfocia in disparità di potere. Questo non implica necessariamente malafede, ma piuttosto un disequilibrio strutturale che va riconosciuto e, ove possibile, ridotto. Quando ci affidiamo a un professionista sanitario, e non, accettiamo implicitamente questa disparità perché riconosciamo la loro competenza e ci affidiamo al loro metro di giudizio.

In questo contesto, è fondamentale riconoscere l'importanza della cultura in cui siamo cresciuti, che spesso vede l'ospedale come un santuario. Comprendere questo aspetto è essenziale per valutare la portata di un fenomeno che, per sua natura, sfugge a ogni tentativo di polarizzazione.

Disparità di potere riguardo alla violenza ostetrica

Il riconoscimento della disparità di potere è un primo passo verso un’assistenza più equilibrata e rispettosa. Gli operatori sanitari dovrebbero essere consapevoli del potere che detengono e sforzarsi di mitigare queste disparità, laddove ovviamente possibile. Ciò non significa abdicare alla loro responsabilità clinica, ma piuttosto garantire che le decisioni mediche siano prese in stretta collaborazione con le pazienti, nel rispetto delle loro volontà, dei loro corpi e della loro autonomia.

Nel 2014 l’Oms ha emanato una Dichiarazione dal titolo “La prevenzione e l’eliminazione della mancanza di rispetto e degli abusi durante il travaglio e il parto presso le strutture sanitarie”, la quale invita al dialogo, alla ricerca, e all’advocacy su un tema che trova il connubio tra salute pubblica e diritti umani.

E i dati cosa dicono?

In Italia, un'indagine condotta dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica ha rivelato che il 21% delle madri intervistate ha subito maltrattamenti fisici o verbali durante il primo parto, con l'episiotomia forzata riportata come la pratica più negativa da oltre il 54% delle donne. Eppure, una successiva indagine su 11.500 partorienti ha mostrato un quadro diverso, con oltre il 95% delle donne dichiaratesi soddisfatte delle informazioni ricevute e il 92% disposte a consigliare lo stesso punto nascita. Questi dati contrastanti evidenziano la diversità delle esperienze e la sfida di migliorare la qualità dell'assistenza ostetrica, garantendo un trattamento rispettoso e informato a tutte le donne.

I dati del Ministero della Salute, mostrano come nel 2015 in Italia il 34% dei bambini è nato con parto cesareo (rapporto 1/3). Statistica che si discosta dagli altri paesi europei dove il tasso medio è inferiore al 25%. La percentuale è maggiore in alcune regioni italiane specifiche, con un picco del 59% in Campania, seguita dal 44% in Puglia e 43% in Sicilia. Tuttavia, in Italia non è ancora presente una legge specifica sulla violenza ostetrica.

L'articolo menzionato prima, capitanato da Frank. A. Chervenak, scardina il termine "violenza ostetrica" poiché fuorviante e potenzialmente ingannevole. Questo suggerisce una deliberata malvagità da parte degli operatori sanitari. In realtà, molti abusi in sala parto nascono da lacune strutturali o da una formazione insufficiente. L'articolo propone alternative più precise come "maltrattamenti ostetrici" o "abuso nell’assistenza sanitaria," che abbracciano un ventaglio più ampio di comportamenti scorretti, dalla negligenza alle procedure non consensuali. 

Conclusione

Abbiamo di fronte un tema che divide le opinioni e si oppone ad una comprensione totale. Se il ruolo delle autorità non viene bilanciato con il rispetto e l'ascolto, ci troviamo davanti a una distorsione del ruolo medico. Domande come: “Fino a che punto può spingersi l'autorità medica senza trasformarsi in coercizione?” E ancora: “Dove finisce la libertà della paziente di decidere sul proprio corpo?” permeano in questo argomento, rimasto ancora oggi troppo sopito.

E, in questi casi, è estremamente cinico pensare che tutto si riduca a dinamiche di potere, ma altrettanto ingenuo è ignorare che, il potere può diventare una forma di abuso e la cura si può trasformare in controllo. La violenza ostetrica è un fenomeno complesso e multifattoriale, difficile da incasellare in categorie rigide. Ogni situazione è diversa, e se continuiamo a chiudere gli occhi di fronte a queste realtà, continueremo a perpetuare un sistema fallace.

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