Rosa per le femmine e blu per i maschi! L’origine di uno stereotipo

di Costanza Maugeri
5 Min.

Il blu per i maschietti e il rosa per le femminucce

Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Forse troppe, pronunciate come una legge naturale, come se facessero parte del nostro patrimonio genetico.

In realtà questa differenziazione cromatica ha origini relativamente recenti e -come sostiene Nietzsche- umane, troppo umane.

C’era una volta, no scusate non è l’intro giusta, riavvolgiamo il nastro. Tutto ebbe inizio nel 1700 in Francia. Una certa Madame de Pompadour, celebre amante di Luigi XV, amava così tanto il rosa che ,nel 1757, l’azienda di porcellane Sèves le dedicò una tonalità di rosa: il rosa Pompadour. Da quel momento, osserva l’antropologo Michel Pastoureau, il rosa si spogliò del proprio carattere audace e bellicoso, legato indissolubilmente, al rosso. L’aristocrazia francese iniziò ad usarlo come sinonimo di lusso ed eleganza.

Il rosa e il blu nel Diciottesimo secolo

stereotipo

Il rosa ,nonostante ciò che è stato a principio dell’articolo, rimase legato al rosso, simbolo di virilità e forza. Il blu, invece, il colore femminile per antonomasia, ricordava, infatti, il velo della Vergine Maria.

Ad onor del vero, bisogna sottolineare che. nel 1700, i bambini e le bambine vestivano di bianco. Esso, infatti, era più facile da smacchiare e lavare. La differenza non viveva, quindi, nel sesso dei bambini, ma nella loro età.

“Piccole donne”: una prima differenziazione cromatica

(…) – I bambini più belli che abbia mai visto. Qual è il maschio e qual è la femmina? – chiese Laurie chinandosi per esaminare più da vicino i due prodigi.

– Amy ha messo un nastro azzurro al maschio e uno rosa alla femmina, come si usa in Francia, in modo da distinguerli senza sforzo.

Louisa May Alcott in “Piccole donne” fa riferimento a una differenziazione cromatica per distinguere un maschio da una femmina. Ella stessa, però, sostiene che si tratti di una moda francese e non della regola vigente.

Il Novecento: il secolo della crisi cromatica

I Barbapapà

Lo stereotipo cromatico affonda le sue radici nel Novecento. Tra gli anni ’30 e ’40 ,infatti, gli uomini iniziarono ad indossare colori più scuri, legati al mondo degli Affari e, quindi, alla serietà professionale.

Gli indumenti per bambini si iniziarono a differenziare sempre più precocemente, anche, a causa della diffusione delle teorie di Freud sulla sessualità e sulla distinzione di genere. Nonostante la presenza di questi fattori, la differenziazione cromatica non si impose fino alla Seconda Guerra Mondiale. Nei campi di concentramento e sterminio nazisti le persone omosessuali, considerati dei maschi effeminati, indossavano degli indumenti sui quali era cucito un triangolo rosa.

Negli anni Cinquanta vi fu un’assegnazione arbitraria da parte del marketing: il rosa per le femmine e il blu per i maschi. Differenziazione rafforzata dall’uscita della bambola Barbie. Quest’ultima saldò l’identità tra il rosa e il genere femminile.

Negli anni ’60 e ’70 i movimenti femministi rifiutarono, con forza, lo stereotipo. Le donne, infatti, iniziarono ad adottare stili più neutri. Nel 1970 furono pubblicati, in Francia, i fumetti di “Barbapapà”. In essi non è un caso che il papà della famiglia venga rappresentato con il corpo rosa.

Negli anni Ottanta si impose definitivamente l’idea del colore legato al sesso del bambino. Nei servizi commerciali vennero creati i reparti “donna” e quelli “uomo”; stessa cosa accadde nei negozi di giocattoli. La diffusione, inoltre, della diagnosi prenatale, che permetteva ai genitori di scoprire il sesso del figlio prima della nascita, servì l’occasione d’oro al marketing: guadagnare su uno stereotipo già consolidato!

Di Costanza Maugeri


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Fonti: Il Post, The Vision

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