Cosa ci provoca la risata? Tra l’essere umano e il linguaggio

Dentro la nostra lingua per capirne i meccanismi comici


Il comico, un campo esplorato fin dall’antichità è al centro ancora oggi di riflessione di varia natura: dalla filosofia alla psicoanalisi, passando per l’antropologia. Oggi, però, non toccheremo questi ambiti bensì quello strettamente linguistico. Per far ciò abbiamo chiacchierato con Sandra Covino, docente presso l'Università per Stranieri di Perugia. 


Una risata è tutta umana…secondo Bergson

Nel 1990 il filosofo francese Henri Bergson pubblica “Il riso. Saggio sul significato del comico”.

Segna un approdo interessante nel panorama delle riflessioni sulla comicità perché sembra ricercare, in prima istanza, il motivo del parziale fallimento delle teorie cronologicamente precedenti. Secondo lo studioso, infatti, si è avuta la pretesa di rinchiudere il comico in definizioni univoche, non comprendendo che in realtà si tratta di un fenomeno mutevole e storicizzabile dotato quindi di un suo relativismo storico, sociale, ma anche individuale. L’elemento da ricercare è invece il principio che scatena il comico, quelli che Bergson definisce come procedimenti di fabbricazione del comico. Al centro della sua riflessione troviamo tre constatazioni: è comico ciò che è strettamente umano.«Non vi è comicità al di fuori di ciò che è propriamente umano».

Quando ridiamo di ciò che non lo è, succede perché riconosciamo, secondo il filosofo, un intervento umano. 

La seconda tesi si focalizza sul concetto di insensibilità.

Ridiamo, quindi, se annulliamo momentaneamente l'empatia. Tant'è che egli sostiene che il più grande nemico del riso è l'emozione. Immaginiamo di essere per strada, un passante cade rovinosamente…eppure noi ridiamo. Ma perché? Per Bergson sospendiamo momentaneamente il sentimento del compatire.

Terza tesi - confermata più volte nell'ambito sociologico - è che il riso è sempre di gruppo, di una comunità. In tal senso, ha una funzione di collante, di coesione sociale.


La risata tra mancanza di empatia e immedesimazione

La tesi bergsoniana è ripresa e implementata dal critico letterario Giulio Ferroni, che sostiene che nel comico si intreccino due livelli, «quello di facciata, che implica una superiorità o distanza del destinatario nei confronti dell'oggetto comico (il livello della repressione, che impone una non identificazione dell'oggetto, la negazione di ogni identità con esso), e quello sotterraneo, che suggerisce invece un ritorno del represso, una identificazione con l'oggetto stesso negato dalla repressione [...].

Lo studioso non nega ciò che è affermato da Bergson, ma vi accosta il principio di identificazione secondo il quale la risata è provocata anche da un autentico riconoscersi, rivedersi.


Espedienti linguistici della comicità 

 Ma cosa si nasconde nelle parole che ci fa così ridere?

In primo luogo, focalizzandoci sulla nostra lingua, è indubbio che la varietà dialettale di cui gode la Penisola giochi a favore della comicità:

«I comici italiani» - afferma la professoressa Covino - «tendono ad utilizzare dei tratti dialettali definiti ‘bandiera’ poiché è facile associarli a un determinato territorio senza alcuna difficoltà».

A “Daje” associamo Roma, alle vocali aperte e un accento trascinato associamo la Sicilia, così come agli articoli davanti ai nomi propri associamo il Nord Italia. Meccanismo mentale che si instaura senza alcuna difficoltà, trascinato da un pizzico di stereotipo. 

Ovviamente, le parlate locali non sono solo questo, ma «l’attenuazione delle punte idiomatiche nell’uso caricaturale dei vernacoli» - leggiamo in un articolo della docente Covino- «risponde allo scopo primario di non compromettere l’intelligibilità per un pubblico vasto [...] pur salvaguardando l’esigenza di una certa espressività legata alla connotazione di personaggi e situazioni».

