Riccardo Faggin: una morte significativa per studenti e genitori

di Giorgia Lelii
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Padova. La verità rivelata ferisce nel profondo i genitori del ventiseienne Riccardo Faggin, prossimo a laurearsi in Scienze Infermieristiche, ma morto in un incidente un giorno prima della discussione della tesi. Sotto continue esortazioni da parte della mamma e del papà, il ragazzo avrebbe dovuto sbrigarsi al conseguimento della laurea. Riccardo aveva raccontato ai propri genitori che si sarebbe laureato di lì a breve, ma si è scoperto essere una bugia: infatti, gli mancava ancora qualche esame.

Gli chiedevamo notizie. Gli dicevamo: muoviti. Gli ricordavamo che se non aveva niente da fare sarebbe dovuto andare a lavorare. Sono cose che tutti i genitori dicono. Ci sembrava la normalità. E invece proviamo ora un grande senso di colpa, perché non siamo riusciti a capire nostro figlio

Luisa Cesaron, mamma di Riccardo.

Il giorno prima della cosiddetta laurea, Riccardo Faggin si è schiantato contro un albero con la propria auto, un incidente che gli è costato la vita. Per ultimo aveva riferito ai genitori che lo stress gli percorreva il corpo, che sarebbe andato a fare un giro al bar, poi invece trovato chiuso. Niente è certo, se non la morte: Stefano e Luisa hanno ipotizzato persino che Riccardo non abbia voluto davvero suicidarsi, ma che avesse voluto crearsi una convalescenza per guadagnare del tempo e cercare di tirare avanti con la bugia. In ogni caso, entrambe le ipotesi sarebbero ugualmente dovute alla pressione che lo opprimeva.

Evitiamo di caricare i nostri figli delle nostre aspettative e ambizioni. Perché a volte, la paura di deluderci può diventare un peso insopportabile. Provo vergogna come genitore.”

Stefano Faggin, padre di Riccardo.

La reazione dei genitori dello studente padovano testimonia tutta la drammaticità di quello che è avvenuto. Proprio come ci spiega Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano.
i modelli di identificazione, in questa società individualista e che non tollera le delusioni, non dipendono solo dalla famiglia, ma anche dal contesto sociale in cui vivono i ragazzi, dalla scuola, alle relazioni con i coetanei. I nostri figli stanno crescendo immersi in un modello che alimenta la competizione. L’ambizione personale è sana, ma va collocata in un contesto in cui la possibilità di fallire risulti tollerabile. Tocca a tutti noi costruire una società di questo tipo”.

Questo genere di cose succede perché… si cresce in una dimensione in cui l’idea di fallire non è accettata, e questo fa sì che parlare dei propri insuccessi sia sempre più difficile. Oggi –  e questo lo dico slegandomi dalla tragedia di Riccardo – i ragazzi si trovano spesso davanti ad adulti fragili, che reagiscono in modo inadeguato, banalizzando o aggravando il problema, di fronte all’ammissione di fallimento da parte dei figli. Che, a loro volta, smettono di cercare in loro un interlocutore per non deluderli. La fragilità adulta è uno dei temi su cui lavorare: il genitore non è più visto come qualcuno a cui riferirsi per i propri bisogni e, quindi, anche per i propri fallimenti. (Matteo Lancini)

Inoltre, tramite un’intervista della Repubblica, mamma Luisa manda un appello sia ai figli che ai genitori che leggono della tragedia:

Vorrei lanciare un appello ai giovani: se avete qualche problema, confrontatevi con i genitori. Per qualsiasi cosa, per una piccola bugia, parlatene. Tirate fuori ciò che avete dentro, altrimenti si creano muri impossibili da scavalcare. Ma vorrei lanciare anche un appello ai genitori: se i figli vi raccontano qualche bugia, non dico di perdonarli subito ma di provare a comprenderli. E di cercare di captare segnali, anche dalle piccole cose. Adesso penso e ripenso a qualche particolare, a cui non davamo peso. Ci sembrava che Riccardo avesse soltanto qualche giornata strana, magari solo le scatole girate. Invece aveva indossato una maschera. E noi non ce ne siamo mai accorti.

Purtroppo, quella di Riccardo Faggin non è l’unica morte dovuta al sovraccarico di stress e di aspettative altrui. A luglio, uno studente trentenne, iscritto della facoltà di Medicina in lingua inglese dell’Università di Pavia, ma bloccato al terzo anno, prima di suicidarsi ha scritto una mail al Rettore in cui spiegava di avere paura di perdere la borsa di studio e quindi di non avere più la possibilità di alloggiare nelle residenze universitarie. “Sono lo studente che si è tolto la vita in collegio: non sono riuscito a cambiare nulla. L’Edisu (l’ente per il diritto allo studio universitario) ha cercato di aiutarmi e gliene sono molto grato ma non è solo una questione economica, anche di (in)giustizia”.

Già a luglio dello stesso anno, all’interno della facoltà di Lettere dell’Università Federico II di Napoli, un altro studente di 25 anni era stato trovato morto. Aveva descritto ai familiari un percorso di studi, in realtà mai compiuto.

Scritto da Giorgia Lelii


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