SaturDie Ep.37 – La Catania oscura di Antonella Falcidia

di Gaia Vetrano
24 Min.

Quando penso alla mia città, il nome di Antonella Falcidia non è il primo tra le mie memorie.

Perdonatemi se questo SaturDie assumerà un tono più personale.

Sono nata a Catania un ventennio fa, e solo in occasione di questo testo mi sono ritrovata a chiedermi come possa descrivere questa città a chi non l’ha mai vista.

Catania è una città abituata ai contrasti. Alle barocche vie del centro storico che si mescolano con quelle più povere e caratteristiche. Alle urla del mercato che si fondono con i sussurri degli innamorati appartati negli angoli.

Difatti è una città forgiata dal fuoco, il cui cuore erutta cenere e lapilli sin da quando è nata dalle viscere di un vulcano incandescente. Ardente di beltà, fondata da impavidi coloni arrivati dall’Egeo. La cui abitazione è sempre stato un continuo alternarsi di colonizzatori. Ma ogni periodo buio, alla fine, è sempre stato rischiarato da una fiamma di vita e di passione.

Le vicende storiche di Catania evidenziano sin da subito quale sia uno dei suoi punti di forza: l’alternarsi tra il mare e gli immensi territori pianeggianti ai piedi dell’Etna. Ed è proprio dall’asperità tipica della pietra lavica che potrebbe nascere il nome “Catania”: da “Katane”, “grattugia”.

Catania, la città di Antonella Falcidia

Catania rimane una perla incastonata nella roccia. O, per meglio dire, nella pietra lavica. Su di lei sovrasta l’Etna, creata dal calore, dall’acqua e dalla lava. Ed è proprio il vulcano protagonista di alcune delle leggende più interessanti sulla fondazione della città.

Molti hanno infatti cercato di spiegare il suo comportamento collegandolo a Dei e Giganti, come Encelado. Secondo il mito, un tempo vi fu una lotta tra le divinità dell’Olimpo e i Giganti, la Gigantomachia. Questi ultimi rimasero sconfitti e vennero imprigionati nel sottosuolo.

Ma Encelado, dalla coda di serpente e la barba infuocata, non si arrese. Era temuto da tutti i suoi simili, a causa anche della sua imponente altezza; quindi, nessuno provò a fargli cambiare idea. Così decise di sfidare nuovamente gli Dei. Per raggiungerli sull’Olimpo costruì una torre di massi, ma ogni tentativo fu inutile, poiché perse nuovamente.

Per punirlo, Atena, o Zeus, gli scagliarono contro un enorme masso triangolare, o un fulmine.

Encelado sprofondò così in mare, colpito dal cumulo di monti e pietra che lui stesso aveva usato per raggiungere gli Dei. Nacque così la Sicilia.

Secondo il mito, l’alluce si trova sotto il Monte Erice, la gamba destra è verso Palermo e la sinistra verso Mazzara. Le braccia distese si trovano una lungo Messina e l’altra verso Siracusa. La testa, invece, sotto l’Etna, che erutta ogni qual volta urla adirato.

La gente di Catania è teatrale. Il catanese porta all’ironia, ed è quel luogo dove si va avanti portandoci dietro i difetti. Se attraversiamo la via Etnea, che dal mare si snoda verso l’Etna, non sembra neanche avere dei difetti. Eppure, questi si notano appena si esce dal selciato. Dalla via del centro storico.

Ed è forse il catanese il difetto più grande di Catania? Il fatto che siamo un popolo immobile, allergico all’autorità?

Catania, la città di Antonella Falcidia

Per coloro che non vi vivono, sembra l’ennesima città barocca siciliana. Chi non è di qui questa terra la conosce per i Malavoglia di Verga, o dagli articoli di giornali sulla Mafia, o per Acitrezza e Acicastello. Però a guardarla meglio, questa Perla Nera è molto più di quanto sembra. L’Etna non è solo una montagna, ma un vulcano.

Ci sono luci e ombre, bianchi e neri che non danno il grigio. La stessa logica per cui, dove la luce è più brillante, le ombre sono più oscure.

La pietra lavica è nera. Ed è nero il colore dei suoi palazzi barocchi. Nero lo zoccolo del Castello Ursino. Neri sono gli Archi della Marina e le loro porte. Nere le pareti delle Chiese. Bianca è la periferia, lunare fatta da file di negozi vuoti ed enormi stradoni.

