The Face of Another (1966) di Hiroshi Teshigahara | recensione

di Fornito Emanuele
6 Min.

Per la rubrica cult della domenica, oggi affronteremo un film tanto profondo quanto complicato: The Face of Another di Hiroshi Teshigahara. Il regista giapponese, tra i pionieri della Nouvelle Vague giapponese assieme a diversi altri cineasti (come Nagisa Ōshima), compie la trasposizione del romanzo omonimo di Kōbō Abe del 1964, portando sul grande schermo una storia impattante e, dopo quasi sessant’anni, ancora attuale.

Una storia metafora di crisi

La narrazione segue Okuyama, un ingegnere di successo che, per un incidente, ha subìto gravi ustioni al volto che lo hanno sfigurato. L’uomo intraprende così un complicato processo di ricostruzione facciale ma, oramai, la sua psiche ed il suo io sono completamente compromessi. Okuyama, infatti, entra in una crisi si può dire identitaria ed esistenziale che viene raccontata dal particolare all’universale. Se all’inizio questa può apparire come una crisi di un uomo distrutto da un evento sfortunato e dalle preoccupazioni rivolte alla futura accettazione sociale, nel corso del film si scopre che questa crisi diviene sfogo di un disagio molto più profondo ed interiore.

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L’io nella società moderna (e contemporanea)

Teshigahara, optando per uno stile introspettivo e giocando sulla tensione delle immagini (che rende spettacolari attraverso sequenze che hanno fatto la storia del cinema), decide così di scoprire quello che è un dissidio interiore che riguarda la società giapponese (e non solo) a quei tempi: il disfacimento dell’io.

E, difatti, il regista risalta proprio questo disfacimento. Il protagonista entra in una vera e propria spirale di decadenza morale ed etica, in quanto, assunta una nuova identità con la sua maschera facciale, inizia a sperimentare un sentimento di completa inibizione di quello che Freud definirebbe Super-io, dando sempre più spazio all’Es.

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Identità ed immoralità

D’altra parte, quando Okuyama si rende conto di essere diventato un “nuovo” uomo, e di avere la possibilità di scappare dalla propria vita, inizia a sentire un desiderio irrefrenabile di libertà, in questo caso distruttiva. Quasi dando ragione all’illustre filosofo francese Jean-Paul Sartre, Teshigahara dimostra che la possiblità di un uomo di poter fare qualunque cosa diventa una condanna, che trascina verso un senso di infelicità e, in maniera più estrema, verso uno stato nevrotico e dissociante.

Ed è proprio questo ciò che accade nel film. Okuyama inizialmente cerca di sedurre sua moglie, si spinge poi a stuprare una donna per strada e, alla fine, uccide il suo psichiatra in quanto unica persona a conoscenza della sua vera identità. In una sorta di storia alla Dottor Jekyll e Mr. Hide, la parte più recondita ed istintiva dell’uomo prende il sopravvento.

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Una profonda critica alla società e alla storia

Se fino ad adesso ci siamo concentrati sulla sfera strettamente individuale, passiamo ora ad un punto cruciale del film: la critica alla società. Teshigahara infatti identifica nella società e negli avvenimenti storici la causa madre della crisi individuale del suo protagonista. Il regista legge, nella società giapponese post seconda guerra mondiale, una profonda spaccatura interna alla psicologia di tutti gli uomini. In questo senso, Okuyama diventa un everyman, un singolo che è specchio del collettivo. Esemplare a questo proposito è la suggestiva scena in cui Teshigahara inquadra una folla di persone tutte con il volto sfigurato, manifestando una crisi identitaria generale.

In particolare, l’attenzione alla seconda guerra mondiale si esprime attraverso una storia “parallela” a quella principale, quella di una donna sfigurata che lavora in un reparto di psichiatria, la quale è profondamente turbata e traumatizzata dagli eventi bellici vissuti, dalla bomba atomica e dalla paura di una nuova guerra. Anche la donna dimostra dunque una profonda caratterizzazione psicologica, facendosi voce di uno stato confusionale e traumatico che si unisce alle condizioni e crisi psicologiche descritte nei paragrafi precedenti.


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