Allora, in questa frase qual'è l'errore? Quattro usi linguistici considerati errati su cui riflettere

Oggi vi proponiamo quattro usi linguistici considerati errati, ma li poniamo sotto una luce un po' diversa.


Il fantasma dell'errore aleggia fin dalle elementari sui banchi di studenti e studentesse.

Tanto odiata, la grammatica scolastica è di tipo normativo: ciò significa che mira a prescrivere e distinguere nettamente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, basandosi su un modello di lingua che potremmo definire in parte artificioso poiché non trova esatta corrispondenza nella lingua di parlanti e scriventi. Stiamo parlando dell'italiano standard.

Andremo a condurre quindi un lavoro di decostruzione non solo dell'errore, ma dell'idea stessa di quest'ultimo. Per farlo abbiamo chiacchierato con il professore e linguista Salvatore Sgroi, autore del libro “Gli Errori ovvero le verità nascoste” edito dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani.

Oggi vi proponiamo quindi quattro usi linguistici comunissimi considerati errati, dando una prospettiva descrittivista che ha lo scopo esclusivo di spiegarne l'origine.


“Allora” o “dunque” a inizio frase: «uno pseudo errore di verbalizzazione» 

Quante volte ci hanno corretto? Quante volte ci hanno detto che “allora” a inizio frase non ci va perché “allora” è una congiunzione conclusiva.

E di certo non possiamo dire che sia un’informazione errata. Ma il nostro compito deve essere un altro: comprendere cosa ci sta alla base dell’uso, non demonizzarlo.

Sgroi ce lo motiva chiamando in causa lo psicologo Vygotski e la sua teoria degli enunciati:

«Quando ero uno studente e si diceva “dunque” a inizio frase si veniva corretti, ma leggendo Vygotsky ho imparato che il linguaggio da egocentrico diviene esocentrico cioè rivolto verso l'esterno; “dunque” o “allora” ricoprono quindi il ruolo di passaggio tra questi due enunciati». Ma cosa ci dice nello specifico lo studioso?

 Il linguaggio egocentrico ci serve come auto-regolazione per i pensieri e le azioni. Per dirla in parole povere è quel perpetuo dialogo con noi stessi.

Quello esocentrico, invece, riveste una funzione puramente comunicativa. In questo senso, quando usiamo le congiunzioni conclusive sopracitate è come se verbalizzassimo l'ultima parte di un ragionamento che ha avuto luogo dentro di noi, lo esprimessimo quindi a parole. Concludessimo appunto una riflessione. 


 Qual è o Qual’è: il caso dell’apostrofo incriminato

Guai a chi mette l’apostrofo tra qual ed è! Da una parte un uso che si è cristallizzato nel tempo, dall’altra l’italiano contemporaneo. 

«Nei secoli passati» - afferma il professore Sgroi -

«qual andava incontro a troncamento, questo spiega perché la forma cristallizzata non presenta l’apostrofo».

Il troncamento è l’eliminazione della vocale o della sillaba finale atona di una parola. Questo fenomeno può generarsi sia davanti a vocale che a consonante e non necessita l'apostrofo perché non segnala alcun legame con la parola seguente, ma concerne essa stessa.

 E a chiarircelo è proprio il docente:

«Fino al secolo scorso era possibile sentire e leggere - e anche con una certa frequenza - forme come ”qual caso“ o “qual sorpresa” che di certo non ci sogneremmo di usare ad oggi».

L’uso della grafia “qual'è”, invece, risponde all’italiano contemporaneo e quindi all’elisione, fenomeno per cui si sopprime la vocale finale di una parola, quando è atona. 

Al posto di essa si colloca un apostrofo che segnale un legame sintattico e semantico con la parola che segue. Lo scrivente contemporaneo risponde quindi a una percezione che usa la forma “qual’è” non fa altro che assecondare una percezione tutta del suo tempo .

Ma quindi quale forma è giusto usare: la cristallizzata senza apostrofo o quella contemporanea? Il nodo da sciogliere sta proprio qui, non dobbiamo rispondere alla domanda, ma cambiarla, spezzando la dicotomia giusto-sbagliato.