Catania, la città di Antonella Falcidia

Catania è ricca di contrasti. Come un centro fieristico modernissimo in mezzo al quale sorgono delle ciminiere di archeologia industriale. Come il caos dinamico dei mercati che la notte trasmuta in pub e locali. La “Milano del Sud” fatta di ironia, capacità di sopravvivenza e fantasia. Ma anche, a volte, omertà e mafia.

Una città abituata al dinamismo, perché abituata a essere rasa al suolo e ad essere ricostruita.

Ed è in questa cornice folkloristica che si ambienta il SaturDie di oggi.

Più precisamente nel quartiere di Vulcania. Una delle zone più interessanti della città, oggi principalmente conosciuta per il campetto di basket dove in molti vengono a giocare. Ma, nel 1993, vi era un’altra attrattiva: il centro commerciale.

Ebbene sì, il fulcro del quartiere era proprio un centro commerciale, il cui nome era appunto Vulcania. Un’anomalia per i grandi magazzini, che solitamente si trovano lontano dal tessuto urbano. Un progetto architettonico ambizioso, un dedalo di cavalcavia e scale, che collegavano i vari piani.

Oggi Vulcania è diroccato. Sulle pareti si arrampicano edere e altre piante e ormai nessuno si reca più in quel luogo per fare acquisti. Un discreto gigante in cemento nato per mettere a frutto i dettami del consumismo. Un labirinto di corridoi oggi abbandonato.

Il quartiere dove viveva Antonella Falcidia prende il nome dall'omonimo centrocommerciale, Vulcania

Un fantasma urbano che si erge in mezzo ad altre palazzine, rimpiangendo una vitalità ormai perduta.

Ma negli anni Novanta non era così. Soprattutto sotto Natale tutte le famiglie catanesi, facoltose o meno, si recavano a Vulcania per comprare i regali da nascondere sotto l’albero. E l’alta borghesia che abitava in quel luogo era la clientela preferita.

Il 4 dicembre del 1993 è un sabato sera. Il centro commerciale ha chiuso da un paio di ore, e tutta la clientela di borghesi facoltosi è tornata a casa. In un appartamento al terzo piano in via Rosso di San Secondo, una donna sta comodamente guardando la televisione. Catania la notte rinasce, ma in tanti preferiscono immergersi nel silenzio di casa, e non nel marasma del centro.

Non sappiamo cos’altro stia facendo. Forse ogni tanto si volta a guardare fuori dalla finestra. Ogni tanto sbadiglierà per il sonno. Ma è tranquilla, perché la porta è chiusa a chiave e suo marito sta tornando dal lavoro, e lei lo sta aspettando come fa tutte le sere. È in vestaglia e in camicia da notte. Ciò che non sa è che qualcuno si trova in casa sua.

Sono le ventidue di sera, e quello è l’appartamento di Antonella Falcidia.

Verso le ventitré il marito ritorna a casa. Parcheggia l’auto in garage e sale al terzo piano. Inserisce le chiavi nella serratura ed entra. Nel soggiorno le luci sono accese e anche il televisore. Antonella ha gli occhi chiusi, ma non perché sonnecchia davanti al televisore. Ma perché è immersa in una pozza di sangue.

È stesa a terra tra i cuscini del divano. Antonella è sopita, immersa in un sonno dal quale non si risveglierà mai.

Un giallo ai piedi dell’Etna

I primi ad accorrere sono i vicini del piano di sopra, dopo aver sentito le urla di Vincenzo Morici, il marito di Antonella.

Quando entrano nell’appartamento trovano l’uomo in stato di shock, che urla disperato mentre stringe la donna tra le sue mani. Qualcuno chiama i Carabinieri, qualcun altro il figlio diciassettenne, Riccardo, che si trova a una festa e non ha la minima idea di cosa stia accadendo.

Antonella è stata uccisa con ventisei pugnalate alle gambe, alla schiena, ma anche nel collo, nel petto e nella zona inguinale. Poi ci sono altre ferite: un ematoma sul naso, un’escoriazione sul labbro e piccoli taglietti sotto il mento.

