Cosa sappiamo sulla morte di Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas
Ismail Haniyeh è stato ucciso questa notte nella capitale iraniana Teheran. Chi era e le reazioni alla sua morte.
Cosa sappiamo sulla morte di Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas
Ismail Haniyeh è stato ucciso questa notte nella capitale iraniana Teheran. Chi era e le reazioni alla sua morte.
Il leader politico di Hamas e principale interlocutore del gruppo nelle trattative con Israele, Ismail Haniyeh, è stato ucciso mercoledì intorno alle 2:00 a Teheran. Ad annunciarlo è la stessa Hamas in un comunicato riportato dall’emittente qatariota Al-Jazeera:
«Il Movimento di Resistenza Islamico Hamas esprime il suo cordoglio per il nostro grande popolo palestinese, per la nazione araba e islamica e per tutte le persone libere del mondo: fratello, leader, martire, Mujahid Ismail Haniyeh, capo del movimento, ucciso in un raid sionista traditore nella sua residenza a Teheran».
Haniyeh si trovava in Iran in occasione dell’insediamento del neo-eletto presidente della Repubblica Islamica, Masoud Pezeshkian, e sarebbe stato raggiunto da un attacco aereo nella sua residenza. L’Iran non ha ancora rilasciato dettagli sull’attacco, ma come riporta POLITICO, la maggior parte degli analisti iraniani ha attribuito la responsabilità a Israele. Si ritiene infatti che i jet israeliani abbiano lanciato lazzi dall’esterno dello spazio aereo iraniano verso l'edificio in cui si trovavano Haniyeh e altri funzionari.
In seguito al 7 ottobre Israele ha compiuto decine di omicidi mirati ai danni degli organizzatori dell’attacco e dei leader del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Si tratta del network pro-Teheran composto da attori non statali supportati dall’Iran, tra cui Hamas, la Jihad Islamica, Hezbollah, gli Houthi e le milizie in Siria e Iraq.
Proprio martedì Israele ha condotto un raid in Libano uccidendo Fu’ad Shukr, il più anziano comandante militare di Hezbollah ritenuto responsabile dell’attacco sulle alture del Golan.
Israele non ha rilasciato commenti sull’omicidio di Haniyeh, come da prassi per le proprie operazioni all’estero. Ha invece rivendicato il raid contro Shukr, di cui però le autorità di Hezbollah e libanesi non hanno ancora confermato la morte.
Non è ancora chiaro quali ripercussioni avrà la morte di Haniyeh sui negoziati. Tuttavia, in molti nella regione, tra cui il ministero degli Esteri turco, vedono nell’operazione un ulteriore ostacolo alla pace:
«È stato rivelato ancora una volta che il governo di Netanyahu non ha alcuna intenzione di raggiungere la pace», afferma il ministero degli Esteri turco in una nota.
La morte del leader di Hamas rappresenta inoltre un serio danno d’immagine per l’Iran guidato dall’ayatollah Khamenei, incapace di proteggere un ospite di alto profilo nella propria capitale. Proprio dall'Iran, tramite l'account X della missione iraniana presso le Nazioni Unite, fanno sapere che «la risposta a un assassinio saranno sicuramente operazioni speciali - più dure e mirate a instillare un profondo rammarico nel colpevole».
Chi era Ismail Haniyeh

Leader dell’ufficio politico di Hamas, noto anche come “Politburo”, Haniyeh è stato al centro dell’attività del gruppo palestinese dal 1997, anno in cui venne nominato assistente dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas.
Nato in un campo profughi nel 1962 in una famiglia espulsa dalla città di Askalan – oggi Ashkelon – si è unito ad Hamas negli anni ’80, durante la prima Intifada. Proprio per la sua attività nel gruppo viene imprigionato nelle carceri israeliani nel 1988 e successivamente deportato in Libano.
Nel 1993 torna a Gaza, dove diventa il rettore dell’Università Islamica. Durante gli anni ’90 si fa largo tra le file di Hamas e in seguito all’omicidio di Yassin, avvenuto nel 2004, diventa membro della leadership collettiva segreta del gruppo.
Nel 2006 si presenta con Hamas alle elezioni legislative per il Consiglio legislativo palestinese, e diventa primo ministro del governo dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’esperienza da primo ministro si conclude un anno dopo, quando in seguito ai sempre più gravi contrasti tra Fatah e Hamas, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas lo licenzia.
Le frizioni tra i due gruppi culminano in una breve guerra civile nel 2007, che termina con l’estromissione dell’Anp da Gaza. Da allora Hamas controlla la Striscia e l’Anp la Cisgiordania, seppur con molte limitazioni.
Haniyeh è stato il leader di Hamas a Gaza fino al 2017, anno in cui ha assunto il ruolo di leader politico generale, estendo la sua autorità alle sezioni di Hamas presenti al di fuori della Striscia. Il precedente ruolo passa allora a Yahya Sinwar, accusato da Israele di essere la mente dietro il 7 ottobre.

Nel 2018 gli Stati Uniti lo nominano “terrorista globale appositamente designato”, cosa che però non gli impedisce di diventare il principale volto delle relazioni diplomatiche di Hamas. Nel 2024 viene nominato nei mandati d'arresto emessi dalla Corte penale internazionale per il suo coinvolgimento in crimini di guerra e crimini contro l’umanità, insieme a Sinwar e Deif, leader delle Brigate al-Qassam, ala militare di Hamas.
I mandati d'arresto riguardano anche Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (ministro della Difesa israeliano), ma non hanno portato agli arresti in quanto Israele non ha mai ratificato lo Statuto di Roma della Cpi. Lo stesso discorso vale per il Qatar, luogo in cui negli ultimi anni ha vissuto Haniyeh.
Nell’ultimo anno Haniyeh è stato al centro dei negoziati per un cessate il fuoco con Israele, mediati dall’Egitto e dal Qatar. Le principali richieste di Haniyeh erano il ritiro delle truppe israeliane da Gaza e un cessate il fuoco permanente, condizioni ritenute inaccettabili da Israele deciso a distruggere Hamas.
Nel corso del conflitto erano già stati uccisi da Israele diversi suoi famigliari, tra cui tre figli, la sorella e quattro nipoti. «Chiunque pensi che prendendo di mira i miei figli durante i colloqui e prima che venga raggiunto un accordo, costringerà Hamas a fare marcia indietro sulle sue richieste, è un illuso», aveva affermato Haniyeh in seguito alla morte dei figli.
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