Che cos’è lo slut-shaming, il fenomeno dietro il «se l’è cercata»
Negli ultimi anni sentiamo sempre più spesso parlare di violenza sessuale, e la frase «se l’è cercata» non manca mai. Perché accade ciò? Ne abbiamo parlato con un’esperta.
Quando una donna subisce violenza, a cadere non è solo il proprio mondo interno, fatto di emozioni, pensieri e sensazioni, ma spesso ad essere coinvolto è anche il mondo esterno che, tutto d’un tratto, le volta le spalle, l'accusa e la denigra. Ciò prende il nome di slut-shaming e oggi, anche grazie all’aiuto di un’esperta, scopriamo in cosa consiste.
I dati
Seppur applicabile a qualunque forma denigratoria nei confronti della donna riguardo il proprio modo di vestire o di comportarsi, il fenomeno dello slut-shaming trova massima esternazione nei casi di violenza, soprattutto se di natura sessuale. L’ISTAT riporta che fra le donne di età compresa tra 16 e 70 anni, ben il 21% ha subìto violenza sessuale, mentre il 5,4% stupro o tentato stupro. E questi numeri hanno tutti i presupposti per poter salire. A causa di fenomeni come oggettificazione del sesso femminile e possessività, la violenza di genere declinata alla sessualità risulta un tema sempre più centrale quando si parla di sicurezza e libertà del genere femminile, oltre che riguardo il benessere psico-fisico delle donne. Infatti, secondo un recente studio italiano[1] le adolescenti e adulte vittime di violenza sessuale riscontrano conseguenze negative dal punto di vista clinico e sessuologico.
Slut-shaming: «se l’è cercata»
A tutti sarà capitato, sui social o nella vita di tutti i giorni, di aver ascoltato o letto commenti riguardo un episodio di violenza. E a risuonare è spesso una frase che ad oggi sembra essere diventato quasi uno standard valutativo: «se l’è cercata». Dietro questa espressione si nasconde un pensiero controintuitivo, eppure ben radicato nella nostra cultura.
Che cos’è?
Prendiamo per esempio un reato che, seppur di gravità maggiore, presenta dinamiche analoghe: l’omicidio. L’assassinio di un innocente, soprattutto se indifeso, suscita nell’opinione pubblica sdegno, indignazione e rabbia. Accusare la vittima è per questi motivi impensabile, disumano. Ciò non accade nel caso delle violenze sessuali.
In questi casi, è spesso la vittima ad essere colpevolizzata e giudicata, spostando l’attenzione da un carnefice che, per l’opinione pubblica, non ha più granché importanza.
Perché accade?
Come spesso succede nei fenomeni sociali, risalire ad un’unica causa è spesso impossibile. Per la loro complessità, dare una singola spiegazione esaustiva rischia di portare alla superficialità e di ignorare aspetti essenziali. Nel caso specifico del fenomeno slut-shaming, le difficoltà si moltiplicano se consideriamo che esso viene perpetuato da persone del medesimo sesso della vittima o addirittura da persone vicine a quest’ultima.
Al fine di comprendere meglio l’origine e le conseguenze dello slut-shaming, la Redazione si è messa in contatto con la Dr.ssa Elena Cherubini, psicologa a indirizzo neuroscientifico e riabilitativo e consulente sessuale.
Questo fenomeno affonda le radici in stereotipi di genere tossici e sessisti, molto radicati nella società, e in un retaggio culturale che tende a oggettificare il corpo femminile. La cultura patriarcale da secoli ha costruito narrative in cui le donne vengono viste come responsabili della "morale sessuale". La società spesso attribuisce un valore negativo all'espressione della sessualità femminile e, questo, porta a giustificare la violenza contro la donna. È un meccanismo che serve a mantenere lo status quo, in cui il potere rimane nelle mani di chi perpetra la violenza, piuttosto che in chi la subisce.

E le famiglie?
Nei casi di violenza, a essere colpite sono anche le famiglie, e non sempre la risposta emotiva e cognitiva è quella che ci aspetteremmo. Da un punto di vista psicosociale, la famiglia costituisce l’istituzione sociale primaria per un individuo, oltre ad essere la principale fonte di sostegno e protezione, nei casi di un contesto adattivo. Eppure, accade che dopo fatti di violenza sessuale, ad essere fautori di slut-shaming siano proprio i familiari della vittima. Se il fenomeno in sé appariva controintuitivo, ciò sembra violare i princìpi cardine su cui si basa l’organo familiare.
Secondo la Dr.ssa Cherubini, questo accade per precisi meccanismi psicologici di difesa.
Entrano in gioco potenti meccanismi psicologici di negazione e minimizzazione. Le persone, inclusi a volte amici e familiari della vittima, possono inconsciamente rifiutare di accettare la realtà della violenza perché troppo dolorosa o destabilizzante per la loro visione del mondo. Questo può portare a minimizzare l'accaduto o a cercare "colpe" nella vittima, un processo che protegge psicologicamente l'osservatore ma danneggia ulteriormente chi ha subito violenza.
La pericolosità dello slut-shaming
Constatata l’ingiustizia che c’è alla base dei comportamenti di violenza, e appurato il triste adattamento a cui sono chiamate le donne quando si interfacciano con il mondo esterno, resta un quesito riguardo al tema dello slut-shaming: quanto può essere pericoloso?
