DILEMMA ha 21 anni e canta ciò che molti non sanno dire: l’incertezza. Ecco cosa c’è davvero dietro Cinema

L’insicurezza non è più un difetto: è il modo in cui la Gen Z impara a definirsi, a crescere, a scegliere. Abbiamo parlato con DILEMMA per capire come si vive quando tutto è ancora in costruzione.

Intervista a DILEMMA: l’arte di trasformare i dubbi in musica

DILEMMA è una giovane cantautrice di 21 anni che ha scelto di fare della vulnerabilità la sua cifra stilistica.

L’abbiamo incontrata perché la sua voce intercetta una delle questioni più importanti del presente di ogni ragazz* della Gen Z: la relazione con l'insicurezza. Attraverso il suo sguardo (e la sua musica) abbiamo provato a capire cosa significa crescere oggi, mentre tutto si muove e niente sembra definitivo.

Parlaci un po’ di te. Se dovessi descriverti attraverso un’emozione, come ti presenteresti?

Mi chiamo Gaia, ho 21 anni, ma quando scrivo e canto divento DILEMMA. L’emozione che mi rappresenta di più è l’incertezza: quel limbo tra la voglia di buttarsi e la paura di non farcela. È scomodo, ma è anche il posto da cui nasce tutto.

Da bambina cosa sognavi di fare, e quanto di quel sogno c’è ancora oggi?

Non ho ricordi in cui la musica non ci fosse. Sono cresciuta tra programmi musicali, videoclip e sogni in stile Hannah Montana: un palco, una chitarra, una folla.

Quel sogno non è mai cambiato. Ha solo preso una forma diversa, più adulta, più mia.

“DILEMMA” è un nome d’arte forte. Cosa rappresenta per te?

DILEMMA è il mio alter ego, ma anche la mia parte più vera. Nella vita reale faccio fatica a mettere a nudo certe emozioni; nella musica no. È la mia zona franca: lì posso dire tutto, senza filtri, senza protezioni.

Il nome nasce proprio da questo: i miei dilemmi esistenziali diventano canzoni, non pesi.

Quando scrivi segui più l’istinto o la riflessione? Come vivi la creazione?

Di solito seguo l’istinto: tutto parte da una frase che mi arriva così, dal nulla. Mi lascio guidare e spesso la prima stesura diventa quella definitiva.

Con CINEMA, però, è andata diversamente: ci ho messo tre mesi. Il significato è cambiato man mano che ci lavoravo. Ho voluto riflettere, scavare, capire cosa stessi dicendo davvero.

Quale parte di te hai messo più a nudo nel tuo ultimo lavoro?

Di solito non sono una persona che si apre facilmente. Ho difficoltà a esprimere affetto, a mostrare fragilità. La musica è l’unico posto dove riesco a farlo senza dovermi difendere.

In CINEMA racconto i miei sentimenti per quello che sono: crudi, diretti, senza trucco.

Parlando di Cinema…

Se “Cinema” fosse un film, quale sarebbe?

Direi 30 anni in un secondo. Parla della voglia di crescere troppo in fretta, di quella ricerca continua di “qualcosa in più” che ti fa perdere ciò che hai davanti.

Cinema ha lo stesso messaggio: rallentare, guardare cosa conta davvero, senza farsi schiacciare dalla fretta di diventare “qualcuno”.

Se fossi la protagonista di un film, in che scena ti troveremmo adesso?

Quella in cui l’eroina decide di partire. Non sa esattamente dove andrà, ma ha capito perché deve muoversi. Sa cosa lascia, intuisce cosa vuole trovare. E parte.

Credo di essere lì: nella scena in cui prendi fiato e dici “ok, andiamo”.

C’è stato un momento recente in cui ti sei detta: “Non so dove sto andando, ma va bene così”?

Assolutamente sì. E credo sia normale alla mia età.

Sto imparando ad accettare che non puoi avere tutto chiaro subito. Prima vivi, poi capisci.

In questo periodo sto lavorando molto proprio su questo: lasciarmi spazio per sbagliare, sperimentare, cambiare idea.

Se potessi mandare un messaggio alla te di cinque anni fa, cosa le diresti?

Le direi di mollare un po’ la presa. Di non aggrapparsi solo alle solite persone e alle solite abitudini. Crescendo tutto cambia... e deve cambiare.

Avere più punti di vista ti salva.

Cosa vuoi che resti alle persone dopo aver ascoltato la tua musica?

Scrivo per due motivi: parlare con me stessa e parlare agli altri.

Vorrei che chi ascolta le mie canzoni sentisse che non è solo. Che qualcuno, da qualche parte, ha provato la stessa paura, lo stesso dubbio, la stessa ansia di non essere abbastanza.

Il messaggio che mi emoziona di più è: “Mi sono riconosciut* nelle tue parole”.

Per me è questo il senso di fare musica.

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