Pena di morte, una riflessione

di Emanuele Lo Giudice
7 Min.

Oggi ricorre la giornata europea e mondiale contro la pena di morte, una questione a lungo dibattuta e una realtà ancora esistente.

Con « pena di morte », o « pena capitale », intendiamo la sanzione penale la cui esecuzione consiste nel togliere la vita al condannato. Si tratta di una sanzione estrema, culminante nella privazione di un principio morale e diritto inviolabile come quello della vita. Ancora oggi, sebbene in diminuzione, la pena di morte è ancora esercitata in diversi paesi del mondo. Tra essi primeggia negli ultimi anni la Cina, seguita dall’Iran, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Circa tre quarti dei paesi mondiali hanno abolito la pena di morte, mentre i restanti si suddividono tra chi la mantiene senza esercitarla e chi invece la esercita. Sono più di 50 gli Stati che continuano a praticarla, suddivisi tra le Americhe, l’Africa, il Medio Oriente e il Sud-Est asiatico. In Europa, nonostante la totalità dei paesi l’abbia abolita, la Bielorussia è l’unico Stato ad averla ancora in vigore, che è tornata a farne uso solo in tempi recenti. 

Secondo l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale esterna all’UE) la pena di morte è un’ « azione disumana, costituente la massima negazione della dignità umana ». L’UE si allinea infatti a quella fetta di mondo che ha ormai depennato tale pratica dai propri codici, considerandola « degradante ». Ora, se si riflette sul concetto della vita come diritto inviolabile, questo si applica anche sull’individuo che si macchia di reato, più o meno grave che sia. È la sottile linea che divide l’impegno della società a rispettare un codice normativo democratico dal rendersi essa stessa colpevole del delitto che punisce. Che ad oggi vi siano regimi non democratici e illiberali che la praticano è purtroppo un dato di fatto, ma non sono gli unici che della pena di morte ne fanno uno strumento di deterrenza. Paesi definiti e – per loro natura costituzionale definibili – « democratici » continuano ancora oggi ad attuarla, in realtà senza che questa produca quegli effetti sui quali, verosimilmente, è basata la dottrina che la difende.

Gli Stati Uniti, come anche il Giappone, hanno nei loro ordinamenti la pena capitale come strumento di sanzione per reati efferati, applicandola annualmente per crimini differenti. Se il Giappone, pur prevedendola per 13 reati, la applica solo per omicidi plurimi, gli Stati Uniti ne prevedono l’applicazione per un numero ben più ampio, fino a 42. È un considerevole margine di azione per quegli Stati federati (28) che la prevedono anche all’interno del proprio statuto. 

Qual è il problema della pena di morte? Non è uno strumento di deterrenza, in nessun caso esistente. Se prendiamo proprio in considerazione gli Stati Uniti, unico paese industrializzato assieme al Giappone che ne fa ricorso, la pena di morte non smorza i crimini, inibendo completamente la classica concezione del « guarda che subisci se delinqui » a scopo  dissuasivo. Le carceri sovrappopolate sono sinonimo di un ingranaggio mal funzionante nel processo di giustizia americano, dove il carcere non solo è visto come esclusivamente punitivo, ma anche l’ultimo step per coloro che, dopo processi e anni di attese, si ritrovano legati su una sedia per l’iniezione letale. C’è anche la possibilità di assistere all’esecuzione, visione che umanamente è repulsiva già di per sé. Non pochi studi hanno dimostrato, inoltre, che una fetta di coloro che entrano nel braccio della morte, negli ultimi 30 anni circa 340 persone, in realtà erano, o probabilmente erano, innocenti. Dunque, non solo si ricorre alla pena capitale perché socialmente appare un utile mezzo per appagare gli affamati di vendetta e soddisfare le necessità delle istituzioni di sentirsi nel giusto, ma lo si fa anche in modo sbagliato.

Ma lo Stato, che in una concezione astratta è formato da persone, i cittadini, rinchiusi in un confine altrettanto astratto, non è formato anche dallo stesso individuo che mette a morte? Che seppur macchiatosi di feroci reati vede piombarsi addosso un’accetta tenuta in mano da uno Stato che si rende altrettanto reo? Insomma, la legge del taglione dovremmo ormai lasciarla alla storia, a tempi in cui ancora non vi erano i nostri modi vivendi e le nostre istituzioni. È giusto che lo Stato si macchi dello stesso delitto che sta punendo? A quale pro, poi? Si elimina di per sé il problema fisico, l’individuo, ma il reato si estingue? Non credo. Morto il reo, il caso si chiude, come se non servisse nient’altro di più. La punizione, che forse sarebbe meglio chiamare « sanzione », serve invece a riabilitare il soggetto che delinque, non solo a reprimerlo completamente.

C’è ancora un leggero velo di foschia su tale questione, che tante volte sono parlatori di petto, ma non di razione, a prendere in mano. Lo Stato e il suo potere giudiziario hanno il compito di preservare la vita a priori, anche di chi commette il reato. Questo non sta a giustificare la pesantezza del reato commesso, anzi, sottolinea invece il fatto che già facendo scontare una pena detentiva si priva l’individuo della libertà, primo tassello nel processo di riabilitazione che il carcere dovrebbe prevedere. 

Certi dubbi sorgono anche in relazione a reati gravi, socialmente risentiti e provati. Ma la narrazione rimane la stessa, il potere giudiziario non deve prevaricare in negativo solo perché ha la forza del « punire ». Lo Stato e le istituzioni che lo compongono, oltre ad essere entità superiori del sistema, composte da uomini, hanno l’arduo compito di coltivare in positivo la società, non solo condannando gli atti illeciti, ma facendo sì che tale condanna sia propositiva per lo sviluppo sociale. 

Tanti Stati l’hanno capito decenni fa, alcuni solo lo scorso anno, altri si rifiutano categoricamente di eliminarla dai propri ordinamenti. Ma un cambiamento avverrà, prima o poi che sia. 

Scritto da Emanuele Lo Giudice


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