The Passenger (1975): la crisi dell’Io moderno

di Emanuele Fornito
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 5 Min.

Trama

The Passenger segue la storia di David Locke, un reporter americano inviato in nord Africa per scrivere un report riguardo un conflitto armato in atto nella popolazione locale. Quando David scopre il corpo senza vita di un uomo conosciuto poco prima nell’albergo in cui alloggia, decide di abbandonare la propria vita, rubando l’identità dell’uomo. Scopre tuttavia che esso era un trafficante di armi, ed è quindi costretto a fuggire dai criminali che lo vogliono morto e dalla polizia.

Recensione di The Passenger

Terzo film in lingua inglese di uno dei più importanti registi della storia, Michelangelo Antonioni (dopo Blow-Up del 1966 e Zabriskie Point del 1970), The Passenger è sicuramente un film non adatto a tutti, come d’altronde l’intera filmografia del regista italiano: lo stile di Antonioni è infatti improntato sulla riflessione delle e sulle immagini, esprimendo nel ritmo la psicologia che si cela dietro l’intera narrazione. È così che una grande interpretazione di Jack Nicholson (che in quegli anni dimostrava di essere uno degli attori più validi) permette l’espressione di temi complessi da trattare, come l’alienazione e la crisi dell’io, in questo capolavoro senza tempo.

The passenger
Jack Nicholson e Maria Schneider in una scena del film

David Locke è un giornalista che, all’inizio della storia, risulta essere abbastanza normale, equilibrato. Tutto cambia quando egli scopre il corpo senza vita di un uomo conosciuto poco prima in albergo. La reazione dell’uomo è decisamente particolare e, al tempo stesso, impattante: piuttosto che impaurito o scioccato, David prova quasi indifferenza, cogliendo prontamente l’opportunità creatasi. Si avverte la sensazione che il protagonista portasse in sé un disagio nascosto, profondo, un’insoddisfazione esistenziale che lo ha portato, senza pensarci due volte, ad abbandonare la propria identità per assumerne una nuova.

The passenger

Naturalmente le conseguenze a cui va incontro sono parte di un’alternativa avvincente storia, che Antonioni, come già anticipato in apertura, affronta con il proprio stile: ricerca della profondità di campo, vagheggiamento del protagonista per le strade di una grande città, lunghi silenzi che lasciano spazio alle immagini, ritmi bassi. Si può dunque desumere il significato delle parole espresse in apertura: per comprendere a fondo il film è necessario entrare a far parte del ritmo che il regista offre, poiché così facendo si scopre una vicenda affascinante, psicologicamente travolgente; ci si ritrova sommersi dalla maestria registica di Antonioni che fa restare a bocca aperta, come nel caso del lungo ipnotico piano sequenza finale che cela in sé il senso dell’intera opera.

D’altra parte, non è un caso che Tarkovskij abbia definito il regista ferrarese un “poeta” del cinema. Ed è altresì veritiero che il tema dell’alienazione e della perdita completa di un io stabile e certo siano tematiche trattate da Antonioni già nel decennio precedente, così come ritorna quello stile e quel ritmo visti nove anni prima in Blow-Up. Ma se in quest’ultimo ad essere messa in discussione è la realtà fenomenica e superficiale e la propria veridicità, muovendo dunque una critica alle immagini attraverso le immagini, in The Passenger ad essere posto in evidenza è una insofferenza che anche un uomo all’aspetto realizzato ed operativo prova riguardo la propria esistenza, un’insoddisfazione opprimente, una precareità esistenziale, dalla quale è possibile liberarsi solo abbandonando l’io che ci è stato attribuito.

E d’altronde, riflettendoci, rinunciare a quello che si è e alla propria identità è un atto incredibile, che necessita coraggio, soprattutto per le conseguenze che comporta. Un gesto che all’inizio di quel secolo Luigi Pirandello aveva ben descritto nel suo romanzo Il fu Mattia Pascal. Da sfondo alle lunghe passeggiate del protagonista, tuttavia, non vi è Roma ma la bellissima Barcellona, che Antonioni valorizza soprattutto grazie alle architetture moderniste di Gaudì.

Scritto da Emanuele Fornito


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