Antonella Falcidia

L’ultima persona che ha sentito la sua voce è stata suo figlio, che prima di uscire quella sera. Il ragazzo aveva infatti aspettato sotto casa l’arrivo dei suoi amici, che dovevano passarlo a prendere. Quando sono arrivati, il giovane ha citofonato per avvertire la madre. Erano le 21:45. Esattamente alle 23:30 è stato trovato il corpo della Falcidia. L’orario del decesso deve essere collocato in quel lasso di tempo.

Probabilmente più vicino alle 23 perché, quando il marito e il medico legale le toccano il corpo, questo è ancora caldo. Inoltre, dalla prima all’ultima coltellata, passano dieci minuti.

Le ciabatte sono state scalciate lontane dal massacro, mentre tra i cuscini del divano ci sono degli occhiali nascosti, ormai rotti. Sul muro, dietro una lampada, ci sono delle macchie di sangue. Infine, per terra, c’è l’impronta di una scarpa da tennis taglia 36 da donna. Tutte impronte di un piede sinistro.

Dalla casa non è sparito nulla. Non ci sono né segni di infrazione né segni di lotta.

E poi il mistero delle telefonate. In quelle ultime settimane, racconta Morici, arrivavano spesso delle telefonate mute, di una persona che chiama senza dire nulla e poi riattacca. E poi la lettera anonima arrivata esattamente una settimana prima, indirizzata ad Antonella e ricca di minacce contro il figlio.

Il mittente continuava ad intimare la Falcidia di stare attenta al ragazzo, perché gli sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto la settimana successiva, mentre sarebbe stato di ritorno dalla sua solita uscita del sabato.

Una lettera anonima, impronte solo di una scarpa sinistra e una donna uccisa. Gli elementi perfetti di un giallo memorabile, le cui indagini dureranno quattro anni prima di arrivare all’archiviazione del caso, e saranno condotte dal Sostituto Procuratore Marisa Cagnino.

Ma chi è la nostra vittima? Antonella Maria Falcidia ha quarantatré anni ed è una professoressa dell’Istituto di Igiene dell’Università di Catania. È una donna benestante, di buona famiglia, nipote di un grande medico proprietario di una clinica privata. Una persona dolce e generosa, come dimostrano i regali che fa alle figlie delle domestiche. Insegna “Statistica applicata alla Medicina”, una materia nuova e difficile.

Una donna tranquilla, metodica e regolare. Ogni mattina, alle nove, va all’università. Poi, alle 13, prepara il pranso. La sera rimane ad aspettare il marito. Ma allora chi può volerla morta? Beh, il primo grande indizio sono dei capelli biondi che vengono ritrovati nel pugno di Antonella.

Furia bionda

Le prime perizie condotte dal CIS ci dicono che quei capelli non appartengono ad Antonella ma a un’altra donna. Ma chi?

Nel frattempo arriva una telefonata a un’emittente locale, TelEtna, di un testimone misterioso, che racconta di essere quasi stato investito quella sera da una Station Wagon bianca. A bordo dell’auto una donna bionda visibilmente agitata.

In contemporanea ai Carabinieri arriva un’altra telefonata anonima. Agli inquirenti viene consigliato di indagare nell’ambiente di lavoro di Antonella e di cercare una professoressa bionda con cui la Falcidia aveva avuto dei battibecchi e che calza il 36.

Infine vi è un’altra lettera anonima, mandata sempre ai Carabinieri. Il mittente, che si identifica come un detective, accusa la fidanzata del padre di Antonella, il signor Giuseppe Falcidia, di aver ucciso la figlia. Questo perché si sarebbe opposta al matrimonio dei due.

La svolta sembra essere vicina: i capelli, l’impronta, le testimonianze. Ma è tutto troppo facile, che non porta a nulla. Tutte le persone bionde vicine alla signora Falcidia è proprietaria di quei capelli. Nel frattempo, la Procura di Catania affida al Professor Fiori l’analisi dei capelli non ancora analizzati dal CIS. E secondo quest’ultima perizia il DNA sarebbe quello di Antonella.

Certo, forse la Falcidia se li è strappati sola mentre si difendeva. Ma a quel punto non vi è più nulla di certo.

Dallo Sri Lanka al PPA: tutte le possibili piste

Partiamo dalle certezze: a uccidere Antonella non è un ladro. Probabilmente era qualcuno che lei conosceva, fosse o meno in possesso delle chiavi di casa. E lo conosceva anche molto bene, sennò non sarebbe rimasta in vestaglia.

