The Holdovers (2023) di Alexander Payne | recensione

di Emanuele Fornito
5 Min.

Questa domenica parleremo di un fim che, quest’anno, ha attirato l’attenzione della critica, soprattutto nell’ottica della stagione dei riconoscimenti cinematografici che avrà il suo apice in occasione degli Oscar del prossimo 11 marzo. The Holdovers, diretto da Alexander Payne, unisce il drammatico ai toni comici per affrontare una storia di formazione che tocca l’età giovanile quanto quella adulta. Candidato a 5 Oscar (tra cui miglior film) e già vincitore di due Golden Globes per il miglior attore protagonista a Paul Giamatti e la miglior attrice non protagonista per Da’Vine Joy Randolph.

The Holdovers: tra scontri e scoperte

Quella raccontata da Payne è una storia ambientata alla fine del 1970 in una high school del Massachussetts, in cui un gruppo di ragazzi è costretto a restare per le intere vacanze natalizie al campus, sorvegliati dal temuto (quanto odiato) professore di storia antica Paul Hunham. Se all’inizio la narrazione muove una pesante critica al sistema educativo, alterato dalle ingerenze politiche e dalle raccomandazioni, il focus si sposta, con il passare dei giorni, al rapporto umano che unisce il professor Hunham e uno studente in particolare: Angus Tully. Difatti, dopo poco meno di una settimana Angus resta completamente da solo al campus, abbandonato dalla sua famiglia che risulta irreperibile: è l’occasione per lui di crescere attraverso gli scontri e le ribellioni verso il suo docente, il quale non resterà escluso da questo processo di maturazione.

Non è mai tardi per crescere

Quella di The Holdovers è una storia fondamentalmente drammatica, in cui tutto ruota attorno a tre personaggi, ognuno afflitto da un disagio interiore. Da una parte vi è il professor Hunham, afflitto da una perenne solitudine ed una tendenza all’alcol, frutto anche di errori giovanili; c’è Angus, il quale è, in un certo senso, tormentato dalla sua situazione familiare, con un padre ricoverato in una clinica psichiatrica e la madre ormai legata più al suo nuovo compagno che a lui; e, infine, vi è Mary, cuoca del campus, in lutto per la perdita del proprio figlio, costretto a partire per il Vietnam in quanto non aveva i soldi per poter continuare gli studi, che gli avrebbero assicurato un’esenzione e, dunque, la vita. Tutti e tre i personaggi si ritroveranno a condividere, inconsciamente, le proprie interiorità e fragilità, riuscendo a maturare ognuno a proprio modo, ma aiutandosi a vicenda.

Attraverso numerose vicissitudini, i tre impareranno a comprendere meglio sé stessi e a diventare una vera e propria famiglia, disposta ad enormi sacrifici pur di tutelarsi l’un l’altro, come nel caso del professor Hunham nel finale.

Una storia piacevole ma fin troppo classica

The Holdovers rappresenta certamente una piacevole visione, in cui la storia scritta da David Hemingson, al suo debutto sul grande schermo, riesce ad arrivare allo spettatore, trasmettendo i valori umani della vita. Ciò che, però, fa storcere il naso è un continuo senso di ripetizione di cui The Holdovers è soltanto l’ultima rappresentazione. Difatti, è da qualche anno che il cinema statunitense porta in sala storie fondamentalmente uguali ma declinate in senso differente. Nel caso del film in questione, vi è ancora una volta la retorica dello scontro che si scopre essere un esordio di vicinanza emotiva e relazionale molto più forte.

Quest’evoluzione della storia, seppur piacevole, è diventata in questi anni probabilmente troppo ridondante, ed è un peccato se si considera l’ottimo comparto registico e tecnico che caratterizza The Holdovers, il quale può vantare un’estetica accattivante, arricchita con un senso vintage della pellicola, ed una regìa che, in alcuni casi, osa ottenendo risultati notevoli, attraverso carrellate e movimenti fluidi e dinamici.


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