«Brutto stronzo!», cos'è il trash talking nello sport e perché accade?
Il trash talking ha caratterizzato per anni il mondo del pugilato. Oggi è una pratica diffusa anche in altri sport. Ma perché l'aggressività è un concetto strettamente legato al mondo sportivo?
Almeno una volta ci è capitato di guardare un film sul pugilato e assistere a quella pratica che viene definita “trash talking”. Se prima, però, era una pratica circoscritta a quegli sport agonistici e da combattimento, negli ultimi tempi ha sconfinato anche in altri. Ma cos’è? E perché nello sport la comunicazione può sfociare nella violenza verbale?
Trash Talking, cosa è la pratica sportiva che offende l’avversario
Nonostante lo sport odierno abbia numerosi controlli per renderlo più equo ed etico, si assiste ancora a delle pratiche di scambio verbale aggressivo che, per quanto possa sembrare assurdo, ne aumentano l’audience.
Ma questo perché accade?
Innanzitutto c’è da dire che l’attività sportiva in generale è stata inventata, in epoche passate, per dare sfogo a quell’istinto primordiale di lotta che l’umanità si porta dietro dalla preistoria. Quindi, si può ben capire come l’agonismo e la competizione siano due concetti molto legati allo sport proprio perché il diretto proseguimento di quegli istinti.
Quando poi sono nate le società sportive, di pari passo al concetto di Legge e Giurisprudenza delle Attività Agonistiche, si è sviluppata l’idea di “sportività”. Quel comportamento rispettoso nei confronti dell’avversario.
Con l’avvento della televisione intorno agli anni ‘50 e il loro conseguente sviluppo - ricordiamo che nel 1956 vennero trasmesse in onda le VII Olimpiadi invernali di Cortina d'Ampezzo, le prime in eurovisione - si è imposto un tipo di comunicazione ben definito. È qui che il “trash talking” prende piede, che per assurdo fa venire meno quel concetto fondamentale di sportività che ancora oggi si vuole rincorrere, ma che allo stesso tempo ne aumenta l’audience.
A cosa serve questa pratica?
Come si è potuto intuire, il trash talking serve a sminuire psicologicamente l’avversario prima dell’incontro sportivo. Che sia sul ring o in altri incontri sportivi, il “distruggere” mentalmente il rivale può portare sia alla reazione voluta, quindi un indebolimento della prestazione, o quella contraria e aumentarne la sete di vittoria.
Perché usare il trash talking è diventato parte integrante dello sport?
Il trash talking non è più solo un elemento intrinseco della comunicazione mediatica, è proprio parte integrante dello stesso sport. Se quindi è nata come una forma di comunicazione per richiamare più gente a seguire un determinato sport, ora ne è quasi un caposaldo da saper utilizzare.

Le origini di questa pratica si ricollegano intorno agli anni ‘60/’70, dove vi era il siparietto iniziale, prima di un combattimento, in cui i due atleti si insultavano insieme ad una schiera di giornalisti ad ascoltare. Sportivi e famosi trash talkers come Cassius Clay/Muhammad Ali, Tito Ortiz, John McEnroe, Larry Bird, Charles Barkley e Conor McGregor hanno reso questa pratica un evento di fama mondiale, raggiungendo la popolarità proprio per l’atteggiamento aggressivo e arrogante. Oltre ai successi raggiunti.
Questo avviene perché i loro “incontri arroganti” hanno l’effetto prefissato, arrivando ad essere accolti positivamente dal pubblico. Inoltre, questo atteggiamento porta ad una innata simpatia verso lo “sportivo attore”, per il suo carattere non conforme e a tratti irruento e menefreghista. Questo perché l’esposizione mediatica di lati negativi del carattere, veritieri o meno, porta la mente umana ad accoglierli più facilmente.
La pratica del trash talking non è più qualcosa di relegato al pugilato, per esempio nel basket NBA è un qualcosa di affermato. Così come nel calcio. È normale parlare al diretto marcatore durante una partita, generando poi una sorta di “lotta” che spesso sfocia nel fallo e nel peggiore dei casi all’espulsione.
Negli ultimi tempi sta anche spopolando nel tennis, da sempre considerato elitario e per “gente in cravatta”. Basta guardare la serie documentario Netflix “Match point” per osservare come il re del trash talking nel tennis sia Nick Kyrgios.
La rabbia nello sport non è sempre un qualcosa di positivo

La rabbia è un qualcosa di istintivo che si manifesta nel soggetto umano quando sottoposto a stress mentali, in questo caso un’attività sportiva che porta inevitabilmente a frustrazione, ansia e eccitazione fisiologica dovuta dall’aumento delle endorfine.
Gli atleti coinvolti in questi sport fisici assorbono la rabbia agonistica in modo benevolo riversandola nelle loro prestazioni, ma non è sempre così. I giocatori di ping-pong affermano che la rabbia provata, generata dalla frustrazione e dal poco movimento fisico, non è un fattore favorevole. Debilita, infatti, la loro concentrazione, e dello stesso avviso sono i giocatori di scacchi.
«La rabbia può quindi diventare disfunzionale, specialmente negli sport che richiedono concentrazione, sforzo e attenzione prolungati per periodi di tempo più lunghi» (Hanin, 2000).
Concludendo
Siddharta, conosciuto come Buddha, diceva che le parole hanno il potere di creare ma anche di distruggere qualcosa. E alla luce di quanto detto è inevitabile che ciò venga applicato anche nello sport.
Il trash talking però non è solo “sparare a zero” sull'avversario. Ha delle regole ben precise, seppur brevi e semplici. Colpire sempre e solo il rivale e mai terze persone legate a quest’ultimo, e rilegare la pratica solo alle ore del match, non estenderla quindi a match finito.
C’è chi considera l’insulto una contaminazione inaccettabile nella pratica sportiva, specialmente se concetti come condivisione, sportività e partecipazione vengono insegnati nei bambini sin dal primo approccio allo sport. La famosa frase “l’importante è partecipare, non vincere" ci è stata detta almeno una volta nella nostra vita. Ma è davvero così per i nostri istinti primordiali che abbiamo citato?
Purtroppo no, e il trash talking ne è la dimostrazione. Vogliamo vincere, sempre e a qualunque costo, anche se il metodo “non è ortodosso”. Quindi, che venga o meno considerata una pratica sleale, ormai è diventata parte integrante dello sport nonostante la “battaglia” per far diventare l’attività agonista più leale ed equa.
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