“Amo, gossip?”: perché ci piace sapere i fatti degli altri?

Fare gossip è un'attività che piace a tutti, ma viene sempre visto come qualcosa di maligno. Perché continuiamo a farlo, allora? E’ davvero qualcosa di negativo?

Una conversazione tra due persone può spaziare su molti argomenti, ma quelli più interessanti sembrano sempre essere i fatti che riguardano altre persone. 

Perché ci piace così tanto il gossip? 

 

Il gossip

 

“Hai saputo cosa ha fatto Tizio?”, “Ho sentito dire che Caio ha detto...” sono solo alcune delle frasi che spesso accompagnano i nostri momenti di ritrovo. Parlare di pettegolezzi riguardanti persone che si conoscono o meno risulta essere un metodo di aggregazione, capace di creare la giusta sensazione di appartenenza a un gruppo.

Spesso il momento del gossip si svolge durante un aperitivo, come piace a noi italiani, ma ciò non esclude che possa avvenire in qualsiasi momento, specie appena si viene a conoscenza di qualcosa di particolarmente interessante per i soggetti coinvolti.

Questa dinamica veloce permette di creare in poco tempo un gruppo coeso, unito da questo scambio di informazioni. 

 

… tanto tempo fa

 

Sembra che questa tendenza al pettegolezzo appartenga al genere umano fin dall’antichità.

Tra i primati esisteva difatti il grooming, una pratica con cui si spulciavano tra loro per conoscere gli amici e riconoscere i nemici.

Man mano che le tribù andavano allargandosi, si sviluppò l’abitudine di parlare di chi era lontano, così che i nemici venissero riconosciuti dalle chiacchiere sul loro conto.

E non è forse simile a quello che facciamo noi? Senza spulciarsi a vicenda, ovviamente.

Col tempo questa pratica è diventata sinonimo di intelligenza sociale, poiché chi era a conoscenza di molte informazioni altrui aveva di rimando anche la capacità di influenzare un gruppo.

 

Il gruppo nella società

 

L’appartenenza a un gruppo è da sempre una questione importante per l’uomo: sentirsi escluso è una sensazione che normalmente si vuole evitare, ed è per questo che, in un modo o nell’altro, si tenta di entrare a far parte di varie comitive. L’uomo vive di interdipendenza, la sensazione di condivisione è uno dei capisaldi del gruppo: avere altre persone con cui condividere interessi, passioni o pensieri è molto importante. 

Identificarsi all’interno di un gruppo permette all’individuo di sviluppare l’identità sociale, quella parte di sé che può essere scoperta solo all’interno della collettività.

Attraverso lo sviluppo di questa identità, le persone possono riconoscersi negli altri membri del gruppo e distinguersi da chi, invece, non ne fa parte.

Questo ossimoro scatena il cosiddetto confronto sociale, infatti si tenderà a giudicare più positivamente il proprio gruppo di appartenenza rispetto a tutti gli altri. «Da Aristotele in poi, gli studiosi hanno individuato nella socialità l’elemento fondante che ci ha permesso di distinguerci dalle altre specie: l’uomo è un “animale sociale” in quanto il nostro cervello si forma e si sviluppa attraverso lo scambio di informazioni con gli altri tramite la lingua e, prima ancora, i simboli. Informazioni inizialmente limitate al soddisfacimento dei bisogni fisici primari (fame, sete, sicurezza) che nel corso dell’evoluzione sono state affiancate da informazioni altrettanto importanti, riguardanti, ad esempio, i comportamenti reciproci», spiega Alessandra Corrias, sociologa e giornalista.

Se noi ci riconosciamo in un collettivo, la sua immagine si rifletterà su di noi e viceversa, perciò verrà naturale percepirlo come migliore, aumentando così anche la nostra autostima.

In questa ottica, l’individuo non è più percepito come un’entità a sé ma come parte di qualcosa di più grande: il gruppo, appunto.

 

Le conseguenze del gruppo

 

Il senso di appartenenza a un gruppo diffonde anche una deresponsabilizzazione delle persone, in quanto la responsabilità viene naturalmente divisa tra tutti i partecipanti, rendendoli in realtà indifferenti. Quando una persona non sente il peso dell’agire su di sé, tende a non esporsi: ecco che risalire a chi ha spifferato informazioni personali diventa assai difficile.

Questa influenza sociale del gruppo causa una modifica di atteggiamenti e comportamenti: gli appartenenti tenderanno a conformare le proprie opinioni e i propri giudizi in base a quelli del collettivo, così da essere apprezzati e accettati.

Il gruppo è un riflesso di ciò che siamo noi e viceversa; perciò, l’obiettivo dei componenti è sempre mantenere un’immagine del gruppo pulita e positiva: a volte è necessario uniformarsi alla massa e modificare il proprio pensiero per salvaguardare la continuità del gruppo.

 

Come vengono influenzate le interazioni sociali?

 

In un articolo della psicologa e professoressa dell’Università dello Utah Kathleen D. Vohs, il momento del gossip viene analizzato proprio a partire dalla sua capacità di creare l’atmosfera di gruppo.

