Beyoncé, ringraziarla è diventato un caso mediatico. Perché?
Nel ciclone generato dal caso P. Diddy, Beyoncé finisce al centro della storia a causa del trend nato su Tiktok. Tutti la ringraziano, ma perché? C'è bisogno di attribuirle la colpa?
A inizio mese abbiamo assistito alla bufera scatenata dall’arresto del rapper P. Diddy per le sue azioni illecite all’interno della sua abitazione durante i fantomatici “White Parties”. Al centro di questo ciclone sono finiti anche altri cantanti e attori amici del rapper americano che hanno fatto molto parlare i social. Tra questi c’è anche l’icona del pop contemporaneo: Beyoncé.
Da allora tutti “ringraziano” la cantante, ma tu lo sai perché? Andiamo per gradi.
Beyoncé, da P. Diddy al centro della bufera
Tra chi ritiene la coppia formata da Jay Z, amico di lunga data del rapper, e Beyoncé come complici del caso P. Diddy, ha spopolato il trend dove, per ogni azione quotidiana, si ringrazia la cantante statunitense di fama mondiale.
Tra le teorie più audaci c’è chi attribuisce alla donna la morte della cantante Aaliyah avvenuta nel lontano 2001 a causa di un incidente aereo in circostanze molto sospette.
Da questa accusa - infondata - si sono propagate a macchia d’olio altre teorie, come quella al centro del trend secondo la quale ogni cantante che ha vinto almeno un premio importante abbia ringraziato proprio Beyoncé. Ma perché?
Dalla teoria al trend
Secondo questa ipotesi, la cantante sarebbe colpevole di eliminare la concorrenza di cui si senta minacciata. Allora molti utenti hanno iniziato a notare, realizzando contenuti su Tiktok, dei vari discorsi di Adele, Harry Styles, Kanye West e Taylor Swift in cui ringraziavano la star per essere stata la loro ispirazione. In questo modo, nessuno avrebbe “tolto luce” alla regina del pop statunitense, voce di numerosi successi.

Da qui il trend ha inizio e l’ironia ha preso in mano la situazione: anche per la più banale delle azioni si ringrazia Beyoncé. Persino scrittrici da milioni di copie vi hanno preso parte, aggiungendo manualmente il nome della cantante nei ringraziamenti dei loro romanzi.
Beyoncé: quando trovare il capro espiatorio è un bisogno primario
Vi siete mai resi conto che, per ogni situazione, le persone hanno l’esigenza primaria di attribuire a qualcuno la colpa? Del banale - o no - motivo per cui ci attiri il mistero, che sia in romanzi, serie tv o vita reale, mentre col fiato sospeso attendiamo la risoluzione del caso ed esponiamo teorie.
Secondo Marco Marino, scrittore dell'enciclopedia online Treccani, «Designare un avversario ci fa sentire uniti nella battaglia che dobbiamo affrontare; ci rende fieri dei confini della nostra identità, orgogliosi di non essere l’altro».
I capri espiatori che ci costruiamo nella nostra mente non sono mai realmente i nostri reali “nemici”. Sono persone, fenomeni globali come l’esempio riportato da Marco Marino per il Covid 19, che ci costruiamo e rendiamo tali per appagare la nostra sete di verità e, soprattutto, «perché sia più facile, di conseguenza, da condannare e sacrificare per i nostri interessi.»
Secondo James Reason, ex professore di psicologia all'Università di Manchester in pensione e psicologo di professione, vi sono due approcci nella gestione delle situazioni: l’approccio alla persona e l’approccio all’intero sistema.

Quella sulla persona si basa proprio sulla convinzione che ogni errore, ogni imprevisto, debba essere ricondotto ad una persona specifica. Proprio quanto accaduto socialmente alla cantante Beyoncé. Questo meccanismo è stato scaturito dalla “cultura della colpa”.
Cercare, quindi, un capro espiatorio è un gesto innato che viene fuori dalla reazione a un evento o errore a cui assistiamo, per volere o per caso. Spesso deriva anche dal fatto che è un modo inconscio per dichiarare la propria innocenza davanti ad un avvenimento, che sia di poca o grande mole. Un po’ come i bambini che, per paura di essere sgridati, incolpano subito un altro bambino.
L’approccio al sistema, invece, riguarda più un concetto che prescinde dalla persona. A differenza del primo, in questo caso si considerano questi errori come un qualcosa innescato da fattori all’interno del sistema stesso. Si cercano, quindi, delle ragioni per cui si verificano tali errori o incidenti, che possono anche essere causati da un singolo, ma sempre per effetto di un sistema sociale più grande.
Il capro espiatorio, come uscirne?
Se è vero che la violenza è parte integrante di tutte le specie, centrale nella regolazione delle interazioni e dei comportamenti umani e non, è pur vero che la ricerca di una autoassoluzione a eventi estranei a noi ci aiuta a prendere moralmente le distanze.
Se vediamo all’origine del termine “capro espiatorio”, ci riconduce a un antico rito ebraico nel quale un sacerdote caricava tutti i peccati del popolo in un capro che era poi mandato via nel deserto. Attraverso questo rituale gli ebrei avevano la possibilità di espiare i propri peccati riversando su una vittima sacrificale.
Il soggetto che viene individuato non deve per forza essere colpevole o anche solo coinvolto in una determinata vicenda.
Psicologicamente, «l’individuazione di un colpevole designato è sintomo della presenza di crisi interne e problemi irrisolti. Proprio come nel passato, anche nel presente non mancano le difficoltà, e il meccanismo del capro espiatorio risulta essere una soluzione efficace in molti casi».
La domanda di come superare la dinamica del capro espiatorio non ha una risposta semplice. «Come pensare che l’umanità rinunci, quasi per miracolo, a uno dei paradigmi più antichi e radicati dell’interazione sociale?» è quanto dice Michele Papa nel suo scritto “Superare il capro espiatorio? Dal sacrificio dell’innocente alla salvezza dei colpevoli”.
«Superare il capro espiatorio non vuol dire dunque muoversi per risolvere l’ingiustizia che caratterizza l’imputazione arbitraria di colpe o l’inflizione di pene immotivate o eccessive.»
«La vittimizzazione di chi è, in realtà, innocente, o la vittimizzazione sproporzionata e strumentale del colpevole, non può essere mai giustificata. Certamente non può esserlo invocando il principio del ‘male minore’, cioè in ragione del fatto che quell’unica vittima assicura la vita armoniosa e pacifica di tutti gli altri.»
Non sembra quindi esserci apparentemente un modo per sfuggire alla “cultura del colpevole”. È un paradigma antico che ancora oggi si stenta a comprendere a pieno, risalendo a tempi antichi - secondo Girard, antropologo e critico letterario - alla manifestazione della vittimizzazione del Cristo. Pur volendo sfuggire all’attribuzione di una colpa verso il prossimo, il nostro senso di giustizia, acquisito in epoche passate con la creazione di uno stato sociale, pare impedirlo fino in fondo.
In conclusione
Rispetto al passato, a oggi dovremmo avere il potere di riuscire ad arrivare a una verità che sia certa e sicura, senza errori di giudizio. Purtroppo però, l'investigazione di questa giustizia, proprio perché il fine ultimo è la ricerca della verità, ha un processo estremamente lungo. È qui che entra in gioco, come già detto, la nostra indole e voglia di un colpevole dando adito alla propagazione di false notizie. Il tutto agevolato dalla velocità dei media che riportano solo gli aspetti che più incutono timore e diffidenza.
Insomma, in una società che ha bisogno di un colpevole anche per il minimo gesto, ringraziamo sempre Beyoncé.
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