Ed è da qui che ripartono le indagini. Tra i nuovi possibili indiziati vi è un cittadino dello Sri Lanka che abita con la sua famiglia nella palazzina di fronte. L’uomo aveva lavorato per molti anni come domestico per la famiglia Falcidia e ora era impiegato nella clinica dello zio. Perché pensano a lui i Carabinieri? Perché l’uomo è in crisi con la moglie, con cui litiga spesso e anche violentemente su svariati argomenti.

Tra questi anche i soldi: in particolare in merito alla gestione di questi, che per la consorte sarebbe del tutto sconsiderata. Tra le ultime follie da lui compiute l’acquisto di un lotto di terreno in Sri Lanka in nome del fratello, un investimento costato una fortuna. Litigano anche sull’educazione della figlia e sull’abbigliamento di lei, ritenuto inadeguato dal marito.

In questi litigi Antonella prende spesso le parti della moglie, a cui è molto legata, tanto che spesso faceva da baby-sitter alla bambina per giornate intere. Addirittura le affida parte dei suoi risparmi.

Ebbene, il domestico vorrebbe tornare in Sri Lanka dal fratello e portare con sé sua figlia, ma non può farlo perché è segnata sul passaporto della moglie. Questo è inoltre possesso del parroco della famiglia Falcidia, ma lui è convinto che invece lo abbia conservato Antonella, come lui stesso ammetterà.

Eppure, il domestico ha un alibi. Quel 4 settembre, alle sei del mattino, si era recato in clinica a fare le pulizie. Alle otto avrebbe portato la figlia e scuola. Successivamente, fino alle 20:30, avrebbe fatto le pulizie in altri condomini. Poi sarebbe tornato a casa per fare l’albero di Natale insieme alla figlia. Alle 22 sarebbe uscito per lavare le scale del suo condominio, e sarebbe stato visto da diversi testimoni oculari, compresa la figlia del proprietario del condominio.

Altro a carico del cittadino dello Sri Lanka non c’è.

La seconda possibile pista riguarda il marito. Vincenzo Morici è un cardiochirurgo molto noto in città e lavora all’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Inoltre fa ricerca presso l’Università e collabora con la clinica privata dello zio di Antonella. Infine ha due studi, uno nel palazzo accanto al suo, e uno a Nicosia.

I due si sono conosciuti tra i banchi dell’università e si sono sposati dopo la laurea. Quel sabato, come tutti i sabati, il professor Morici era partito per recarsi a Nicosia, per svolgere del lavoro d’ufficio. In questo viaggio accompagna sempre la vecchia domestica, la signora Peppina, che approfitta del passaggio per andare a trovare alcuni parenti.

Lungo il percorso passa a prendere anche un collega, che lascia l’auto nei pressi di Agira. I tre proseguono poi verso Nicosia. Lì rimane fino alle 20 di sera in ufficio, poi fanno alcune visite a casa fino alle 21, poi riparte per Catania. Si fermerà a cenare in una trattoria lungo la strada, dove rimarrà almeno una mezz’ora, come testimoniano anche il padrone del ristorante e la moglie.

Arrivati ad Agira sono le 22:30. Verso le 23:15 il dottor Morici arriva a Catania, come testimonierà anche il suocero. Entra in casa e scopre il delitto. Anche il signor Morici appare innocente.

L’unica traccia possibile, nonostante non abbia apparentemente portato a nulla, è quella della donna bionda. Se non fosse per il criminologo Francesco Bruno, incaricato di realizzare il PPA, ossia Possibile Profilo dell’Aggressore: per lui è un uomo, di età non avanzata, di buona educazione e dotato di discreta forza.

Un soggetto freddo e calcolatore, capace di colpire a sangue freddo. Ma soprattutto, un uomo. E allora di chi sono le impronte e i capelli?

L’intreccio dei depistaggi

Usare le chiavi o farsi aprire era davvero l’unico modo per entrare nell’appartamento?

Guardando l’autopsia, Antonella è stata colpita improvvisamente alle spalle mentre si trovava seduta sul divano. Il killer le ha messo la mano sinistra sulla bocca per evitare di farla urlare e con l’altra mano l’ha pugnalata.