Altro espediente tipico della comicità tradizionale «è il brusco accostamento di registri diversi che - afferma la docente - fa crollare l’orizzonte d'attesa dello spettatore o dell’uditore».


L’orizzonte d'attesa, perché è fondamentale per una risata?

«Quando parliamo si crea un’attesa nell’ascoltatore. Questo significa che in base al contesto, al registro che usiamo, a ciò che diciamo» - afferma la professoressa - «egli si immagina un certo tipo di conversazione.

 Nella definizione enciclopedica, leggiamo: «Nella sociologia della letteratura, complesso dei gusti, dei valori, dei desideri, delle aspettative che i lettori hanno nei confronti dell'opera letteraria, e che è determinato da molteplici fattori, tra cui la tradizione culturale, i modelli di riferimento, la formazione personale [...]».

Potremmo dire che il riso scaturisce quindi dalla violazione dell'orizzonte di attesa. Ma non solo, il gusto di quella risata sembra proprio insito nel «ricomporre quelle norme violate» - sostiene la docente - nel riconoscere e trovare un senso più profondo nel gioco linguistico e semantico e farsi trasportare da esso». 

A guidarci nel riconoscimento di ciò che viene detto per far ridere però gioca un ruolo importante anche un altro elemento.

Quando andiamo a vedere lo spettacolo di un comico al teatro o ascoltiamo il racconto di una barzelletta siamo coscienti, infatti, del contesto in cui ci troviamo. Siamo quindi predisposti ad assecondare quel patto implicito tra noi e chi stiamo ascoltando o guardando, quindi a ridere. Insomma, sappiamo che il comico sta scherzando e sappiamo di doverci aspettare qualcosa di inaspettato (scusate, il gioco di parole, rimaniamo in tema).


Perché il senso dell’umorismo è diversa per ogni Paese?

Prima di ogni altra cosa bisogna sottolineare che la comicità è un elemento universale della cultura, ma viene attuata in maniera diversa. (Alford 1981). 

Per molti studiosi quindi è un elemento prettamente culturale. Per l’antropologo Gert Jan Hofstede «l’umorismo riflette i comportamenti umani, e in ogni società tende a concentrarsi sugli elementi salienti della propria cultura»; gli italiani, per esempio, tendono a ridere molto di loro stessi con uso frequente di battute e doppi sensi. E l'umorismo inglese, noto per non far ridere? Sembra proprio che gli inglesi non lo usino tanto per ridere, piuttosto per attirare l'attenzione e superare determinate situazioni.

Ricordiamoci, inoltre, che l’umorismo sfrutta la lingua e le sue risorse. Ricordo ancora il mio professore d'inglese, un giorno disse: «a room without windows, It's a mush-room». Rise fragorosamente…solo lui. Utilizzò un gioco di parole che perse valore nel momento in cui, dopo averla detta, provo a tradurla. Sì, perché, morfologicamente, in italiano la parola “stanza” non ha nulla a che fare con la parola “fungo”.

Ma immaginiamo di tradurre anche una semplice espressione idiomatica italiana in inglese o in giapponese: «sei a cavallo!». Spoiler: non vorrebbe compresa, o perlomeno ci si fermerebbe al significato letterale. Le espressioni idiomatiche, come suggerisce lo stesso aggettivo, sono infatti costrutti di significato peculiari di una lingua o dialetto. 

Lo scrittore irlandese William Butler Yeats, protagonista indiscusso della poesia otto- novecentesca scrisse parole che ancora oggi ci suonano dotate di un senso profondissimo quando riflettiamo sul ruolo che ricopre la lingua nella nostra identità culturale e quindi anche comica:

«Una lingua rappresenta la memoria collettiva ‘naturale’ di una popolazione: se questa, per impossessarsi di un nuovo strumento linguistico, perde il contatto con il suo mezzo d'espressione più antico, diviene del tutto incapace di riconoscersi nelle proprie tradizioni: come potrà, allora, affermare la propria identità?».

Ed è con queste parole che, in conclusione, ci vien da dire solo: «E, daje, fattela ‘na risata».


 







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