È essenziale per prendere maggiore consapevolezza metalinguistica dei nostri usi come parlanti e scriventi.

La lingua infatti non solo la usiamo, ma possiamo anche farla divenire oggetto di riflessione.


Virgola tematica tra soggetto e predicato

La virgola tra soggetto e predicato spezza sintatticamente e semanticamente, ossia nel significato, il legame tra i due elementi che sono strettamente connessi. Ma anche in questo caso ci tocca scendere più in fondo. 

Spesso, infatti «per evidenziare il soggetto lo separiamo dal suo predicato, in termini tecnici lo tematizziamo. Nel parlato spesso con una pausa di silenzio quindi fonologica, nello scritto invece con la virgola». 

Pensiamo all'esempio - ripreso dal libro del professore Sgroi - “Mio cugino che tu conosci bene non è potuto venire” e ora immaginiamo una pausa, grafica o meno, prima della negazione. Qual è l'effetto? La messa in risalto del soggetto: non un cugino qualsiasi, ma quel mio cugino che tra l'altro conosci bene.

La tematizzazione in linguistica è infatti proprio la messa in rilievo di un elemento attraverso diversi escamotage, tra i quali l'uso di un ordine sintattico diverso da quello naturale in lingua italiana Soggetto - Verbo - Oggetto oppure proprio l'utilizzo della virgola tematica.


“Gli” con il significato di “a lei” o “ loro”

Quando chiedo al Professore Sgroi di approfondire quest'uso linguistico, apre la risposta, dicendo: 

«Il nostro scopo quando parliamo o scriviamo è di farlo con il minimo sforzo possibile, quella che si chiama insomma economia linguistica». Concetto espresso per la prima volta dal linguista funzionalista André Martinet si basa sull'idea che noi come esseri umani puntiamo ad ottenere il miglior risultato funzionale con il minimo sforzo, andando quindi a minimizzare il linguaggio.

«In termini di regola - sostiene il docente - «se noi consideriamo i pronomi clitici: mi, ti, ci, vi, loro, ci rendiamo conto che sono neutri cioè vengono usati indistintamente per il maschile e il femminile. In questo elenco, l'unica persona con due forme è la terza singolare che presenta “gli” e “le”. In questo senso, seguendo appunto la teoria dell'economia linguistica, il paradigma quasi totalmente a un’unica forma preme sull’eccezione presente nella terza persona singolare e tende a sopprimerla, eliminando la distinzione. Nell'italiano popolare la semplificazione non è a favore di “gli”, seguendo il classico maschile sovraesteso, ma di “le”.

Il caso di “a loro” che ha perso quasi totalmente terreno nell’italiano contemporaneo segue lo stesso ragionamento poiché la forma “ loro” è l'unica forma forte e bisillabica del paradigma e per questo motivo viene anch'essa semplificata a favore di “gli”.


Leggi anche: Ci basta "dimenticare" le altre lingue per imparare la nostra


L’errore linguistico: un concetto da problematizzare

I quattro usi linguistici che abbiamo analizzato ci pongono di fronte a una crisi che mi azzardo a definire di sistema. Si, perché nel sistema lingua ci sono centinaia di esempi come questi che fanno crollare, o perlomeno, vacillare la roccaforte a cui ci aggrappiamo da sempre costruita a suon di «non si scrive così», «non si dice», «è da ignoranti».

E se è vero che ci sono dei margini entro cui possiamo muoverci, insomma, non possiamo parlare e scrivere come vogliamo, prima di tutto perché la lingua è un codice condiviso, comunicativo appunto.

È anche vero - come sottolinea il professore Sgroi nel suo studio - che così come la forma linguistica accettata, anche quella considerata errata risponde a una regola implicita ed è quindi dotata di una sua razionalità. Ed è proprio quella che dobbiamo andare a scovare per essere parlanti, scriventi e interlocutori consapevoli, eludendo così il rischio di cadere nel classismo e nel pregiudizio.

Dai, raga, anche Sciascia usò la forma “ qual’è” nel dattiloscritto de “Il contesto”, pubblicato nel 1971, e per ben due volte! Non gli è mica sfuggita.








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