Spesso viene visto come qualcosa di maligno: «Il gossip, sia nella vita reale che sui social media, ha un impatto significativo sulle relazioni interpersonali. Sebbene possa rafforzare legami sociali in alcuni casi, spesso ha effetti negativi che influenzano la fiducia, la comunicazione e la coesione tra le persone.

Il gossip può contribuire a consolidare le relazioni, soprattutto quando si discutono argomenti comuni o esperienze condivise. Ma se viene meno la fiducia, questo comporta sospetti e incomprensioni. Quando una persona è oggetto di pettegolezzi, può sentirsi esclusa o emarginata da un gruppo sociale e quindi danneggia l’autostima e la percezione di appartenenza di una persona», è quanto descrive la sociologa Benedetta Cannistrà.

Eppure, nel pettegolezzo si condividono informazioni sulla società utili a creare la cultura, in questo caso intesa come il sistema basato sulla conoscenza di informazioni che organizzano le interazioni sociali. Chi fa gossip è sia ascoltare che oratore, poiché le informazioni passano di bocca in bocca e possono rivelarsi utili a comprendere meglio il bersaglio del pettegolezzo.

 

Il gossip… che insegna!

 

Sentire gossip su qualcun altro aiuta a creare le cosiddette regole sociali, che possono essere apprese solo stando all’interno di un contesto sociale: sentire, per esempio, commenti negativi su qualcuno che esce con più persone contemporaneamente, potrebbe portare a non voler replicare lo stesso comportamento. Insomma, in certi casi il gossip potrebbe tramutarsi in una lezione di vita. «Osservare i comportamenti degli altri individui serve per capire quali sono convenienti e quali no. E ogni messaggio appreso viene trasferito agli altri membri della comunità nell’interesse del singolo, ma anche di quello generale della specie. Quindi queste “lezioni” vengono trasmesse attraverso la comunicazione, che è fatta di simboli e linguaggio. In definitiva, l’uomo come lo conosciamo noi, non esisterebbe se non avesse iniziato a comunicare per rendere i propri comportamenti e quelli degli altri più convenienti. In questo senso, il pettegolezzo non è altro che la pratica di un bisogno naturale dell’uomo che per sopravvivere ha bisogno degli altri ma anche di controllarli e giudicarli» ci conferma Corrias.

Ciò non toglie che il pettegolezzo, a volte, venga diffuso con il solo intento di screditare le altre persone e aumentare la propria immagine positiva.

Cosa accade sui social?

 

I social network possono essere visti come una piazza in cui tutti sanno tutto: è assai semplice diffondere informazioni sugli altri, basta lasciare un commento o postare una storia che in poco tempo raggiungono un pubblico nettamente più ampio del semplice gossip a voce.

Abbiamo chiesto alla sociologa Cannistrà di analizzare questo fenomeno, ed esplorare le differenze che esistono tra questi due fenomeni apparentemente uguali: 

«Il cosiddetto pettegolezzo “faccia a faccia” si basa su informazioni non verificate e può essere influenzato e distorto da percezioni ed emozioni personali. I social media invece permettono la diffusione immediata e diretta di informazioni, giuste o sbagliate, che danno spesso origine alle fake news, che possono avere un impatto molto più grande rispetto al gossip che si sente in una piazza o in una conversazione privata».

 

La diffamazione: dipende tutto dall’intenzione

 

Come anticipato sopra, fare gossip può avere i suoi risvolti, positivi o negativi. Diffondere cattiverie infondate sulle persone non farà altro che far apparire l’oratore come una malalingua.

Sui social questa pratica viene ampiamente ingigantita: il fenomeno della diffamazione sui social è all’ordine del giorno. Basta un nulla per diffondere un falso articolo su una celebrità o, ancora meno, inventare falsità su un’altra persona. 

In questo caso, la pubblicazione di informazioni false avviene all’unico scopo di denigrare la personalità altrui. In questo caso, si potrebbe andare incontro al fenomeno del cyberbullismo.

«La funzione del pettegolezzo come arma per sminuire altre persone e aumentare di conseguenza la nostra autostima, rappresenta una degenerazione del pettegolezzo nella sua funzione sociale, che è quella di raccontare a membri della comunità i comportamenti altrui esprimendo un giudizio che sia in qualche modo ritenuto utile o interessante. “Fare gossip” non è altro che raccontare storie. L’effetto di queste storie dipende, certamente, dall’intenzione che sta a monte del racconto. C’è da dire che prima dei social il potere del pettegolezzo era molto più limitato e quindi meno pericoloso. Nei social la diffamazione, che è la degenerazione del pettegolezzo, si diffonde su una piazza sterminata e incontrollata, in cui si perdono i freni inibitori che invece si avrebbero nel mondo reale», conclude Corrias.

 

In conclusione, anche il gossip ha due facce: in base alle intenzioni può risultare utile per la costruzione delle norme e relazioni sociali, creando una conoscenza comune di valori e regole che permettono la vita in società.

Ma può pure celare volontà maligne, volte a sminuire altre persone per far apparire un’immagine positiva del proprio gruppo. In questo caso, le conseguenze sarebbero un aumento dell’autostima del gruppo a discapito di quella di chi non ne fa parte.

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