SaturDie Ep.39 – Simonetta Ferrero: il delitto della Cattolica

di Gaia Vetrano
18 Min.

L’università Cattolica del Sacro Cuore è un luogo, situato a Milano, dove il tempo sembra fermarsi.

Un piccolo angolo di verde racchiuso tra quattro mura, che sembra contenere al suo interno quel briciolo di storia che i grattacieli hanno sotterrato. Ignoto ai più è il Giardino delle Vergini. O Giardini di Santa Caterina di Alessandria, per coloro i quali conoscono bene quel luogo.

Ma per tutti coloro i quali non ci sono mai stati, prende questo nome perché accessibile solo alle donne. Se un uomo volesse provare a entrarci, il cartello all’ingresso lo inviterebbe a uscire. Vedete, ogni tanto abbiamo dei privilegi.

Per cui, le studentesse della Cattolica hanno la possibilità di rifugiarsi, quando lo ritengono necessario, in un luogo fatto apposta per loro. Fronde rigogliose, qualche panchina. Il prato arredato da resti medievali e rinascimentali. Una placida quiete interrotta solamente dal cinguettio degli uccellini o dal chiacchiericcio delle studentesse.

Solo una città come Milano potrebbe mantenere e custodire un luogo di tanta calma, che si distacca totalmente dal caos urbano isolato da quelle quattro mura. Una dimensione parallela, un locus amenus accessibile a poche fortunate. Riservato lontano dagli occhi dei curiosi, come se si potesse sciupare.

Chissà se in quel luogo Simonetta Ferrero vi ha mai messo piede.

È una giornata calda, molto calda. Quelle temperature tipiche della fine di luglio a Milano, dove l’aria è così pesante da attanagliare la gola. È quasi difficile respirare, perfino dal primo mattino. È il 24 luglio 1971. Un sabato privo di bambini e adolescenti e delle rispettive famiglie, tutte in vacanze. In pochi sono ancora in città, ancora a lavoro.

A quel tempo, di fine Boom Economico, funzionava così. Le ferie incominciavano per i più fortunati già a luglio. Le cose però, da lì a qualche anno, sarebbero cambiate, con la Crisi Energetica che avrebbe portato con le famose Targhe alterne Domenicali.

La Milano di quegli anni è già una metropoli, nonostante la nebbia sia ancora in grado di attutire i rumori del traffico. Una Milano in cui le osterie non si sono ancora trasformate in lounge bar, e gli ubriaconi continuano ad addormentarsi sui banconi in plastica. Dove tutto è già sporco, diverso da quello che sembra.

È una città in subbuglio: cupa, violenta, ribelle e repressiva. Un milione e 700 mila abitanti con classi sociali più basse che alte, periferie cresciute in fretta e furia, rapinatori in bande, uomini che mostravano i genitali alle ragazze per la strada o le importunavano apertamente, con rivolte studentesche e operaie, manifestazioni e cariche della polizia.

C’erano gli hippy e c’erano gli scontri tra destra e sinistra, una strategia della tensione che culmina con la bomba di piazza Fontana. C’era disagio e voglia di reagire al disagio, chi in un modo chi nell’altro. C’era, sicuramente, una violenza diffusa, ammessa ma repressa senza guardare troppo verso chi si dirigesse. In sottofondo la voce di un Gianni Morandi che ben rappresentava la massa che voleva dimenticare la difficile quotidianità.

La gente andava in vacanza tutta insieme, per 15 giorni al massimo. Le attività riaprivano subito dopo Ferragosto.

Anche per Simonetta stanno per incominciare le vacanze. Come vi abbiamo già detto sta per partire con la sua famiglia, residente in via Osoppo, per la Corsica. La giovane conosce bene la Cattolica, perché è lì che ha ultimato i suoi studi in Scienze Politiche nel 1969. Ora lavora nell’ufficio personale della Montedison.

Immaginatevela per i corridoi della Cattolica. La Ferrero non ha mai attirato molte attenzioni. Passa indifferente perché non è una di quelle bellezze capace di fermare il traffico quando attraversa la strada. Ha un passo tranquillo, come se non fosse mai di fretta. D’altro canto con quei suoi tacchi che si ostina a mettere non potrebbe mai mettersi a correre.