Inoltre, come affermato anche dal marito, la porta poteva essere aperta facilmente tramite l’uso di una scheda telefonica. Qualcuno potrebbe quindi essere entrato in questo modo, prendendola di soppiatto da dietro. Ma non tutte le pugnalate sembrano essere state date con lo scopo di uccidere Antonella.

Dalla dinamica del fatto, sembra che la signora sia stata neutralizzata e bloccata per poi essere interrogata. Ma per chiederle cosa? Cos’è successo realmente?

Guardando le foto della scena del delitto, il sangue si trova concentrato sul lato destro del divano. Ma stranamente il lato sinistro è invece immacolato. Se Antonella fosse stata colpita alle spalle, mentre si trovava seduta, avremmo trovato sangue su tutti i cuscini. Invece sembra quasi che il suo aggressore fosse seduto accanto a lei.

Proprio per questo motivo una parte del divano è pulita, perché gli schizzi di sangue hanno trovato un ostacolo, ossia la massa dell’aggressore stesso.

Quindi possiamo immaginare cosa sia successo: Antonella e il suo carnefice sono seduti assieme sul divano. I due parlano finché lui non la accoltella. Lei viene presa di sorpresa e non riesce a scappare, perché bloccata dal bracciolo da un lato e dall’altra parte dal suo aggressore, dal quale cerca di difendersi. Il primo colpo la prende al torace, ma lei scalcia con entrambe le gambe, che verranno prese a coltellate.

Poi il killer prende l’arteria femorale, rendendola impotente. Finché non riesce a reciderle la carotide al venticinquesimo colpo. La signora, in preda alle convulsioni, cade a terra e si trascina i cuscini.

È un omicidio premeditato, compiuto da una persona che conosceva molto bene Antonella e aveva un motivo ben chiaro per ucciderla. A chi appartengono quei capelli? E quelle impronte? Tutto ciò dimostra inequivocabilmente il sesso dell’omicida. Ma ne siamo sicuri?

Le impronte sono del tutto anomale. Sicuramente perché figurano dei movimenti strani, sincopatici. Inoltre non si spiega per quale motivo siano circoscritte a una sola piccola zona interessata dal sangue, o dove siano quelle della scarpa destra. Probabile che l’aggressore si sia calato dall’alto della stanza e che sia rimasto in posizione eretta di fronte al corpo di Antonella? Non proprio.

Impronte sinistra stranamente accostate tra loro che sanno di depistaggio.

Anche le lettere anonime sembrano ricordare un tentativo di depistaggio. La prima in particolare è scritta con il normografo, ma in cima vi è riportato per una seconda volta il nome Riccardo Morici, scritto con la macchina da scrivere, e poi tagliato con una penna. Come mai questa scelta? Perché ogni macchina da scrivere possiede un suo carattere specifico, quindi poteva essere rintracciabile.

Per questo motivo il mittente abbandona l’idea di scrivere a macchina, completando la lettera con il normografo. Ma ciò è strano. Per quale motivo non scriverla da zero su un altro foglio dopo essersi accorto del problema?

L’ipotesi più probabile è che il mittente abbia volutamente scritto le prime due parole usando la macchina da scrivere di proprietà di un’altra persona e abbia poi proseguito con il normografo. Ecco l’ennesimo tentativo di depistaggio.

E poi c’è la seconda lettera, quella arrivata il sabato precedente all’omicidio, che scrive:

Attenta a tuo figlio, conosco tutti gli orari motorino, scuola, palestra. Il ritorno al sabato sera

La coincidenza con l’omicidio di Antonella la settimana successiva è troppo grande per essere ignorata. Le possibili ipotesi sono tre: l’anonimo era a conoscenza dei progetti criminali dell’assassino; l’anonimo e l’assassino sono la stessa persona; qualcuno ha letto il contenuto della lettera e ha compiuto l’omicidio proprio di sabato sera per orientare gli investigatori verso l’anonimo.

Gli anni passano senza venire a conoscere la verità riguardo al caso. Il maggiore dei Carabinieri che aveva condotto le indagini, Armanno Fenoglietti, morirà in Bosnia a Mostar durante un incidente stradale. Lo zio della vittima, il famoso proprietario della clinica, morirà in un intervento chirurgico. Muore anche il padre della vittima, Giuseppe Falcidia. Molto più di semplici coincidenze?

Catania è bianca, nera e rossa. Come la lava. Come il sangue di Antonella

Scritto da Gaia Vetrano


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