Sappiamo leggere e scrivere, ma siamo comunque analfabeti
Andiamo a scuola, fino alla laurea, eppure siamo analfabeti funzionali. La Mesopotamia, le equazioni, il sistema solare e gli irregular verbs. Sappiamo tanto, di tutto, ma ci resta poco e niente.
Gli analfabeti funzionali sanno leggere, scrivere, far di conto… e basta. A mancare è la capacità di approfondimento, comprensione, e soprattutto di sviluppo di un pensiero critico. Il termine è stato coniato nel 1984. Sono analfabeti funzionali coloro che non hanno sviluppato la competenza trasversale di applicare in modo efficiente le nozioni apprese.
Capacità di base e approssimative e difficoltà di interpretazione: l’analfabeta funzionale sa leggere, ma senza capire.
Il report OCSE del 2019: i dati sull’analfabetismo funzionale
Il campione analizzato da Piaac-Ocse nel 2019, mostra che il 28% degli italiani presi in considerazione - tra i 16 e i 65 anni - è analfabeta funzionale. Tradotto, oltre dieci milioni di persone. Al primo posto il Cile, che registra il 53.4% della popolazione, a cui segue la Turchia, con il 45.7%. L’Italia supera leggermente la Spagna, che si ferma al 27.5%. Alla lista si aggiungono Grecia, Slovenia, Israele e Francia, superiori al 20%. Un valore più basso lo registrano Germania e Stati Uniti, con il 17.5%
L’Est Europa vanta numero inferiori, tra l’11 e il 13% (Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia). Ottimi risultati per il Nord Europa, con i Paesi Scandinavi che registrano il massimo livello di comprensione. Ancora superiore - come eccellenza - il Giappone.
Manca il pensiero critico, la capacità di approfondire attivamente, e quindi la difficoltà a trasporre le nozioni nella vita quotidiana, anche in termini di cittadinanza attiva e consapevole. In Italia abbiamo superato la condizione dei nostri nonni, soggetti ad una scolarizzazione minima (in gran parte), ma siamo regrediti ad una condizione elementare.
E tutti i cervelli in fuga italiani?
È sempre l’Ocse a rivelare dati di specializzazione ed alta formazione. Solo il 20% dei cittadini italiani (over 25 e under 65), possiede il diploma di laurea. Costituiscono il 33% del totale invece, coloro che hanno conseguito la licenza media.
Come si spiega l’analfabetismo di ritorno nella contemporaneità, altamente specializzata e tecnologica? Con il mancato esercizio, la contrazione del tempo, la multimedialità. Il digitale ha ridotto l’analogico e portato ad un appiattimento generalizzato. L’alfabeto del digitale ha preso il sopravvento, sebbene sia ostico o inaccessibile ad una fascia di popolazione.
L’alfabetizzazione ha diversi linguaggi, di cui la lettura e la scrittura costituiscono una piccola parte. Posto che il livello di alfabetizzazione sia soggetto a diversi fattori, tra cui di grande rilevanza è quello sociale, è Paulo Freire ad aver dato un contributo fondamentale al tema. Egli parla della necessità dell’alfabetizzazione culturale, che passa attraverso la competenza alfabetica. Leggere e scrivere, dunque, sono competenze apprese con cui definire la propria identità individuale e collettiva. Leggere e scrivere permettono di mettersi in discussione, con sé e con gli altri. La competenza alfabetica definisce lo stare insieme, il fare gruppo. Non solo, egli riteneva la competenza alfabetica uno strumento di coscienza politica, un mezzo con cui costruire l'agency individuale. Funzionalità e libertà sono i capisaldi del suo pensiero.

La scuola Italiana forma i cittadini del domani?
È fattuale che l’essere umano è in continua formazione, e che si apprendono nuove nozioni ogni giorno (attraverso l’approfondimento personale, i media, o la relazione fra persone). Il ciclo scolastico coinvolge il bambino dalla tenera età fino all’adolescenza inoltrata, non senza criticità. Il sistema italiano è chiamato, in sociologia, a selezione precoce. Questo perché i ragazzi, finito il ciclo della scuola secondaria di primo grado, sono chiamati a scegliere come proseguire gli studi.
Criticità a parte, mi sono chiesta se l’assetto scolastico italiano, nella sua struttura disciplinare, sia funzionale ed efficiente. E se per capire (e cambiare) il sistema bisogna farlo da dentro, ho chiesto ad alcuni studenti del liceo, ad ex compagni di classe e ad aspiranti insegnanti. Le risposte che ho ottenuto sono diverse, ma meritano un approfondimento:
«Esco dal liceo e non so fare niente, non capisco cosa potrò fare dopo, non so quali siano le mie passioni». «Gli argomenti trattati dopo le elementari sono troppi, e troppo approfonditi. Non c’è modo che rimangano consolidati così». «Si pensa troppo a correre, finire il programma è più importante che spiegare il senso degli eventi, e dello studio in sé». «Gli insegnanti fanno vivere la scuola come un luogo di competizione, in cui contano i voti. Così non si studia con dedizione e interesse, e soprattutto si dimentica tutto o quasi dopo la verifica o l'interrogazione».
«Ho avuto insegnanti che mi hanno spinto ad approfondire, ma ora ciò che mi interessa lo cerco da me. Tutto dipende dagli insegnanti, dal modo di spiegare e da come ti fanno approcciare allo studio della materia».
Voci, queste, pensieri diversi, che rimettono nelle mani degli insegnanti (e nel sistema in generale) la responsabilità del loro sapere. Ma ancora:
«A mancare è l'educazione civica, ed emotiva. Poca geografia, poca grammatica e tanta letteratura. La grammatica è oggi a rischio considerando che il telefono corregge e suggerisce le parole per i messaggi». (Dello studio della geografia ne avevo parlato qui.
«Lo studio della storia è specifico sulle date, e poco sugli eventi e le loro connessioni, manca il senso di insieme».
«Dopo il diploma, fino ai due anni successivi, ricordavo abbastanza di quanto fatto a scuola. Credo comunque sia normale dimenticare dopo alcuni anni cose che non si applicano con facilità alla vita quotidiana».
Quello che ho notato, nell’insieme, è la perdita a lungo termine delle nozioni apprese, e la volontà di approfondire a partire dal rapporto con l’insegnante. Che la scuola Italiana miri ad una formazione completa, è indubbio, tuttavia è il modo in cui questa preparazione si costituisca a lasciare qualche perplessità. La scuola forma i cittadini del futuro, ma come? Con un bagaglio teorico generale, uno studio indefesso volto al sacrificio e alla votazione sterile. La scuola Italiana corre e fa correre, adattandosi ai ritmi della società contemporanea.
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