Una giovane gradevole che non cerca sensualità e malizia. Sottobraccio porta con sé un dizionario Italiano – Francese. Tra non molto partirà per la Corsica con i suoi genitori, almeno così conosce un po’ della lingua. Quindici giorni di puro relax insieme alle due sorelle, la mamma e il papà. In tasca ha già il biglietto aereo perché partirà la sera stessa. Deve quindi concludere alcune faccende.

Chissà quante questioni ha in risolto Simonetta, “Munni” per gli amici. Cattolica, appartenente a una famiglia benestante e rigorosa, ha una ristretta cerchia di amici. Perché, come vi dicevo, a lei non interessa la fama o la superficialità dei rapporti adolescenziali. Le sue amicizie le sceglie personalmente.

La vita di Simonetta sembra all’apparenza perfetta. Un lavoro stabile, una famiglia unita, pochi ma buoni amici. Niente sembrerebbe essere fuori posto. Tutto va per il verso giusto. Eppure, certe novità, neppure noi le possiamo prevedere.

Svolti l’angolo e, per una serie di circostanze, ti trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Destra invece che sinistra. Ed ecco là il tuo appuntamento con il destino. O con il tuo assassino.

Sono le 8:45 di lunedì 26 luglio ed è troppo presto. Ancora la Cattolica è semivuota. Non ci sono studenti che aspettano di sostenere esami o future matricole pronte a iscriversi. Ci sono solo i bidelli all’ingresso e la Polizia. Quelle Giuliette grigio verdi con il lampeggiante acceso.

E attenzione, quella non è la Celere. Non sono lì per fermare delle manifestazioni o degli scioperi. Quelli non sono poliziotti mandati per fermare un’occupazione. Quella è la Mobile, la Squadra Omicidi. Che cosa ci fa di fronte un’università? Cos’è successo?

Torniamo indietro di un quarto d’ora. Sono le 8:30 quando un seminarista, Mario Toso, presso i Salesiani esce dalla messa alla Cattolica entra nel cortile, lo attraversa e arriva all’ammezzato. È diretto verso il Dipartimento di Studi Religiosi, che il giovane frequenta. Non deve restare molto, deve solo controllare la data di un appello d’esame.

Eppure, mentre passa davanti la porta del bagno delle ragazze sente qualcosa che non va. Uno scrosciare d’acqua, come se qualcuna avesse dimenticato il rubinetto aperto. Per un riflesso entra, perché è insolito lasciare l’acqua scorrere in questo modo. Immediatamente viene colpito da una forte puzza, acre. Inoltre la maniglia della porta è piena di una sostanza vischiosa e rossiccia. Non sembra, è sangue.

Un istante dopo abbassa lo sguardo e nota qualcosa che non dimenticherà mai.

Quasi nello stesso istante un’altra studentessa sta passando di fronte il bagno della scala G. È diretta verso la Sala Consultazione, ma anche lei nota il sangue sulla porta. Appena entra nota anche lei quella scena raccapricciante.

Chissà quante questioni in sospeso aveva Simonetta Ferrero da chiudere quel giorno. E chissà quante non è riuscita a chiudere.

Quando arriva la Polizia per terra nel bagno c’è il corpo di Simonetta. È stesa su un fianco e accanto ha una borsa, come se stesse dormendo. Ma c’è sangue ovunque, pure sotto di lei. Rappreso, calpestato e strisciato sul pavimento, schizzato su porte e pareti.

Simonetta non riuscirà mai a partire per la Corsica.

Il delitto della Cattolica

È strano che oggi non vi sia alcuna targa in ricordo di Simonetta per i corridoi della Cattolica.

Furono necessarie 44 coltellate inferte da un’arma con punta da taglio per ucciderla. Al collo, al torace e all’addome. Molte sulle braccia, quando ha provato a difendersi dai colpi, altre sulle mani, quando ha tentato di bloccare la lama. Un massacro compiuto con un grosso coltello, lungo almeno 14 centimetri e largo 2, come stabilito dall’autopsia.