Per la Dottoressa Cherubini, le conseguenze rischiose del fenomeno sono gravi.
La frase «se l’è cercata» è profondamente sbagliata e pericolosa, perché sposta la responsabilità di una violenza su chi la subisce, mentre la responsabilità è sempre e solo di chi la commette. Nessun comportamento potrà mai giustificare un atto violento e nessuna persona merita di subire violenza, indipendentemente dal modo in cui si veste, si comporta o vive la propria sessualità. Nessuno "se la cerca". Questa frase non fa altro che perpetuare stereotipi e pregiudizi dannosi e, invece di supportare chi ha subito una violenza, la colpevolizza. È infatti un classico esempio di victim blaming, cioè incolpare la vittima. Puntare il dito contro chi ha subito violenza crea solo ulteriore sofferenza e rinforza una cultura che normalizza comportamenti abusivi, distogliendo l'attenzione dal vero problema: il comportamento dell’aggressore.
Slut-shaming e la paura di denunciare
Paura e vergogna sono le emozioni principali che si manifestano nei casi di violenza sessuale. La vittima viene inondata da pressioni sociali, sensi di colpa scaturiti dall’evento traumatico e interiorizzazione del trauma stesso che troppo spesso porta ad una mancata denuncia del fatto. Al di là della sfiducia nei confronti delle istituzioni, lo slut-shaming ricopre un ruolo quasi determinante, soprattutto se si considera la sua responsabilità nell’aumentato senso proprio della vergogna. Secondo la Dr.ssa Cherubini,
questa dinamica non solo perpetua il ciclo di violenza, ma scoraggia anche le vittime dal denunciare, temendo di non essere credute o di venire colpevolizzate. Inoltre, c'è ancora molta disinformazione e mancanza di educazione su cosa siano realmente il rispetto e il consenso che, ricordiamoci, può sempre essere revocato in qualsiasi momento. Questa lacuna nell'educazione contribuisce a mantenere vivi pregiudizi dannosi e concezioni errate sulla sessualità e sulle relazioni di potere tra i generi.
Una cultura sbagliata
Messo in questi termini, lo slut-shaming appare dunque come un fenomeno figlio di una cultura fondamentalmente sbagliata, i cui princìpi creano i presupposti per comportamenti violenti. A dircelo è la stessa Dr.ssa Cherubini.
Lo slut-shaming e il victim blaming sono fenomeni estremamente pericolosi. Non solo scoraggiano le vittime dal denunciare, ma perpetuano anche una cultura del silenzio e della vergogna attorno alla violenza sessuale, rallentando il cambiamento culturale necessario. Inoltre, favoriscono una narrazione che minimizza le responsabilità di chi commette violenze, creando un terreno fertile per la ripetizione di questi comportamenti.

Rinnovamento e comunicazione
Un cambio di rotta netto rispetto alla cultura attuale può avvenire soltanto se a cadere è uno dei pilastri di questo circolo vizioso di violenza: il muro del silenzio. Educare, sensibilizzare e informare permette una presa di consapevolezza che non solo dà modo di prevenire comportamenti di questo genere, ma dona alle vittime la forza di denunciare e opporsi. Avere una cultura che è capace di riconoscere il profondo oltraggio, psicologico e fisico, subìto è il passo fondamentale da compiere se aspiriamo ad un futuro in cui i fatti di violenza sessuale siano rilegati a tristi eccezioni.
Dello stesso parere è la Dr.ssa Cherubini, secondo cui
è essenziale cambiare il modo in cui parliamo di sessualità e violenza, affinché la vittima non venga mai messa in discussione e si promuova una cultura del rispetto e del consenso. Combattere questo “ribaltamento" richiede un impegno collettivo non indifferente: smantellare stereotipi radicati da secoli non è facile, quando ci si scontra con un muro di indifferenza o resistenza attiva. Questo cambiamento richiederà tempo, probabilmente generazioni, ma stiamo assistendo a una crescente consapevolezza su questi temi, soprattutto tra i giovani.
Ora tocca proprio a noi giovani. Tutti dobbiamo fare la nostra parte per riuscire a superare una cultura che ha preso il sopravvento per troppi secoli, e le cui implicazioni sono intollerabili. Garantire alle donne la libertà e la tranquillità, per esempio, di camminare per le strade senza paura di un’aggressione è forse utopia, ma crediamo che questo sia raggiungibile, previa una dedizione socio-culturale che, alla luce dei fatti di cronaca, risulta necessaria.
Se sei vittima di violenza o di stalking, o lo sei stata, è attivo 24 ore su 24 il Numero Antiviolenza e Antistalking 1522 (o via chat al sito www.1522.eu), attraverso cui potrai parlare con operatrici specializzate.
Bibliografia
[1] Barbara, G., Buggio, L., Micci, L., Spinelli, G., Paiocchi, C., Dridi, D., Cetera, G. E., Facchin, F., Donati, A., Vercellini, P., & Kustermann, A. (2022). Sexual violence in adult women and adolescents. Minerva obstetrics and gynecology, 74(3), 261–269. https://doi.org/10.23736/S2724-606X.22.05071-0
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