Perché sul luogo del delitto l’arma non si trova. L’unica cosa presente sulla scena del crimine è la borsa di Simonetta. Dentro ci sono tante cose: un foulard, articoli di profumeria ancora incartati, un campionario di stoffe, il famoso dizionario, quasi tremila lire e trecento franchi francesi. Infine c’è la sua carta d’identità.

Chi era Simonetta?

Il nome di Simonetta non è nuovo alle autorità: la sua scomparsa era già stata denunciata dalla famiglia due giorni prima, esattamente sabato 24.

La Ferrero è una brava ragazza. Seria, riservata, molto religiosa, così come la sua famiglia. Suo zio è infatti Monsignore e lei aveva studiato dai salesiani prima di iscriversi alla Cattolica. Mai un problema a scuola, educatissima e molto timida. Nessuna doppia vita, nessun segreto. Le elementari alla Scuola del Sacro Cuore, poi il liceo classico. Danza, musica e tennis nel tempo libero. Per passione fa volontariato alla Croce Rossa. Nessuna relazione, perché amava il suo lavoro più di tutto.

È professionalmente dura: risponde alle direttive e non lascia margini alle intuizioni. Razionale e calcolatrice non ha sensi di colpa, ma doveri e morale cui rispondere. A tempo debito sposerà un uomo importante, ma prima deve pensare al suo lavoro.

Nasce a Casale Monferrato, in Piemonte, e si trasferisce a Milano perché il padre, ragioniere, viene assunto per primo alla Montedison. La loro casetta, in via Osoppo, è perfetta per la posizione nonostante la zona non sia delle migliori: vicinissima a piazzale Brescia e alla sua monumentale chiesa.

Quella mattina sarebbero incominciate le vacanze, che avrebbe trascorso in Corsica come ogni anno. Così si sveglia alle 9:15, va a fare colazione e poi fa la valigia. Verso le 11 esce: va in profumeria e poi dal tappezziere a consegnare un campione di stoffa che le è servita a foderare le sedie. Perché è tornata alla Cattolica?

Dal 1969, anno della sua laurea, c’era tornata già un’altra volta, qualche settimana prima. Doveva ritirare delle dispense che una sua amica aveva prestato a degli studenti, che però non le ha mai restituito, perché sono state ritrovate nella sua camera.

La deviazione fatale

Simonetta è una persona completamente normale. Che conduce una vita completamente normale. Cosa è successo quella mattina?

La Ferrero esce di casa alle 11 e si dirige con il tram da Via Osoppo a Corso Vercelli. Lì scende e probabilmente prosegue a piedi. Si ferma prima in libreria, dove cerca un dizionario, poi in profumeria. Quindi arriva a piedi verso Corso Magenta. Lì prosegue fino all’incrocio con via Carducci per andare in Galleria Borella, vicina alle due piazze, quella della Basilica di Sant’Ambrogio e quella della Cattolica, largo Gemelli, dove si ferma in un altro negozio di cosmetici. Deve comprare dei flaconi di balsamo che le verranno trovati in borsa.

Delle sue soste sappiamo poco riguardo gli orari precisi perchè non esistevano gli scontrini fiscali e perché, pare, nessuno si ricordi di lei.

Per quale motivo è entrata alla Cattolica? Magari doveva andare in bagno. Oppure c’era qualcuno che la stava aspettando, con cui si era data appuntamento.

Dall’autopsia viene determinato l’orario del decesso: Simonetta è stata uccisa tra le 35 e le 40 ore prima del suo ritrovamento. Esattamente sabato 24. L’esame tossicologico stabilisce che la Ferrero non ha mangiato nulla e che la sua vescica era vuota. Forse quella mattina doveva sul serio andare in bagno.

Cos’è successo allora dentro quel luogo?

Innanzitutto dobbiamo cercare di ricostruire nelle nostre menti la piantina dell’ammezzato. I bagni della scala G oggi non esistono più, ma li possiamo immaginare incastonati nella parte sinistra rispetto alla segreteria e didattica della Cattolica. Era quindi un luogo molto frequentato, soprattutto in quel periodo.

Dando un’occhiata alla struttura del locale, sulla destra rispetto alla porta e in fondo ci sono due lavandini. Ha una base quadrata, un 5×5 al massimo, e sia a destra che a sinistra ci sono i gabinetti. Ciò che è importante sottolineare è che i portoni del luogo sono alti e robusti. E ancora che i bagni, anche oggi, di donne e uomini sono ben divisi e lontani l’uno dall’altro. Perciò, chi entrava in quel portone, teoricamente, poteva solo essere donna e solo avere bisogno della toilette.

Ma per quale motivo i bagni della scala G, che sono i più lontani dall’ingresso principale della Cattolica e non appartengono neanche alla facoltà di Simonetta? Beh, la logica può sicuramente venirci incontro.

L’ipotesi avanzata è che Simonetta si sia vergognata ad andare nei bagni più vicini perché sennò il portiere avrebbe visto una studentessa non frequentante da più di due anni entrare in facoltà solo per una questione fisiologica.

Così Simonetta ha preferito dirigersi verso la Biblioteca, che quel sabato era aperta, andando nei bagni della scala G. Questo negherebbe la tesi dell’appuntamento segreto nei pressi della biblioteca.

Presenti in facoltà ci sono anche dei muratori, che stanno lavorando proprio alla muratura dell’ammezzato, che però staccano il loro turno poco dopo l’arrivo di Simonetta, intorno alle 12.

L’analisi dell’imbrattamento ematico fa immaginare i movimenti della Ferrero all’interno del bagno. La giovane sembrerebbe essersi prima andata a lavare le mani. Non si accorge della presenza di una furia che subito si scaglia su di lei. Ciò che subito cerca di fare è difendersi. Lo si evince dai tagli che riporta sulle mani e dagli schizzi presenti nell’antibagno. Simonetta cerca di fretta di scappare verso la porta, ma il suo aggressore è troppo forte.

Lui è furibondo e deciso e ha tra le sue mani un coltello di almeno 15 centimetri di lunghezza e due di larghezza, con cui le trafigge il petto, l’addome e il collo. Pare evidente che l’assassino si debba essere ferito alle mani a sua volta proprio per i numerosi colpi inferti a un soggetto in rapido e continuo movimento.

C’è una strana coincidenza: agli atti risultano presenti 32 studenti nella sala di Consultazione. Poi ci sono gli operai a due passi.

Perché nessuno ha sentito le grida d’aiuto di Simonetta? E, soprattutto, come ha fatto il killer a uscire da quel bagno senza farsi vedere?

Non è un omicidio a sfondo sessuale, né tantomeno una rapina finita male, perché Simonetta ha ancora i soldi in borsa, l’orologio al polso e gli anelli sulle dita. Forse un omicidio d’impeto provocato dal rifiuto.

Gli operai sono subito interrogati e gli vengono sequestrati i vestiti indossati di sabato. Ma non vi sono prove a loro carico e quindi sono scagionati. Da quel momento si cerca disperatamente di capire chi sia il folle che ha ucciso Simonetta.

C’è un dettaglio importante da non sottovalutare.

Infatti, nonostante sembri che non sia stata rilevata nessuna traccia di sangue, sulla porta del bagno, esternamente, vi è una manata di qualcuno che si appoggia per vedere se passano persone prima di fuggire. Quella manata sinistra indica il gruppo sanguigno e l’altezza del killer; sopra l’1,80. Il gruppo sanguigno è il gruppo A. Il dna non era possibile trovarlo all’epoca: ben 350 persone sono state convocate e controllate. Niente.

Infine da dove potrebbe essere uscito?

Si è sempre ipotizzato dal portone centrale. Nessuno però ha ipotizzato che potesse essere uscito, e magari anche entrato, dal cancello secondario, subito dopo il cortile, che sfocia sulla piccola via San Pio V che si snoda poi in via Lanzone, vecchia Milano medioevale.

E i vestiti insanguinati? E le ferite alle mani?

Se avesse avuto i guanti spessi li avrebbe tenuti anche prima di uscire e mai avrebbe lasciato l’impronta della mano sulla porta.

Ma siamo sicuri che si è ferito alle mani solo perché tutto lo lascia presupporre?

Simonetta è vittima non solo del suo killer. Ma di una fatale coincidenza. Così, la sua storia rimane avvolta nel mistero, così come il luogo dove si è verificata.

Scritto da Gaia Vetrano


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